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Il Teatro Regio di Torino

Una storia che ha vinto le fiamme

di Gianni Farinetti

Inverno 2019

IMMAGINATO DA FILIPPO JUVARRA E REALIZZATO DA BENEDETTO ALFIERI, DISTRUTTO DA UN INCENDIO E RINATO GRAZIE AL VISIONARIO CARLO MOLLINO: QUESTO È IL TEATRO REGIO DI TORINO, UN LUOGO 'NOSTRO' DAL 1740

8 febbraio 1936, un sabato in piena stagione lirica al Teatro Regio di Torino. Platea e palchi del Teatro erano colmi di pubblico venuto ad applaudire la ‘Liolà’ di Giuseppe Mulè, scritta l’anno prima e basata sull’omonima commedia di Luigi Pirandello. L’opera, diretta dal compositore, aveva debuttato al San Carlo di Napoli nel 1935 riscuotendo un lusinghiero successo sia di pubblico che di critica, che ne lodava la tessitura folcloristica siciliana con gustose, come riportato sul Corriere della Sera, scenette e passaggi pittoreschi. Dunque non solo una primizia per Torino, ma anche una serata divertente e leggera. Conclusa l’esecuzione il pubblico soddisfatto si ritrovò per le vie intorno al Teatro e la sala venne chiusa dal custode che abitava nell’edificio, al quarto piano sopra la biglietteria. Poco dopo mezzanotte un passante notò dei bagliori filtrare dalle finestre della facciata su piazza Castello e corse ad avvertire la stazione dei pompieri di Porta Palazzo.

Giovanni Michele Graneri, Interno del Teatro Regio (orig. Museo d’Arte Antica di Palazzo Madama), 1752

Una prima squadra arrivò aiutando il custode e i suoi familiari a mettersi al sicuro, rendendosi immediatamente conto della gravità dell’incendio. A questo primo intervento ne seguirono altri, perché l’incendio continuava velocemente ad avvolgere tutto il Teatro. Inoltre il rogo si stava propagando agli edifici contigui, l’Archivio di Stato e l’Accademia Militare, e si provvide a isolarli dall’incendio principale. Era stupefacente la rapidità con la quale il fuoco si era propagato, fu domato in poche ore, ma le strutture, quasi tutte in legno, e la copertura erano completamente distrutte. La mattina del 9 febbraio la città si raccoglie attonita intorno al suo Teatro. C’è un grande silenzio in piazza Castello e si guarda angosciati e stupiti alla facciata del Teatro, unico manufatto rimasto quasi del tutto integro, quella lunga e severa facciata di mattoni a vista, magnifico, emblematico esempio della stagione barocca di Torino. Una facciata che sembra racchiudere tutto il mistero della vocazione musicale della città e della ‘grande macchina’ rappresentativa che conteneva. Bisognerà ripartire da lì guardando al suo passato.

Dal Rinascimento in poi, nel grande fiorire delle dinastie italiane, ci fu una gara ad abbellire le proprie capitali. I grandi successi militari dei Savoia avevano posto il Ducato, e poi Regno, in continua espansione in una posizione d’importanza strategica europea. Il Settecento fu il secolo che più di ogni altro promosse la vitalità delle Corti non solo politicamente, urbanistica e architettura erano i migliori biglietti da visita che i regnanti potessero offrire. L’ambizioso e abilissimo duca Vittorio Amedeo II (tanto scaltro da essere poi ricordato come ‘la volpe savoiarda’) era riuscito a cingere la corona regia quando, nel 1713, diventò re di Sicilia. Finalmente le mire secolari della casata erano raggiunte. In Sicilia individuò e portò con sé a Torino colui che doveva diventare il vero arbitro dell’innovazione e dello splendore del barocco non solo piemontese, il geniale Filippo Juvarra, col quale aveva stabilito da subito un rapporto di grande stima e amicizia personale. Nel 1720 la Spagna reclamò per sé i domini dell’Italia meridionale, il nuovo status regio era in pericolo, ma il Trattato dell’Aia, che ridisegnava un’altra volta i confini d’Europa, ‘scambiò’ la Sicilia con la Sardegna a favore di Vittorio Amedeo: essere re era un fatto siglato e confermato. Fu in quegli anni, avvalendosi del consiglio dello Juvarra, promosso ‘Primo Architetto Civile’ della Corte, che il nuovo sovrano iniziò a plasmare la città. I progetti erano grandiosi e, tra gli altri, occuparono il riordino della parte orientale di piazza Castello, accanto al centro del potere. Nasceva la vastissima area degli Archivi e dell’Accademia Militare, con le scuderie che oggi conosciamo con il nome di Cavallerizza. E l’ipotesi di un fastoso teatro, da chiamarsi Regio sull’esempio delle grandi sale europee.

