Emma entra nostalgica all’università e osserva i volti di chi la circonda. Finire il liceo ha avuto un impatto notevole sulla sua emotività. Uscire dall’ambiente familiare della scuola per intraprendere un percorso tanto dispersivo le trasmette una particolare sensazione di freddezza. La scelta che l’ha portata a camminare tra quelle aule è risultata infatti molto difficile.
Per la prima volta Emma ha attraversato una crisi. Ha pensato che a tutti, almeno una volta nella vita, è capitato di sentirsi in crisi. E tutti, sempre almeno una volta nella vita, hanno pensato a quella crisi come a un fenomeno drastico, privo di risoluzioni.
In greco però, il verbo krino (distinguere, giudicare, decidere) regala al suo sostantivo diversi aspetti positivi. Emma pensava anche a questo.
Nel linguaggio comune la parola “crisi” viene impiegata unicamente per descrivere situazioni instabili e difficili, senza tener conto delle occasioni che può offrire. Se è vero che i verbi essere, volere e potere appaiono i più importanti della lingua italiana, quello che influisce maggiormente sulla vita umana è il verbo scegliere. Si può infatti scegliere di essere o di apparire, di fare qualcosa o restare fermi, di compiere un’azione o preferire l’indifferenza.
Spesso Emma ricorda una frase di Einstein che le era capitata sotto gli occhi tra i banchi del liceo: «La crisi è una benedizione». Sviluppa creatività e invenzione, distrugge il carattere monotono della quotidianità. Offre un’occasione per un cambiamento semplice o rivoluzionario, conduce a una sfida per superare sé stessi e le proprie paure.
È comune sentirsi in crisi davanti a un bivio: dobbiamo distinguere, giudicare e, infine, scegliere. Il timore di sbagliare a volte paralizza, quasi come se l’errore, e quindi una nuova crisi, non fosse altro che un’ulteriore occasione di cambiamento.
Emma pensa che forse, se si fosse soli nell’attimo della scelta, sarebbe tutto più semplice. Senza quella stupida paura del giudizio della società: una prigione di costrutti sociali i cui detenuti passano ore ad annoiarsi nella ripetitività della loro finzione.
Emma pensa spesso di non essere certa delle proprie scelte, e di conseguenza di sbagliare; il che la trasporta in un limbo di eterni pensieri insignificanti, quasi come se vivere di certezze fosse l’unica cosa importante. Quando attraversa Torino lascia scorrere l’ansia della precarietà per accogliere la gratitudine dell’attimo presente e di tutte le sue novità. Improvvisamente, l’aura fredda che la circondava viene avvolta dalla calda luce dei vicoli torinesi e la sua mente vaga tra pensieri altri.
Emma pensa allora a Pirandello, che definisce la certezza delle forme come affermazione della morte sociale: uscire dal dubbioso divenire del flusso per confermare scelte esatte e irreversibili incastra in maschere frustranti, alienanti. Forse è proprio grazie alla crisi che si possono distruggere forme ormai malfunzionanti e finalmente scegliere.
Scegliere se tornare a vivere, o se difendersi dietro nuove, angoscianti gabbie sociali.