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Storie dal set

di Antonella Frontani

Cafarnao, capolavoro di Labaki

Torino, estate 2019

La Miami del Medio Oriente’ è la definizione che più di ogni altra è stata utilizzata per definire Beirut, città diventata un importante centro culturale e commerciale a livello internazionale. Ma come ogni luogo del mondo, anche Beirut e il Libano sono terra di contrasti, drammi, conflitti e miserie. C’è voluta la sensibilità di una regista come Nadine Labaki per rappresentarne gli aspetti più difficili e inchiodare le platee di tutto il mondo con un pugno in pieno petto. ‘Cafarnao’ è il suo capolavoro, la storia vera di Zain, il bambino assurto agli onori della cronaca dopo aver denunciato i propri genitori per averlo messo al mondo. Il solo fatto in sé dimostra il disagio di un figlio giunto alla disperazione, ma nulla è difficile da immaginare quanto la sua tragedia raccontata magistralmente nel film. L’infanzia calpestata, l’indifferenza di un mondo piegato dalla fame, l’assenza di diritti, la violenza, il razzismo, la mancanza di un orizzonte, uno qualunque, rendono l’idea di quanto possa essere disperata l’esistenza. Il film ha la nobiltà di non cercare consenso speculando sulla tragedia, perché, per quanto possa sembrare assurdo, c’è un modo di narrare la realtà lasciando intatta la dignità dei suoi protagonisti.

Cafarnao è un termine desueto per indicare il caos assoluto di cose e persone, il termine perfetto per descrivere la baraccopoli di Beirut. Qui è stata distrutta l’infanzia di Zain, il bambino assurto agli onori della cronaca dopo aver denunciato i propri genitori per averlo messo al mondo

La capacità di Nadine Labaki è stata quella di immedesimarsi nella vicenda umana facendo un lungo viaggio in fondo all’anima, e non si tratta di una vicenda scontata. Bisognerebbe risalire al mito ellenistico di Amore e Psiche per riflettere sul concetto di ‘anima’, che per le donne racchiude il sentimento, la seduzione, la sessualità, l’immaginazione, l’idealizzazione. Le donne non sono supereroine ma, semplicemente, dotate dell’anima a livello conscio, secondo gli insegnamenti di Jung. Ecco che il loro amore diventa capace di sviluppare un sentimento scevro del possesso attraverso l’immedesimazione nell’altro, secondo il concetto di alterità. Ciò non avviene solo nel rapporto di coppia, secondo me, ma anche nella generosità di uno sguardo che sia in grado di cogliere l’essenza della realtà in tutte le sue sfumature. È così che un film tragico assume la forza e la dignità di un documentario, piuttosto che limitarsi alla rappresentazione fine a se stessa della miseria.

Perfetta la scelta del titolo: Cafarnao, infatti, è il nome di un antico villaggio della Galilea, sul Lago di Tiberiade, la cui sinagoga è ricordata dai Vangeli come centro della predicazione di Cristo. Oggi è un termine considerato desueto per indicare il caos assoluto di cose e persone, il termine perfetto per descrivere la baraccopoli di Beirut in cui è stata distrutta l’infanzia di Zain. Nessuno dei set che ho raccontato assomiglia lontanamente a quello di Cafarnao, in cui la regista ha scelto di non interferire con la vita vera bloccandone il ritmo: ha calato le scene in mezzo alle strade senza imporre l’insopportabile ritmo da set, che prevede divieti e silenzi. Niente comparse o scene costruite. Nadine ha voluto i volti dei passanti, i rumori della strada, il caos assoluto di quei vicoli di cui ha rispettato il ‘cafarnao’. Ho perdonato il Festival di Cannes per non aver premiato ‘Il traditore’ di Marco Bellocchio e la bravura di Pierfrancesco Favino, solo perché ha insignito questo capolavoro di Labaki con il prestigioso Premio della Giuria.