Sala con boccascena originale di Mollino (fisheye), 1973

Secondo il precedente impianto degli edifici a portici, invenzione del tutto torinese, il teatro doveva essere direttamente collegato con il Palazzo Reale, ma anche accessibile al pubblico. Fu scelta l’area alle spalle di Palazzo Madama, alla cui facciata Juvarra aveva iniziato a lavorare. Juvarra muore a Madrid nel 1736, lasciando i primi disegni per il teatro. Sei anni prima è salito al trono il figlio di Vittorio Amedeo, Carlo Emanuele III, che, molto sensibile alle espressioni artistiche, riprende il discorso e nomina nuovo architetto il conte Benedetto Alfieri, anch’egli destinato a rivoluzionare con segno personalissimo il panorama tardo barocco di Torino. Alfieri presenta un progetto che viene immediatamente accettato dal re e, nel tempo record di soli due anni di costruzione, il ‘Regio’ viene inaugurato il 26 dicembre 1740.

Nelle parole del nipote, il drammaturgo Vittorio Alfieri, nelle sue memorie ‘Vita’, un ricordo ammirato e affettuoso dello zio: ≪Era appassionatissimo dell’arte sua, semplicissimo di carattere e digiuno quasi d’ogni altra cosa che non spettasse le belle arti. Tra molte altre cose io argomento quella sua passione smisurata per l’architettura, dal parlarmi spessissimo, e con entusiasmo a me ragazzaccio ignorante d’ogni arte ch’io m’era, del divino Michelangelo Buonarroti ch’egli non nominava mai senza o abbassare il capo o alzarsi la berretta con un rispetto e una compunzione che mi usciranno mai dalla mente≫. Siamo in piena epoca del Grand Tour, quando soprattutto gli inglesi inventano la moda dei viaggi di formazione nel Sud Europa, in special modo in Italia, attirati dalla riscoperta dell’architettura classica romana. Torino, Milano, i laghi lombardi sono tra le prime mete di viaggio, una vera e propria frenesia di conoscenza e di affinamento culturale che contraddistingue l’aristocrazia del Nord. Nei Grand Tour si possono visitare le diverse capitali italiane, scoprire paesaggi inediti, siti archeologici appena portati alla luce, sconosciuti stili di vita – e i loro piaceri anche libertini. Esplode la moda dell’antiquariato e il commissionare ritratti a celebri pittori è quasi un’imposizione. Prende piede la stagione del Romanticismo, che varcherà il secolo fino a metà Ottocento. Nella celebre incisione del 1749 di Giambattista Borra si può vedere com’era la sala del Teatro da poco inaugurato, e come fosse mimetizzata tra le altre facciate della cortina di palazzi di piazza Castello, stile questo che non solo ha contraddistinto l’architettura di quegli anni, ma che è diventato persino un simbolo della signorile ritrosia della città, che lascia apparire piano piano, senza ostentarli, i propri tesori d’arte. Come indicato anche dai precedenti architetti, la sala poteva essere raggiunta dal sovrano e dalla corte da Palazzo Reale attraverso la galleria del Beaumont, oggi conosciuta come Armeria Reale, fino al Palazzo della Prefettura, allora destinato alla Segreteria di Stato.

