Il 19 giugno Torino ospiterà uno degli appuntamenti più prestigiosi della scena gastronomica mondiale: la cerimonia di premiazione di The World’s 50 Best Restaurants 2025, il riconoscimento internazionale che, dal 2002, seleziona e celebra i migliori ristoranti del pianeta. Un evento che non si limita a incoronare l’eccellenza culinaria, a fornire una “semplice” classifica, ma che riflette le trasformazioni della cultura del cibo, le evoluzioni del gusto; i 50 Best rappresentano una celebrazione della creatività culinaria nel mondo, capace di raccontare le tendenze, i talenti emergenti e le culture attraverso il cibo.

Eppure, nonostante l’importanza e il prestigio dell’iniziativa, la comunicazione sull’arrivo dei 50 Best a Torino è stata finora sorprendentemente silenziosa. Molti, anche tra gli addetti ai lavori, non sono ancora a conoscenza dell’evento. Ed è proprio in quest’ottica che si è inserito l’incontro di lunedì 14 aprile al Circolo dei lettori: 50Best e Stelle Michelin: certificazione dell’eccellenza e opportunità di business, un primo passo per accendere i riflettori, creare consapevolezza e attivare una narrazione condivisa capace di coinvolgere il territorio.
Promosso da Camera di commercio di Torino, Ascom Confcommercio, Turismo Torino e Confesercenti Torino e Provincia, in collaborazione con Fondazione Circolo dei lettori, l’incontro è stato un momento di confronto sul valore delle eccellenze enogastronomiche come leva di crescita e sviluppo. A guidare la riflessione, il giornalista Guido Barosio, che ha accompagnato il pubblico attraverso un dialogo trasversale e ricco, insieme a esperti di comunicazione, marketing, intelligenza artificiale e rappresentanti del mondo food&wine. Una tavola rotonda che ha messo a fuoco il valore strategico del racconto del gusto e della qualità, come elemento identitario per la città e come occasione unica di visibilità internazionale.

Ad aprire le danze è stato Marco Do, direttore comunicazione e relazioni esterne di Michelin Italia, che ha invitato a fare un passo indietro rispetto all’immaginario collettivo: «Mettiamo subito in chiaro un concetto: se pensate alla Michelin e pensate alle Stelle, lasciate da parte questo pensiero. Il focus del nostro lavoro è da sempre sul cliente. D’altronde la Michelin è nata come guida di consigli culinari per chi viaggia. E nulla in effetti è cambiato, da cent’anni a questa parte. O meglio tante cose sono cambiate ma non questa. Non diciamo se uno chef è bravo, ma se il ristorante vale la sosta per chi sceglie di fidarsi della nostra opinione. E infatti la nostra guida non contempla solo “stellati”, ma una selezione di luoghi che consigliamo a vari livelli». Il valore della guida, secondo Do, risiede nel linguaggio, simbolico e accessibile, e nel criterio con cui viene costruita: la raccomandazione di un’esperienza di valore, non solo l’attribuzione di premi.
Da qui si è poi entrati nel vivo del tema economico parlando di uno studio sulle ricadute economiche che i viaggi enogastronomici generano a partire dai consigli della Guida: la ricerca condotta su 238 ristoranti stellati, 400 strutture ricettive e 200 attività commerciali (enoteche, caffè…) in tutto il mondo rivela che, solo nel 2023, i clienti dei ristoranti selezionati dalla Guida sono stati oltre 2,3 milioni, generando un indotto virtuoso sul territorio circostante fatto di pernottamenti, consumazioni e acquisti.

