Per anni la maternità è stata raccontata come un approdo naturale alla felicità e un’esperienza fatta di sola tenerezza. Poi è arrivata una voce che ha osato dire che no, non funziona sempre così; che si possono amare i figli e sentirsi esauste; che si può essere madri e, al contempo, in lutto per la donna che si era prima. Da quella crepa nella narrazione è nato un blog, e da quel blog (Mammadimerda, ndr) un piccolo movimento culturale che oggi riempie teatri, università e sale da ballo. Noi abbiamo fatto due chiacchiere con Francesca Fiore, anima del progetto insieme a Sarah Malnerich; ecco com’è andata.
Francesca, dieci anni fa nasceva il blog Mammadimerda. Che cosa ti spinse a scrivere?
«La sensazione di essere fuori posto: ovunque sentivo raccontare una maternità angelicata, perfetta, dove i figli erano solo fonte di gioia. Io invece ero stremata, con due figlie che avevo soprannominato ironicamente “le Erinni” perché non dormivano mai e avevano ribaltato la mia vita: pareva volessero farmi pagare i peccati di una vita precedente (ride, ndr). Scrivere è stato un modo per integrare quella parte di esperienza che non trovavo da nessuna parte».
E quel racconto così sincero diventò virale. Perché secondo te?
«Perché non era solo la mia storia, ma una storia condivisa: molte donne si sono riconosciute perché si sentivano sbagliate, in difetto, come se non fossero madri all’altezza e, quando hanno visto me dire ad alta voce che la maternità può essere ambivalente, si sono sentite sollevate. L’ironia ha fatto il resto: ridere delle proprie imperfezioni è liberatorio».

Dopo pochi mesi Sarah Malnerich diventò la tua socia e, insieme, avete reso la vostra autorevolezza sempre più trasversale: dai libri con Feltrinelli diventati bestseller agli spettacoli teatrali che registrano il tutto esaurito. Quali sono le prossime date?
«Il 7 marzo siamo a Ovada per bissare lo spettacolo teatrale “Premio di produzione”, mentre il 16 aprile debutterà alla Biennale Tecnologia il nostro nuovo spettacolo prodotto da Prometeo Tech Cultures del Politecnico di Torino… Ma, prima, il nostro evento al femminile “Non farcela party” dell’8 marzo all’Audiodrome di Moncalieri!».
Ecco, parliamo proprio di questo: che cos’è il “Non farcela party” e da dove nasce l’idea?
«Ci siamo rese conto che mancava uno spazio pensato per le donne magari non più giovanissime – madri o non madri – che avessero semplicemente voglia di uscire e divertirsi senza sentirsi fuori posto. Così, un anno fa, abbiamo inventato questo format di feste solo al femminile, in orari sostenibili: si comincia presto e si finisce presto».
Che atmosfera si crea durante queste serate?
«Arrivano anche donne che non escono da tempo, con un certo disagio verso l’idea della discoteca. Entrano un po’ timide, vestite come tutti i giorni. Poi, pian piano, cominciano a sciogliersi, a ballare e a divertirsi… A volte finiscono a scatenarsi sul palco con noi. È una trasformazione molto potente ed emozionante da vedere».
C’è anche un messaggio più profondo dietro al divertimento?
«Sì, e per noi è fondamentale. Vogliamo creare un’energia diversa da quella della competizione a cui spesso le donne sono abituate… Che sia per un uomo, per un lavoro o per il riconoscimento sociale. Qui si sperimenta, invece, il supporto reciproco in uno spazio libero in cui nessuno deve assecondare aspettative su come apparire o comportarsi».
