Io amo quelle giornate di pioggia classicamente torinesi, il grigio attraverso infinite sfumature e le goccioline che vanno dappertutto. Quel meteo è casa nostra. Ma, a volte, quel tempo annuncia una serata bastarda, che di colpo ti cambia le carte in faccia. E ieri, qualcuno, qualcosa, ha scelto per te un destino ingiusto, consumato tra le pareti di casa. A pochi metri, un piano, da dove abito io. Così ci siamo dati uno dei tanti nostri “appuntamenti per caso”, l’ultimo e sicuramente quello indelebile. Perché c’erano le luci delle ambulanze, quel tuo respiro ancora attaccato a un filo, la barella che scendeva a fatica le scale. Il saluto – crudelmente diverso da tutti gli altri – di un amico speciale. Perché per me Paolo Griseri non è stato solo il totem professionale che tutti oggi piangono. Ci volevamo bene senza neanche il bisogno di dircelo, da veri piemontesi. Quelle scale del vecchio palazzo, le vie intorno alla Consolata, hanno ospitato i nostri tanti siparietti, dove ci dicevamo cose serie (ma sempre col sorriso), ma anche dove cazzeggiavamo commentando il tutto, dalle beghe condominiali (che diventavano sketch goldoniani), alle sorti del mio Toro. Quando tu – impermeabile al tifo cittadino – ci definivi “i devoti della sacra zolla”. Certo, negli anni, non sono mai mancati i racconti di vicende dove hai scritto gran belle pagine del giornalismo italiano: le cronache dal mondo FIAT (dove eri il migliore per distacco), le vicende legate alla TAV (che ti fecero guadagnare un presidio Digos sotto casa nostra), le cronache Covid dal tuo bunker di Milano (anche lì niente tragedie, ma battute fuori ordinanza) e le ultime, argute e scintillanti, interviste coi protagonisti del Piemonte, apparse nelle passate settimane.
Eri in pensione ma non se ne accorgeva nessuno, tra servizi speciali e dibattiti lavoravi come prima, e forse più di prima. Perché chiamavano sempre te, il migliore che avevano. Da tempo eri editorialista fisso per Torino Magazine. Te lo avevo chiesto quasi timidamente, una sorta di una tantum. Poi ti sei appassionato, e aprivi ogni numero con me. Ci hai fatto un grande onore Paolo, e oggi, in una giornata di pioggia carogna come ieri, in redazione nessuno riesce a sorridere di nulla, gli sguardi sono fissi sugli schermi che ripropongono la tua storia. Nelle nostre pagine vivrai ancora due mesi, e per due mesi i nostri lettori leggeranno – come appena redatta – la pagina di un autore “maledettamente ben scritta”, come ho sempre amato dire.
Il tuo resta un giornalismo difficilmente avvicinabile, perché antico nell’etica quanto contemporaneo nello stile. Perché il tuo modo di porgere il mestiere era lo stesso che hai sempre avuto come uomo: educato, gentile, baciato dalla grazia, ma proprio per questo lucido negli obiettivi, senza sconti per nessuno, audace senza bisogno di alzare la voce, ironico quanto basta. Già, il sorriso, il tuo e quello che sapevi trasmettere agli altri, contagiandoli. Oggi penso che non c’è mai stato un incontro dove noi non si sia “sorriso” di qualcosa, su qualcuno, mettendo nel dialogo una battuta, che cercavamo e volevamo elegante, per rimettere le cose al loro giusto posto. Un piccolo dono reciproco che ci siamo sempre fatti.
Dopo i saluti stavo sempre meglio di prima, grazie. Mi hai fatto sorridere anche in ospedale, quando, dopo un intervento complicato, ricevo un tuo messaggio che diceva: «Vedi di muoverti. Guarda che ormai sono tornati a casa tutti, anche Carlo e Kate Middleton». Poi, come in tutte le compagnie di giro, eravamo due consumati attori che sapevano sempre dove andare a parare. Come quando si parlava di Milano, che tu non amavi (almeno nei nostri calembour), vagheggiando uno stato francopiemontese indipendente. Giochi di fantapolitica tra due partigiani della propria terra.
Caro Paolo, mi hai giocato un brutto scherzo. Io speravo, anzi ero convinto, senza neanche volerci troppo pensare, che i nostri anni all’ombra della Consolata sarebbero stati ancora tanti, con le cene insieme a Maria e Stefania, con le pizze da Berberé, con quei momenti di Commedia dell’Arte tra il primo e il secondo piano. Insomma, saremmo dovuti invecchiare insieme, vicini, sempre un po’ rompicoglioni, usando il fioretto della parola e quello della tastiera. Invece oggi c’è il vuoto e mi manchi già terribilmente. Una mia cara amica analista, Adriana, mi ha detto recentemente che il lutto è innanzitutto “il vuoto”: ti guardi intorno e la persona non c’è più, mentre restano oggetti, luoghi, i suoi oggetti, i suoi luoghi. Così non ho voglia di aprire la finestra, osservando il tuo balcone, facendo ciao come altre volte.
Tanto piove, mi dico, giornata carogna. Volendo c’è dell’altro: quando ti manca un amico il dolore è lacerante, ma quando ti manca un amico che stimi ancora di più. E, nel nostro mestiere, se non c’è stima reciproca l’amicizia non può nascere. E il nostro mestiere sta cambiando tanto e cambierà ancora di più. Ma saranno sempre gli uomini a fare la differenza. Quelli col tuo stile e la tua intelligenza, con la tua arguzia e il tuo sorriso.
Caro Paolo, il tuo è un lascito importante, perché quelle parole, quei libri, quegli articoli, raccontano non solo un’epoca, ma racconteranno, sempre, un modo di intendere, di comprendere e di vedere Torino e il mondo. Le tue opere resteranno un imprescindibile per chi vuole e vorrà fare il giornalista, ma anche per tutti coloro che considerano la lettura elemento e alimento insostituibile. Il lascito di chi scrive è un lascito che perdura. Che poi quelle cose le abbia scritte un eterno ragazzo col garbo d’altri tempi è valore aggiunto.
Mi permetto di segnalare – me lo consentirai – due ricordi lontani che testimoniano una personalità originale, mai completamente allineata. Il nome di Paolo Griseri è legato al più celebre scisma nel mondo dello scautismo cittadino, quando, con altri amici, fondò il mitico TO 68 (numero certamente scelto non a caso…), traghettando il movimento verso orizzonti laici e persino rivoluzionari. Lo stesso Paolo, in quegli anni, suonava col fratello (si dice più bravo) le hit di Crosby, Still e Nash. Per te, caro Paolo, vale il titolo del libro di Pablo Neruda: Confesso che ho vissuto. Cosi, se voglio trovare un minimo di conforto in una giornata inaccettabile, penso che la tua bonaria presenza non lascerà mai questo edificio da dove ti scrivo. E torneremo a sorriderci. Intanto, per ora, non so dove sei, ma ti abbraccio forte amico mio. Come ho sempre fatto ogni giorno che ti ho salutato.
