Dall’alto dell’Olimpo, affacciandosi al balcone degli dèi, si vedono gli esseri umani che si affannano, amano, lavorano… Io sono Ermes, il dio con i piedi alati, i latini mi chiamavano Mercurio. Sono il messaggero degli dèi, mi muovo tra cielo, terra e inferi. I miei talari sono il segno della libertà di chi non appartiene a un solo mondo, ma li collega tutti. Sono il dio dei passaggi, dei confini, delle soglie e riconosco subito chi, come me, sa attraversarle.
Un giorno, da lassù, vedo un uomo che si muove tra teatro, radio e cinema, come se non fossero mondi separati, ma territori comunicanti da esplorare. «Mi è sfuggito un semidio?» chiedo ad Apollo. «No, è proprio un mortale, si chiama Orson Welles» mi risponde il dio delle Arti, con un sorriso sornione.
Ci sporgiamo un po’ dal balcone dell’Olimpo per guardarlo meglio, perché quando gli esseri umani creano ci assomigliano e ci incuriosiscono ancora di più.
Nel 1936, a vent’anni, Welles sorprende tutti mettendo in scena in un teatro di New York Voodoo Macbeth, l’opera di Shakespeare interpretata da attori afroamericani e ambientata non in Scozia ma ad Haiti.
L’anno dopo apre il suo teatro e lo chiama proprio come me, Mercury Theatre: su quel palcoscenico rompe con il naturalismo, reinventa l’uso della luce e la lettura dei classici; ogni spettacolo è audace, diverso, innovativo.
Il 30 ottobre 1938 sconvolge i mortali con la trasmissione radiofonica The War of the Worlds in cui, con un finto notiziario, fa credere agli americani che la terra sia invasa dagli alieni: quel giorno, tutto il mondo scopre Orson Welles.
È il 1941 quando gira il suo primo film: Citizen Kane. Da quel momento, il cinema cambia per sempre, perché Welles ci mette dentro anche il teatro: niente è sfocato, tutto è importante – proprio come sul palcoscenico, dove ogni dettaglio racconta qualcosa – e le inquadrature dal basso offrono la visione che si ha stando seduti in platea. In quel film c’è qualcosa di familiare per me: personaggi costruiti come figure tragiche, che agiscono come gli eroi antichi…
Orson Welles si muove tra i linguaggi come io mi muovo tra i mondi, con libertà. Ma la libertà, tra i mortali, ha un prezzo: quando approda a Hollywood, non si adatta al sistema, lo interroga, lo sfida e ne paga le conseguenze. Il suo cinema è spesso ostacolato dall’industria e allora lui vola in Europa. L’Italia lo accoglie come regista, ma anche come attore, a Roma, a Cinecittà, a Venezia, dove gira una parte di Otello.
Forse Orson Welles è stato il Mercurio del Novecento: coraggioso, non allineato, capace di muoversi tra arti e dimensioni diverse. Ha saputo attraversare più volte il confine tra palcoscenico e macchina da presa, tra industria del cinema e solitudine, tra potere e ribellione. Non è mai rimasto fermo in un solo regno.
Il suo talento non è stato solo realizzare immagini indimenticabili, ma insegnare che l’arte, per restare viva, deve creare ponti tra sogni e necessità, tra desideri ed etica, tra linguaggi, tra culture e tra le persone.
Forse per questo, proprio a Torino, dentro al Museo Nazionale del Cinema, è custodito uno dei più importanti archivi al mondo dove tutti i mortali possono ammirare copioni, fotografie, appunti, bozze di progetti incompiuti di Orson Welles, artista dai piedi alati.
