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Ilaria Bonacossa

Artissima si veste di nuovo

di Valentina Stiffi

Autunno 2017

DAL 2 AL 5 NOVEMBRE, ALL'OVAL DI TORINO TORNA L'APPUNTAMENTO CON ARTISSIMA.                                                                                                                                      LA NEODIRETTRICE CI SVELA IN ANTEPRIMA I RETROSCENA E LE NOVITÀ DI UN'EDIZIONE DAVVERO DA NON PERDERE.

«Sarà un’Artissima di ricerca, molto energica e giovane. Un’Artissima che guarda davvero al futuro dell’arte contemporanea e non necessariamente al mercato. Dove i collezionisti vengano per cercare qualcosa prima che sia troppo caro. Dove si possano scoprire o riscoprire talenti, quindi un luogo di scoperta e di produzione culturale».

Laureata in Storia dell’Arte contemporanea all’Università Statale di Milano, dopo un master in Studi curatoriali al Bard College di New York, ha collaborato qui con il Whitney Museum. Poi, per sette anni è stata curatrice della Fondazione Sandretto Re Rebaudendo a Torino e, dal 2012 al 2017, direttrice artistica del museo Villa Croce di Genova. Nel 2013 ha inoltre curato il progetto di Katrín Sigurdardóttir al Padiglione Islanda alla Biennale di Venezia. Il bagaglio culturale e la formazione professionale di Ilaria Bonacossa, insomma, sono avvenuti a Torino, mentre Milano è stato il luogo del suo periodo da free lance e Genova quello del confronto e delle relazioni con le istituzioni pubbliche, gli sponsor, le imprese. Tante esperienze che l’hanno portata, nel dicembre 2016, a essere nominata direttrice di Artissima, manifestazione che, anche quest’anno, si conferma unica nel panorama culturale europeo. Unica perché capace di attrarre gallerie, artisti, collezionisti e professionisti da tutto il mondo. E atterrare qui, ora, è sicuramente una gran bella responsabilità. Ma noi prestiamo fede a quanto ha dichiarato alla presentazione della XXIV edizione di Artissima – «Se l’arte da sola non può cambiare il mondo, ci auspichiamo che l’incontro con opere sorprendenti ed emozionanti possa cambiare il modo in cui ciascuno guarda la realtà» – sicuri che Ilaria Bonacossa partirà nel migliore dei modi.

©Silvia Pastore

Come vive questa nuova esperienza?

«All’inizio è stato ovviamente un cambiamento abbastanza radicale, perché arrivavo da 19 anni di lavoro nei musei. In realtà, poi, quando entri nei meccanismi della fiera ti rendi conto che non è così diverso. Piuttosto, ciò che è cambiato è proprio il mondo dell’arte: mentre la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000 sono stati il periodo delle biennali, l’ultimo decennio si è incentrato sulle fiere d’arte contemporanea. Questo perché hanno la capacità di riunire in uno stesso luogo artisti, collezionisti, galleristi, curatori e istituzioni. Oltre ad avere un grandissimo vantaggio: in un mondo in cui nessuno ha abbastanza tempo, l’idea di andare in un luogo solo e, in pochi giorni, ottenere una panoramica completa del mondo artistico contemporaneo è decisamente accattivante. In più, permette alle gallerie di avere accesso a un pubblico più disparato, più vasto, diverso da quello che visiterebbe il loro spazio specifico».

Un'Artissima che guarda davvero al futuro dell'arte contemporanea e non necessariamente al mercato. Dove i collezionisti vengano per cercare qualcosa prima che sia troppo caro. Dove si possano scoprire o riscoprire talenti, quindi un luogo di scoperta e di produzione culturale

Le novità dell’edizione 2017?

«Quella più visibile è la nuova sezione dedicata ai disegni, monografica e curata da due giovani curatori di Lisbona: Luís Silva e João Mourão. La loro città di origine non è un caso, dato che sta diventando la nuova Berlino degli anni 2020. Avere a disposizione qualcuno che proviene dal luogo in cui oggi vanno tantissimi giovani artisti, o dove aprono tante gallerie sperimentali, è un modo per avere un occhio in più puntato sulla creatività. ‘Disegni’ nasce da una mia passione per quest’arte, ma anche un po’ dall’idea che il disegno è una via di mezzo tra un’idea e un’opera finita; e poi, nel disegno si riconosce veramente il talento. La sezione non presenterà solo artisti emergenti, ma anche nomi storici e affermati. L’altra grande novità è che Artissima abbandona il catalogo cartaceo e lancia una nuova piattaforma digitale, dove poter fruire e visitare la fiera in tutte le sue parti. Le gallerie, ad esempio, caricheranno ciò che espongono all’Oval, ma anche la mostra che ospitano negli stessi giorni nei loro spazi. Così, per il visitatore sarà più semplice preparare la visita o soddisfare le sue curiosità. Sarà uno strumento molto più efficace. C’è inoltre un’agenda dove potersi segnare gli eventi che più interessano, in modo da conservare memoria della propria esperienza ad Artissima».

‘Shape E/P’, 2016, Filippo Minelli

‘After Image (Gray and Bayer)’, 2016, Céline Condorelli

Altri temi?