© Ramella&Giannese

La vastissima sala si presenta di forma ellittica, con 152 palchi ripartiti in cinque ordini. A differenza dei teatri francesi la platea non aveva poltrone fisse, ma sedie che potevano essere spostate a piacimento dal pubblico. Com’era usanza, il Teatro non veniva utilizzato soltanto per spettacoli musicali, ma era stato pensato anche come luogo elegante di ritrovo. Si poteva pranzare, giocare a carte – d’azzardo, intramontabile dèmone per tutto il secolo e oltre – incontrarsi in circoli privati e approfittare delle ‘botteghe de’ rinfreschi’ e delle ‘galanterie’. La tradizione del caffè, come bevanda e come occasione di intrattenimento, è nata sotto quei palchi. Il compositore e storiografo musicale settecentesco Charles Burney cita il Regio nel suo ‘The Present State of Music in France and Italy’ come ≪il grande teatro dell’opera che e considerato uno dei più belli d’Europa≫. La Stamperia Reale fa uscire nel 1761 le incisioni realizzate da Giovanni Antonio Belmondo sui disegni originali di Benedetto Alfieri che verranno pubblicate a Parigi nel 1772 nell’‘Encyclopédie’ di Diderot e d’Alembert, una consacrazione all’importanza e al fascino del Teatro torinese. Ma la protagonista assoluta è di certo la musica. Negli anni ’70 il compositore più in voga in Italia è il napoletano Giovanni Paisello, celebre nel genere buffo, a cui il Regio commissiona una delle prime opere serie, l’‘Annibale in Torino’.

Nel gennaio del 1771 assistono all’opera Wolfgang Amadeus Mozart e il padre Leopold, che restano estasiati dallo spettacolo e dalla magnificenza del Teatro. È anche il momento delle prime donne e dei castrati, tutti italiani e celeberrimi, che il Regio ospita nell’ultima fase della loro epoca d’oro. Sul palco possono trovare posto a volte fino a 700 fra cantanti e ballerini, che vengono scritturati non per una singola opera ma per l’intera stagione. Famosi, come da copione, i capricci delle prime donne, tra le quali Lucrezia Agujari, Caterina Gabrielli e Brigida Giorgi Banti, che si esibiscono a Vienna, alla Scala, alla Fenice di Venezia. Se le voci sono italiane, il balletto subisce invece una forte influenza francese, così anche per la presenza di coreografi arrivati da Parigi. Del tutto italiani, di nuovo, i grandi scenografi, come Giuseppe Galli Bibbiena, della dinastia di scenografi e architetti toscani che preparò le scene per l’opera inaugurale, l’‘Arsace’. La politica del teatro era quella di assicurarsi la collaborazione stabile dei migliori scenografi ‘residenti’, come i tre fratelli Galliari, ai quali succedettero anche i figli. È il trionfo della messa in scena barocca e rococò, con i primi studi approfonditi di ambientazioni, arredi, oggetti di scena e luci mirate a esaltare lo stupore, perno centrale dell’ispirazione barocca.

Il Teatro Regio di Torino visto dall’alto
© Ramella&Giannese

Con l’avvento dell’era napoleonica – Napoleone presenzia a tre rappresentazioni – il teatro cambia più volte nome: nel 1798 diviene Teatro Nazionale, nel 1801 Grand Théâtre des Arts e nel 1804 Théâtre Impérial. Dopo la Restaurazione torna il termine ‘Regio’ e Carlo Felice, esperto appassionato di musica, incentiva le produzioni. L’amatissima soprano Giuditta Pasta, la più celebre cantante lirica dell’Ottocento, raccoglie enormi successi e accompagna il passaggio verso lo stile neoclassico e carloalbertino. È il nuovo re a dare un’impronta scenica precisa, chiamando gli architetti Pelagio Palagi ed Ernesto Melano a eseguire diversi lavori di rifacimento della sala. Si va affermando sempre di più quello che sarà il centro dell’opera lirica, in risposta all’evoluzione moderna del gusto e del pensiero dell’epoca: il melodramma. La rappresentazione scenica si libera da una certa staticità, che vede protagonisti i soli virtuosismi dei cantanti, e diviene più complessa, con l’aggiunta di più specifiche azioni coreografiche, la recitazione, il mutare delle scenografie. Il melodramma inventa un canone di racconto che miscela la musica ‘alta’ con un approccio che attrae, con maggiore comprensione dei testi, anche le classi popolari. Ci si è chiesti se il linguaggio cinematografico non sia nato proprio dal melodramma, che unisce arte e scrittura, magia e realismo. Di certo diventa il primo spettacolo totale del mondo.

