L’età dell’oro del tennis italiano non è destinata a inaridirsi in un futuro prossimo, anzi, l’orizzonte del movimento continua a mostrare confortanti segnali di salute. L’azzurro resta uno dei colori dominanti e ogni torneo, indipendentemente dal livello e dall’onnipotente Jannik Sinner, registra la presenza di un nostro atleta capace di recitare un ruolo da protagonista.
Nove atleti presenti nella top 100, meglio soltanto Stati Uniti e Francia, con quest’ultima che deve però scorrere oltre la ventesima piazza per trovare il suo migliore rappresentante (Ugo Humbert), mentre la Spagna del numero uno Carlos Alcaraz ne può annoverarne soltanto 5… Ma al di là di quello che lasciano intuire i nudi e crudi numeri, è un altro il fatto saliente, cioè che a parte i trentenni Lorenzo Sonego e Matteo Berrettini, l’età media del resto dei nostri “centenari” supera di poco i 23 anni. Una cambiale da riscuotere in futuro che trova forza anche nei trionfi individuali e di squadra, carburante indispensabile per tenere alta l’attenzione nei confronti del tennis italiano che si appresta ad ospitare ancora una volta a Torino le ATP Finals, appuntamento d’élite per gli oltre 106 milioni di appassionati e praticanti nel mondo.
L’età dell’oro non è solo un patrimonio del tennis, ma coinvolge a macchia d’olio anche altre discipline sportive del nostro Paese come la pallavolo (campione del mondo maschile e femminile) e l’atletica leggera (record di medaglie a un Mondiale), non a caso federazioni come quella del tennis e padel (al secondo posto a quota 1.151.769 secondo i dati del 2024) annoverano un numero di tesserati inferiori soltanto a quelli del calcio, al contrario in crisi con una Nazionale angosciata e con lo spettro di un’ennesima eliminazione mondiale all’orizzonte.
Che poi il numero dei tesserati resti un accurato gioco di prestigio ad uso e consumo delle federazioni per acquisire meriti e contributi, con la complicità di circoli zelanti nel registrare come praticanti anche soci a digiuno di “serve and volley” e più a loro agio con le carte in mano, resta un dato in sottofondo alla luce della popolarità e dello spirito di emulazione innescato da Sinner e soci.
Titoli in prima pagina e flash news nei telegiornali in prima serata anche in occasione di vittorie nei primi turni, sono il termometro di un’attenzione ormai maniacale degli appassionati, cresciuti a dismisura e contagiati dai successi in questo 2025 di Sinner, Lorenzo Musetti, Flavio Cobolli, Luciano Darderi, Simone Bolelli e Andrea Vavassori tra i maschi; Jasmine Paolini, Sara Errani, Elisabetta Cocciaretto, Lucia Bronzetti e Tyra Grant, tra le donne, capaci di bissare il trionfo nella Billie Jean King Cup, la Coppa Davis al femminile. Un orizzonte di gloria che ha veicolato il tennis tra i discorsi di chi, fino a pochi anni fa, confinava la propria conoscenza sportiva soltanto al calcio.
Una diffusione a macchia d’olio vissuta con un malcelato fastidio da chi, al contrario, fa del tennis qualcosa di più di un passatempo da decenni trascorsi tra campi di periferia e nottatacce davanti alla televisione per adeguarsi ai fusi ostili di Australian e US Open. Oggi le dirette di ogni torneo ATP e WTA ci accompagnano quotidianamente e la patente di esperti della racchetta viene ormai elargita con colpevole facilità…
Eppure esiste un precedente che può aiutare a comprendere perché l’età dell’oro del nostro tennis non sfumerà in breve tempo. A cavallo del terzo millennio la Svezia dettava legge con un plotone di tennisti, uno diverso dall’altro per caratteristiche tecniche, ma accomunati da una fame di vittorie mai vista prima. Sull’onda dei trionfi di Björn Borg, numero uno ATP nel 1977, il movimento svedese cominciò a proporre sul circuito tennisti sempre più performanti e a dominare nei principali tornei dello Slam e a livello di ranking: altri due numeri uno nei successivi due decenni, Mats Wilander (1988) e Stefan Edberg (1990), con un totale di 25 Slam a livello individuale e 7 Davis Cup con la nazionale.
Un paese di otto milioni di abitanti con una passione sportiva radicata per sci, calcio e hockey su ghiaccio, che all’improvviso si scoprì un popolo di tennisti al punto da proporre tra i top 10, l’élite del movimento, altri atleti come Henrik Sundtsröm (numero 6 nel 1984), Anders Jarryd (5 nel 1985), Mikael Pernfors (10 nel 1986), Joakim Nyström (7 nel 1986), Thomas Enqvist (4 nel 1999), Magnus Norman (2 nel 2000), Thomas Johansson (7 nel 2002) e buon ultimo Robin Soderling (4 nel 2010 e primo nella storia a battere in un decennio di trionfi Rafa Nadal al Roland Garros).
Nomi che evocano ricordi nei nostalgici del tennis internazionale quando il talento dei Fab Four (Roger Federer, lo stesso Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray) stava per sbocciare. Oggi per individuare il primo svedese nella classifica ATP bisogna scrollare con il dito fino oltre il numero 200 per trovare Elias Ymer…
Un’eclissi che fa scalpore e riporta alla mente il nostro identico stupore quando il 9 giugno 1986 annotavamo il nostro primo portacolori, Paolo Cané, attestato a quota 133. La crisi del tennis svedese è stata improvvisa, innescata dalla scarsa cura alla crescita del movimento e degli impianti in un paese dove, comunque, lo sport fa parte integrante della cultura e della socialità. L’Italia non corre questo rischio, non solo per la giovane età di Sinner e compagni, ma anche per l’organizzazione capillare dei circoli che in tutta la Penisola sono in grado di garantire qualità e quantità a tutti i livelli, dagli amatori ai seconda categoria.
Senza dimenticare che il ricambio è già avviato con i diciottenni Federico Cinà, figlio d’arte e già vicino a quota 200 nel ranking ATP, Jacopo Vasamì e Pierluigi Basile, ai quali va solo concesso il tempo di maturare in linea con le proprie qualità e caratteristiche… Comunque in Italia oggi nessuno ha fretta, Sinner guida un gruppo di tennisti in grado di farci divertire ancora per molto, forse già da queste ATP Finals che a Torino hanno trovato terreno fertile per assurgere a evento top del panorama internazionale.
