Venerdì 18 settembre siamo stati all’Accademia Albertina delle Belle Arti per la preview stampa e inaugurazione di World Press Photo Exhibition 2026 che sarà a Torino fino al 13 dicembre. Premessa doverosa (che ormai facciamo un po’ a ogni edizione): si tratta di una delle nostre mostre preferite, che fortunatamente da ormai dieci anni sceglie Torino per esporre i risultati del prestigioso World Press Photo Contest; portando in città il lavoro dei migliori fotogiornalisti e fotografi documentaristi del mondo (da testate internazionali come Reuters, Associated Press, The New York Times, Le Monde, El País…) per raccontare gli eventi che hanno segnato il nostro tempo a ogni latitudine.
Oltre alla bellezza oggettiva degli scatti (tutti opere d’arte), l’aspetto più interessante di World Press Photo Exhibition è sempre il contenuto che ogni fotografia rappresenta; e la somma, la galleria, ci parlano del mondo che abitiamo in modo crudo, diretto, vero, poetico, smuovendo stomaco ed emozioni, ricordando la necessità di abitare il globo con sguardo ampio. Soprattutto oggi.
Le fotografie di questa edizione 2026 ci portano dentro le contestazioni della Gen Z in Nepal e in Madagascar, nel dramma delle favelas e dei blitz della polizia in Brasile, nella devastazione del conflitto russo-ucraino, nell’inferno in terra della Striscia di Gaza, nella desolazione dell’Afghanistan attuale e in tanti, tanti, altri luoghi e non luoghi che compongono questo mondo. 144 immagini tutte da scavare, con gli occhi e con il cuore, e anche grazie alle ottime didascalie dedicate a ogni scatto (se volete c’è inclusa anche l’audioguida).
Interessante l’idea di non immaginare un percorso, magari per aree geografiche, ma di lasciare ai visitatori la possibilità di immergersi ed esplorare una parte alla volta, un concetto dopo l’altro, perdendosi nel caos del mondo, (quasi) ordinato dentro questa mostra.
A vincere il titolo per la World Press Photo of the Year 2026 è stata la statunitense Carol Guzy, con l’immagine Separated by ICE che, come suggerisce il nome, immortala la separazione di un padre dalla propria famiglia perché arrestato, e poi rimpatriato, da questa famigerata e odiosa agenzia americana dell’immigrazione. Una scelta non banale perché questa foto non è solo magnifica e potentissima, ma una concreta di dimostrazione che l’orrido del mondo vive e scorre anche in quei Paesi che definiamo civili e che invece dovremmo continuare a guardare sempre con spirito critico.
Ecco, il nostro consiglio, in chiusura, è proprio questo: emozionatevi, coltivate il vostro spirito critico, non negatevi un giro anche quest’anno da World Press Photo Exhibition che fino al 13 dicembre vi aspetta con 144 scatti da svuotare e riempire il cuore. Tutte le info per gli appuntamenti speciali, i biglietti e gli orari sul loro sito.