«L’aver scelto, per l’edizione 2017, di celebrare i 50 anni dalla nascita dell’Arte Povera, soprattutto perché Torino è riconosciuta a livello internazionale come città dell’Arte Povera per eccellenza. Ovviamente la fiera non è un museo, quindi non può essere sede di una mostra storica. Ma mi piaceva l’idea di utilizzare questo pretesto per indagare modalità alternative – come ad esempio il Piper (la discoteca sperimentale frequentata da artisti, cantanti, poeti, ndr) – ed evocare il Deposito dell’Arte Presente, che fu un’esperienza rivoluzionaria a Torino dal ’67 al ’69, creando in fiera un vero e proprio deposito fatto di scaffali, mensole, casse e scatole in cui viene riunita una specie di Pinterest dell’arte italiana dal ’94 a oggi. 1994 perché è stato proprio quello l’anno in cui è nata Artissima: un modo per stabilire un legame tra l’arte contemporanea italiana, che è sempre più interessante e solida, e la nascita della manifestazione. Nel deposito l’artista ‘più storico’ sarà Cattelan, per arrivare poi ai giovanissimi. Ovviamente non vogliamo essere – non ne abbiamo proprio la pretesa – l’enciclopedia dell’arte italiana, ci saranno sicuramente delle mancanze. Ma l’idea dei magazzini è intrigante: a pensarci bene, sono il posto dove le opere passano la maggior parte della loro vita».

Per il resto, la fiera si svilupperà come negli anni precedenti?

«Sì, le sezioni storiche di Artissima rimarranno, anche perché nel corso degli anni sono state prese a modello, quindi restano un bel risultato. Cambia un po’ la pianta della fiera, abbiamo lavorato per renderla simile a una Torino barocca: vie ortogonali con piazze molto scenografiche e più aree relax, che saranno più accoglienti grazie alla collaborazione e alla partnership con numerosi studi di design. Per fruire e gioire veramente delle opere, ogni tanto devi anche riposarti».

Torino e l’arte contemporanea: un rapporto ormai duraturo e sempre più solido…

«Riguardando la storia, forse ci si rende conto che senza l’Arte Povera questa vocazione al contemporaneo Torino non l’avrebbe avuta. Quegli anni hanno determinato un modo di ‘essere avanti’ che ha portato la città a scegliere quest’identità. Ed è importante che Torino continui a crederci. Il bello è che qui, a differenza di altre grandi città, l’arte contemporanea è sempre stata legata a una visione istituzionale. A Milano, per esempio, questo è un momento molto vivo dal punto di vista artistico, ci sono grandi investitori, la portata della sua economia è più europea che italiana; a Torino, invece, è la Città che crede nell’arte contemporanea, cosa che consente libertà non indifferenti, permettendo di uscire degli schemi. Lo vediamo anche nelle fondazioni private, che non hanno un brand da comunicare, ed è fondamentale».

Ilaria Bonacossa con lo staff di Artissima

Oggi qual è lo stato dell’arte contemporanea?

«Sta capendo cosa fare da grande. Bisogna comprendere se l’arte contemporanea diventerà un mondo più simile a quello del cinema, come la mostra di Damien Hirst a Venezia lascia immaginare, o se quelle saranno le eccezioni. Dopo momenti di dubbio, ciò che emerge è sicuramente una ricerca continua: a Hollywood continuano a esserci le grandi produzioni ma anche i film di ricerca, e sappiamo bene che un mondo non preclude l’altro. Sicuramente, il fatto che la finanza internazionale abbia scelto l’arte contemporanea ha creato dei cortocircuiti. Mi spiego meglio: entrare in un sistema di produzione capitalista mette gli artisti a dura prova, è molto più difficile mantenere alta la qualità del lavoro quando devi in qualche modo produrre per la finanza globale. I grandi artisti ci riescono, anche se diventano molto cari; tanti altri, invece, perdono la forza poetica della loro ricerca».

Il mercato, quindi, sta crescendo?

«A livello internazionale sì. E probabilmente si sta spostando. In Asia, oggi si registra un movimento del mercato dell’arte contemporanea che vent’anni fa si trovava solo in alcune città americane e nelle capitali europee, e questo obbliga il mondo occidentale a mettersi in discussione. Negli anni ’90 abbiamo sempre scelto gli artisti ‘localizzandoli’: quello iraniano doveva fare l’iraniano, e così via. Erano quasi dei simboli di un’alterità che il mondo occidentale voleva ‘consumare’; adesso, invece, le scene artistiche sono completamente diverse. Il mondo orientale non ha nessun bisogno di collezionare arte europea, perché ha già la sua. E questo, secondo me, rimescola tutte le carte in una maniera interessante».

Cos’è per lei l’arte contemporanea e come si è avvicinata a questo mondo?

«Ho studiato Lettere moderne prima di frequentare il master per curatori, e in qualche modo mi è sempre interessato di più vivere la storia nel momento in cui viene creata. Avendo, poi, una maggiore predisposizione per il visivo e arrivando da una famiglia che è sempre stata legata all’arte, ho scelto di dedicarmi completamente al contemporaneo».

Il primo ricordo di Artissima? 

«Nel 2002. Da lì non ho perso un’edizione».

 


Leggi l’intervista a Ilaria Bonacossa per Artissima 2020