Aurora cammina lungo i portici di via Sacchi, ad ogni passo i suoi occhi volano furtivamente in direzioni diverse. Osserva con sguardo attento l’architettura davanti a lei, come se stesse leggendo un libro in un’antica scrittura da decifrare. Prima le imponenti colonne neoclassiche, studiate giusto il giorno prima a scuola, che costeggiano il lato destro della strada. Guarda le incisioni; le decorazioni scolpite sulle volte le ricordano una certa eleganza regale, la stessa che trova in tutti gli altri angoli della città. Pensa ai re, destinatari di quei portici: una delle prime cose imparate al suo arrivo. Infine, il suo sguardo si posa sulle piastrelle a illusione ottica: cerca di mantenere i passi all’interno delle linee, proprio come faceva da bambina, quando con attenzione posava i piedi tra le crepe delle strade di New York, dove era cresciuta.
Pensa al momento in cui i suoi le avevano detto: «We’re moving to Turin».
Quella città sconosciuta, piccola e sperduta, col tempo l’aveva conquistata con la sua elegante architettura e con la sua meravigliosa storia. Era riuscita ad apprezzarla nonostante le dimensioni ridotte rispetto alla Grande Mela. Sussulta quando un tram le passa vicino e stride sui binari mentre rallenta, sembrando un piccolo terremoto. Non che le piaccia molto, ma rispetto al caos costante di New York qualche suono qua e là si può sopportare tranquillamente.
Si guarda attorno: Torino è silenziosa, composta. Persino il rumore delle persone sembra educato. Mentre passeggia lungo via Roma osserva le persone a spasso con amici e parenti; i ragazzi con gli zaini sulle spalle che prima o poi crolleranno per il peso dei libri; gli anziani vestiti come se fossero usciti da un film del dopoguerra, con i loro cappotti ordinati, i cappelli eleganti e le scarpe lucide. Molte cose a Torino la impressionano per la loro età: lo stesso panorama che ha di fronte agli occhi potrebbe facilmente essere una scena tratta da L’età dell’innocenza, se non fosse per le insegne dei negozi.
Gli occhi di Aurora guardano il cielo, così chiaro e aperto perché i palazzi non lo nascondono. Altro che New York! Con i suoi grattacieli che non fanno vedere l’azzurro. Aurora continua a camminare, passa per piazza San Carlo e decide di prendere un gelato da Biraghi. Prosegue fino a piazza Carlo Alberto, la sua preferita. Il sole di mezzogiorno illumina di bianco la doppia natura di Palazzo Carignano. Si siede sull’erba, tira fuori un libro dallo zaino e comincia da pagina uno: «On a January evening of the early seventies, Christine Nilsson was singing in Faust at the Academy of Music in New York…».
Isabella Tanca