Dopo Marco Do, Eleonora Cozzella, presidente dell’Accademia Italia 50 Best e direttrice de Il Gusto per La Stampa, ha tracciato il profilo evolutivo del premio che arriverà in città a giugno: «I 50 Best non nascono come una guida vera e propria: all’inizio erano semplicemente un grande sondaggio tra esperti del settore. Con il tempo, però, quel sondaggio si è trasformato in una classifica, e da lì è diventato anche una guida seguita in tutto il mondo. Una guida atipica, profondamente internazionale, che mette a confronto ristoranti di Paesi diversi, culture diverse, stili di cucina differenti. Uno dei suoi segreti? La capacità di evolversi con intelligenza. Nata nel 2002, la classifica ha saputo rinnovarsi anno dopo anno, diventando oggi una delle voci più autorevoli della gastronomia globale».
E parlando di ricadute economiche? Eleonora Cozzella si è soffermata sul ruolo del ristoratore/chef come figura imprenditoriale e sull’importanza di analizzare l’alta ristorazione dal punto di vista dell’indotto economico e culturale. I 50 Best per Torino non saranno solo un evento, ma un’occasione per analizzarsi attraverso la “lente” del settore food & wine.
A prendere la parola è stata poi Serena Fasano, Communication manager, delegata Piemonte UNA Aziende della Comunicazione Unite, per parlare di canali e sistemi di comunicazione legati al mondo dell’alta ristorazione: «Una comunicazione a sé, diversa per molti motivi. Anzitutto perché ha più bisogno di narrazione e posizionamento che di visibilità pura». Un posizionamento che richiede coerenza assoluta: nel messaggio, nel canale, nel risultato. E quando si parla di differenze con il mondo digitale mainstream, il caso degli influencer food è emblematico. «Nella ristorazione d’alta gamma è complicato vedere attività di influencer per come le conosciamo. E qui torna il tema della coerenza: è complesso trovare una narrazione di questo tipo realmente affine all’identità di uno stellato. Per tanti motivi. Non è un fatto di bene o male, ma tecnico. Ed è solo uno dei piccoli dettagli che ci mostrano quanto la comunicazione dell’alta ristorazione abbia percorsi e caratteristiche tutte sue, sia online che offline».

Tra gli ospiti anche Mauro Carbone, direttore ATL Langhe Roero, che ha offerto una prospettiva di lungo periodo sull’enogastronomia come leva per la valorizzazione territoriale. «I grandi player internazionali per decenni non hanno inserito l’enogastronomia tra i motivi di un viaggio. Poi la sensibilità è cambiata. L’Italia ne è stata testimone. Ma non parliamo solo di gastronomia, bensì di qualità diffusa: ristoranti d’eccellenza, borghi d’eccellenza, strutture ricettive d’eccellenza… E tutti se ne prendono cura».
Simone Favarin, service designer UX/UI & AI, ha portato invece l’attenzione sull’innovazione tecnologica, mostrando quanto strumenti come l’intelligenza artificiale stiano già rivoluzionando l’intera filiera: dalla personalizzazione del servizio alla gestione del food cost, fino alla formazione del personale. «Il limite non è tecnico, ma culturale: spesso non prendiamo in considerazione strumenti che oggi già abbiamo». L’intervento si è chiuso con due esperimenti scenografici generati grazie all’intelligenza artificiale: un dialogo virtuale tra Guido Barosio e il leggendario chef Paul Bocuse, seguito da un monologo di Gualtiero Marchesi mentre immagina il suo ristorante di cucina eterna. Due icone che, pur nel digitale, riportano il discorso su un piano profondamente umano.

Infine, il tocco emotivo e filosofico è arrivato con l’intervento di Valerio Saffirio, imprenditore della comunicazione, che mostra subito un estratto del film Ratatouille, quello in cui il temutissimo critico Anton Ego, assaggiando la semplice ratatouille del protagonista, viene improvvisamente riportato alla sua infanzia. Un ritorno emotivo potente, capace di annullare ogni distanza tra il piatto e la memoria, tra il presente e ciò che siamo stati. È proprio da qui che è partita la riflessione di Saffirio: l’emozione come elemento centrale dell’esperienza gastronomica, ancora prima del gusto o dell’estetica. L’emozione come vero investimento, che coinvolge non solo l’aspetto economico, ma anche quello culturale ed emotivo: «Il fine dining deve toccare l’anima. Deve essere un’esperienza di senso. Una linfa invisibile che rimane tale fino a quando non diventa effettivamente esperienza. Fino a quando non ci richiama a noi stessi, per davvero. L’alta ristorazione, a parte la qualità, le materie prime… deve avere un valore quasi spirituale, attraverso cui ricordarci cosa siamo stati e soprattutto cosa siamo ora, in questo preciso momento. Questa è l’emozione per la quale vale l’investimento».
Anche questo incontro è stato attraversato da emozioni, racconti e visioni, ma senza mai perdere di vista la concretezza, la competenza e la capacità di progettare il futuro. Una serata intensa, che lascia spunti concreti e visioni future. I 50 Best a Torino non sono solo un evento da celebrare, ma un’occasione per ripensare al valore culturale e imprenditoriale del cibo, alla capacità di una città di raccontarsi anche attraverso un piatto. È tempo di accendere i riflettori e se questo è l’antipasto del fermento che ci attende per l’arrivo dei 50 Best a Torino, possiamo davvero prepararci ad assaporare qualcosa di eccezionale.
