Orson Welles, un ribelle con lenti giganti, capace di vedere oltre il visibile. Dalla copertina scivola in questo articolo ispirandomi una visione: Torino può rinascere solo guardando oltre l’orizzonte del consueto, cercando l’anomalia, la crepa, la possibilità, come usava fare lui.
Con questo sguardo, la nostra città ha dato vita al primo motore a scoppio, al primo treno a vapore, al cinema, alla radiofonia e televisione italiana, alla moda, al design, a delizie per il palato come la crema gianduia, il vermouth, l’aperitivo, prodotti che hanno codificato culture alimentari e sociali.
Oggi, dove sono i novelli Orson Welles? Non cerchiamoli solo nelle università e nei poli tecnologici, ma nelle strade, nei laboratori di quartiere, nelle comunità ibride che rifiutano l’omologazione assumendo nuove posture. Torino, deciditi: nostalgica o visionaria?
Nel cuore di Torino si percepisce la crisi dell’immaginazione collettiva, perché lo spazio creativo non nasce dall’alto, ma dal basso: dagli incroci improbabili tra culture diverse, dalla contaminazione etnica, dalle fratture e dai dubbi. È dal fango non omologato che è sempre germogliata la vera fioritura torinese.
Una borghesia industriale potente – Agnelli, Olivetti, Pininfarina, Lavazza, Martini & Rossi – ha gestito capitale, rigore, metodo, producendo efficienza. La grande ondata migratoria dal Sud Italia negli anni ’50 e ’60 ha prodotto un terreno fertile che ha cambiato la città. Non solo forza lavoro, ma contaminazione culturale, linguistica, antropologica. Era fabbrica + dialetti + rabbia + sogni + ascensore sociale.
La borghesia ha dato forma. Il basso ha dato linfa. Il cinema politico, il design radicale, la musica alternativa, le controculture urbane nascono dentro quel clima. Innovazione industriale e sociale. Il “fango” è stato il conflitto operaio, le lotte sindacali, la tensione politica, la stratificazione sociale. La città produceva automobili, ma anche pensiero critico. Attrito, tra ordine e dissenso.
Oggi cosa manca? Non manca il capitale. Non manca l’università. Non mancano i festival e le rassegne culturali. Manca la contaminazione fertile. Torino è più ordinata, più sicura, più istituzionalizzata. Ma anche più prudente. La creatività radicale nasce quando il disagio trova voce, quando c’è conflitto (culturale). Quando una città sterilizza troppo il dissenso, tende a produrre solo innovazione incrementale, non efflorescenza vitale.
Riconquistare un amore perduto è possibile, con fiducia, coraggio e determinazione, come un giardiniere innamorato. Solo in questo terreno l’invisibile prende forma, diventando Visione.