Quella domenica mattina del 9 febbraio 1936, Torino non poteva prevedere la lunga attesa che ci sarebbe stata per riavere il proprio Teatro. Non si potevano immaginare l’orrore degli anni di guerra e la difficilissima ricostruzione del Paese. Malgrado fosse stato indetto subito un bando di progetto, per il Regio bisognerà aspettare più di un ventennio per rivedere aperto un nuovo cantiere. Una così lunga attesa, però, verrà premiata dall’intervento di un nuovo genio visionario dell’architettura, Carlo Mollino, che aveva già progettato l’Auditorium della RAI e l’edificio della Camera di Commercio. Le correnti di pensiero sulla ricostruzione erano le più diverse, dal, come diremmo oggi, ‘dov’era e com’era’, al desiderio di svincolarsi del tutto dalla tradizione, cosa molto ardua trattandosi di un teatro lirico. Il ‘dov’era’ era implicito, era la forma a essere in discussione. L’architetto Mollino presentò un progetto del tutto innovativo al limite dell’impossibile – si parlò addirittura di stravaganza – partendo però da un’idea fondamentale: la linea curva del barocco. Inoltre c’era la necessità di raccordare il nuovo edificio alla facciata alfieriana, rimasta intatta, per non sconvolgere il tratto stilistico e urbanistico originale di piazza Castello. Il risultato è come se l’architetto si fosse immerso nel pozzo scuro delle rovine rispettandone gli spazi perimetrali, ma dando a questi la sinuosità, e l’armonia propria della musica, di una forma nuova del tutto inusuale. E, anche, lavorando sulle profondità e sulle altezze. Non c’è dunque nulla di filologico nel Regio di Mollino, eppure esiste una profonda concordanza tra tutti i grandi progettisti che vi hanno operato nei secoli. Non solo Mollino inventa la straordinaria conchiglia della sala, ma stravolge il senso stesso delle tipiche gerarchie sociali che nei secoli hanno fissato un punto fermo: una sola fila di palchi e l’immensa platea che dev’essere di tutti, perché chiunque possa godere sullo stesso piano dell’esperienza musicale. Mollino, che progetta con cura estrema ogni dettaglio anche decorativo della sala e del meraviglioso foyer, si spinge più in là e annulla un pregiudizio se vogliamo salottiero ma anche ingombrante, cioè il colore del tutto, quel viola in numerosissime sfumature che da sempre è superstiziosamente proibito in ogni teatro. E facendolo mette al centro dell’opera l’avanguardia artistica internazionale di Torino. Ma questa eccezionale sorpresa è accompagnata da una doppia ‘gran macchina’: quella sontuosamente contemporanea, ordinata e accogliente, che vediamo entrando nella sala dal labirinto del foyer, e l’altra, di volumetria ben maggiore, che sta alle spalle del palcoscenico, l’enorme insieme dei laboratori che rendono possibile lo spettacolo. Il segreto del miracolo teatrale sta sempre in questo unirsi di forze e di talenti, il fremere della preparazione e l’occhio rapito del pubblico. La memorabile serata di inaugurazione del nuovo Regio, il 10 aprile 1973, offre un parterre irripetibile: ‘I vepri siciliani’ di Verdi, diretti nella prima e unica regia di Maria Callas e Giuseppe Di Stefano. La direzione d’orchestra viene affidata a Fulvio Vernizzi, costumi e scene sono dell’artista Aligi Sassu e Serge Lifar firma la coreografia.

Foyer del Toro
© Edoardo Piva

Da quella sera il Teatro non sì è più fermato, confermandosi non solo una delle più significative vetrine operistiche del mondo, ma anche uno dei motori produttivi più importanti per la città e la regione, moltiplicando le produzioni liriche, di ballo, i concerti, i musical. È significativo che il R egio, ogni anno, accolga migliaia di studenti in visita.Ed è persino commovente guardarli con la bocca aperta mentre si lasciano sedurre dagli enormi macchinari scenici, dal fervore dei laboratori di scenografia, costumi, trucco, dalle prove di ballo e di canto e da quelle dell’orchestra. Il melodramma invecchia? I volti dei ragazzi dicono di no. Prendono posto in platea, si alza il sipario e, ancora e ancora, ogni sera, si compie un sortilegio che non è spiegabile se non con la dedizione delle decine di persone che lavorano dietro le quinte, dei cantanti, dei musicisti. E ancora, ogni sera, si va in scena con un sogno che ci rende orgogliosi e più felici.

(Foto di TEATRO REGIO)