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Identità e passione

cosa significano Toro e Juve

di Walter Perosino

Primavera 2024

ABBIAMO CHIESTO A WALTER PEROSINO DI RACCONTARCI, COMODAMENTE DA CASA, COSA SIGNIFICANO TORO E JUVE A TORINO, NEL SOLCO DI IDENTITÀ E PASSIONE. NON POTEVAMO CHIEDERE A PENNA MIGLIORE

Il primo amore non si scorda mai, resta impresso nella memoria a dispetto del tempo, anche se non sempre, anzi quasi mai, si coniuga con l’eternità. Nel calcio, invece, il primo amore resta e rimane l’unico, un tatuaggio destinato ad accompagnarci per la vita nel solco di una fede indelebile e incrollabile.

Il tifo è una cicatrice che ci ricorda in ogni momento attimi fuggenti, gioie e dolori, vittorie e sconfitte, trionfi e retrocessioni, campioni e bidoni, del club con il quale abbiamo deciso, in modo casuale o ragionato, di accompagnare ogni passo della nostra esistenza. Una condanna, dolce, lieve o crudele, alla quale è impossibile sottrarsi perché, come detto, come una cicatrice è sufficiente accarezzarla per ripiombare immediatamente in quel rito tribale che una curva celebra in occasione di ogni confronto agonistico.

E Torino, in questo crogiolo di emozioni senza limiti, divide la passione concedendosi calcisticamente a due sponde, a due identità che viaggiano su frequenze così lontane e antitetiche da apparire totalmente estranee: Juventus e Torino, il bianco e nero che mischia il candido al dannato oppure il granata che sfocia nell’istinto puro, nell’intuizione a volte geniale ma spesso incompresa. Colori all’opposto, storie senza paragoni che però per entrambe le fazioni significano un’identità alla quale non rinuncerebbero per niente al mondo.

La Juventus, la regina d’Italia in base a un palmarès senza eguali che dietro di sé non lascia mai indifferente, amata e odiata, celebrata e condannata, sempre al centro di un vortice di parole che non declinano mai nel banale. E il Torino, sempre Grande nella celebrazione di una storia che vanta pochi simili nel mondo intero e per la quale, spesso ma non volentieri, il contorno agonistico diventa un’appendice di un racconto nel quale l’identità viene ribadita con forza quasi ossessiva.

La città di Torino palpita in sintonia con il battito di Juventus e Torino, due identità che in oltre un secolo hanno praticamente soffocato ogni altra espressione agonistica: pallacanestro e pallavolo hanno ballato poche estati (l’Auxilium e la Klippan degli Anni Settanta/Ottanta), l’atletica leggera ha partorito campioni che ci hanno fatto sognare (vedi Livio Berruti), senza dimenticare gli anni eroici del canottaggio che sfociarono nel 1892 con la nascita della Federazione Internazionale.

Walter Perosino è stato giornalista professionista di Tuttosport; grande appassionato di sport in generale. È stato spesso inviato per documentare i grandi eventi sportivi in giro per il mondo, ha firmato il racconto di tre finali dell'Italia agli Europei di calcio (una l'abbiamo anche vinta)

Scampoli di una storia sportiva nobile, ma che ha acceso soprattutto un impianto, lo stadio inaugurato nel 1933 e che oggi ricorda l’evento sportivo per eccellenza, le Olimpiadi invernali del 2006, ma che in passato ha scritto buona parte della sua storia con l’accezione di Comunale e dove la Juventus ha applaudito le giocate di fuoriclasse come Omar Sivori e Michel Platini e il Torino si è lustrato gli occhi accompagnando le finte di Valentino Mazzola e dei suoi indimenticabili compagni di squadra.

L’identità che i due club hanno saputo creare con la propria gente non si è mai appannata, la passione che hanno saputo generare non ha mai accusato cali di tensione e il teatro che le ha ospitate entrambe fino a pochi anni fa, si è rivelato la migliore cornice per elevarne le gesta. Oggi il copione ricalca una consuetudine con la Juventus davanti in classifica coltivando ambizioni da primato e il Torino dietro a rincorrere senza rinnegare nulla della sua identità di squadra tutta anima e cuore.

Il granata è un marchio, una condanna, una corsa sfrenata senza calcoli alla fine della quale il risultato lascia sempre l’amaro in bocca. Eppure chi tifa Toro, non rinnega nulla ed esalta ogni centimetro della propria esistenza. Alla Juventus l’identità è un passaporto di trionfi globali, un pedigree firmato nei decenni con il quale però fare i conti quando la realtà diventa scomoda al netto di un’antipatia latente sulla quale la gens bianconera ha ormai generato gli anticorpi.

Oggi i simboli sono immagini sfocate, istantanee di momenti da vivere in una sorta di “mordi e fuggi” dove niente appare eterno nel solco di un calcio nel quale le bandiere sventolano fino a quando non si concretizza un affare migliore: la Juventus di Federico Gatti, difensore di trincea con licenza di offendere con gol sempre preziosi, e il Torino di Alessandro Buongiorno, capitano per vocazione, figlio di un vivaio che negli anni ha saputo rigenerare l’epopea granata.

Oggi lo sport a Torino resta ancorato alle sue centenarie certezze, alle pulsazioni che il calcio riesce a trasmettere, a una identità cittadina che entrambi i club hanno saputo veicolare nel resto d’Italia e nel mondo, i bianconeri attraverso i successi e i granata con i simboli che hanno saputo forgiare nel tempo. E la passione? Su quella non ci sono dubbi anche se con declinazioni contrapposte e teatri differenti, dopo il trasloco nello stadio di proprietà della Juventus: una passione nobile e altezzosa per i primi, operaia e sanguigna per i secondi, ma sempre contagiosa e inimitabile. E Torino applaude…

Ironia de la suerte © Roberto Martinez

Ironia de la suerte © Roberto Martinez