Bene la prima, molto bene la seconda, in marcia per la terza. Questa, in sintesi, la direzione artistica di Giulio Base al Torino Film Festival. Classe 1964, regista, sceneggiatore, attore e produttore, nel 2024 è stato scelto dal Museo Nazionale del Cinema per dirigere il TFF, incarico che ricoprirà ancora nel 2026.
A caldo: com’è andato questo TFF?
«Benissimo direi. Se non fossi contento sarei un incontentabile, e non lo sono. L’altr’anno la vulgata vuole che io abbia rilanciato – in chiave internazionale – questo festival e, inevitabilmente, ciò ha significato, nel 2025, avere gli occhi puntati addosso. La buona riuscita anche di questa edizione, quindi, mi ha reso orgoglioso del mio lavoro, della mia squadra e di un festival sempre più conosciuto a livello mondiale».
Qualche numero evocativo dell’edizione?
«38.000 presenze in sala con un programma che ha mantenuto lo stesso numero di titoli dell’anno passato: 120 suddivisi nelle tre sezioni di concorso e nelle tre sezioni non competitive. Il riempimento della sale – le tre del Massimo e le due del Romano – è arrivato all’83% con 65 titoli sold out».

Tema Spike Lee: a noi ha emozionato fin da subito il pensiero di averlo a Torino… Com’è stato?
«È stato entusiasmante anche se non era scontato perché lui è molto proteiforme, quindi, può sempre succedere di tutto. Se gli gira storto o non gli piace qualcosa non te le manda a dire. Invece un po’ l’accoglienza, l’amicizia con me, la Stella della Mole e la presenza di altri grandi maestri del cinema… ha reso tutto perfetto».
Un commento su The Garden of Earthly Delights il lungometraggio vincitore?
«Direi orgoglio. La felicità di avere un film che è bellissimo e che ti chiedi perché non l’abbiano preso Cannes, Berlino o Venezia. La risposta, probabilmente, è che, toccando temi così delicati, altri abbiano preferito non rischiare… Noi lo abbiamo fatto e la nostra giuria ci ha dato ragione».
Qualche film da segnarci perché ne sentiremo parlare?
«Oltre al film vincitore, secondo me, le due scommesse che abbiamo fatto in apertura e in chiusura sono due film che potrebbero darci delle belle soddisfazioni alla serata degli Oscar. “Eternity” e “Nuremberg” con un Russel Crowe ancora più bravo che ne “Il Gladiatore”».

Quanto è funzionale la Stella della Mole per il lavoro del TFF?
«Ha accompagnato il cambiamento del festival. Un conto è invitare qualcuno a un festival, un conto è invitarlo per ricevere un riconoscimento che è stato dato prima ad altri mostri sacri come Ron Howard, Martin Scorsese, Sharon Stone o Angelina Jolie».
Come sarà l’edizione 2026 dedicata a Marilyn Monroe?
«Me la immagino ancora migliore dei due anni precedenti, perché il mio obbiettivo è migliorare sempre e correggere gli eventuali errori. Mantenendo la colonna vertebrale cinefila, autoriale, graffiante e di ricerca».

Perché Torino è adatta ad essere una specie di “capitale” italiana del cinema?
«Perché il cinema è nato qui, in questa città. E poi perché il TFF si sta dimostrando un festival di livello non solo nazionale ma europeo e, ora, anche mondiale. Poi qui c’è il Museo Nazionale del Cinema, unico in Italia, e la Film Commission più longeva del nostro Paese. Entrambi hanno compiuto 25 anni proprio quest’anno».
3 cose che le piacciono particolarmente di Torino?
«L’eleganza aristocratica della città e dei suoi abitanti, Il gelato al gianduja di Fiorio e la panna di Ghigo».

Capitolo “critiche”: quando si inseriscono in programma masterclass ed eventi c’è chi dice che c’è troppo poco cinema… Quando si tengono solo i film, diventa un TFF poco coinvolgente… Ne usciremo mai?
«La ricetta per uscirne o, almeno, quella che cucino io, è avere le icone del cinema che incontrano il pubblico ma in sala. Introducendo un film. Perché i film rimangono il punto cardine del nostro festival. Anche il glamour, sì, ma in sala».
Quanto è importante a livello europeo il Torino Film Festival oggi e quanto deve migliorare in questo senso?
«È sicuramente nella top 10 per un cineasta. Non è più la zattera di salvataggio degli esclusi dai grandi festival mondiali o europei. Torino è una signora vetrina, tant’è vero che anche grandi registi, oggi, vogliono debuttare proprio qui. Da noi film importanti hanno la possibilità di essere lanciati con il giusto rilievo senza correre il rischio di essere sopraffatti come altrove».

Tanti registi esordienti (o quasi) in concorso durante questo TFF: come descriverebbe l’attuale vocazione del festival?
«La ricerca della memorabilità di un’opera. Questo è il principio con il quale ci siamo mossi con la squadra dei selezionatori. Film memorabili che lasciano un segno, che ti lasciano qualcosa che può essere nel cuore o nella mente. Che non ti lasciano indifferente. Film che non siano belli e basta».
Un pensiero rivolto al grande Paul Newman: lo abbiamo celebrato al meglio?
«Rivedendo i 24 film della retrospettiva e ascoltando le parole degli illustri 24 personaggi che abbiamo scelto per introdurre le pellicole… mi sono ancora più innamorato di Paul Newman. E di tutte le infinite sfaccettature di un attore unico».

A noi la scelta di avere “solo” due cinema, peraltro vicini, tali da creare un microcosmo di percorrenza, ci è sembrata una buona decisione, anche da un punto di vista turistico. Sarà confermata?
«Sì. È una formula che funziona. Un festival devi potertelo godere. E un programma non ridondante in sale comode da raggiungere te lo consente. E consente, a coloro che non conoscono la città e che vengono qui per il TFF, di scoprire alcuni degli angoli più belli di Torino».
Dicevamo, oltre quarant’anni di TFF, 25 anni di Museo Nazionale del Cinema… Da torinesi era difficile pensare che sarebbe nato tutto ciò. Tra 10 anni dove dobbiamo essere?
«50 anni fa – quando è stata girata “La donna della domenica” – vedere una troupe a Torino era come incontrare un marziano. Oggi è la normalità e il cinema è pane quotidiano per questa città che ha le carte in regola per essere, domani, l’attrice principale del rilancio della settima arte in Italia».

Da uno a dieci quanto è stressante e quanto è bello essere direttore del TFF?
«Per me è un’esperienza talmente bella e importante che non posso dare meno di 10. Anche lo stress potrebbe meritare un voto molto alto, ma la fatica è mitigata dal poter vivere questa sfida nella città dove sono nato e che amo. Dove sono cresciuto, dove mi sono formato, dove ho guadagnato il mio primo stipendio. Grazie alla quale sono potuto diventare chi sono oggi».
Il futuro di Giulio Base sarà al Festival di Venezia?
«Del doman non v’è certezza». Sorride.
(foto TFF)
