L’Italia è tra le principali potenze mondiali nei settori dell’ingegneria e dell’architettura, occupando stabilmente il terzo posto per livello di internazionalizzazione, subito dopo Stati Uniti e Cina. Ci pensate? Noi dopo cinesi e americani, e davanti a tutti gli altri… C’è da non crederci, invece è proprio così; un dato sostenuto da diverse classifiche globali di settore (ad esempio, sono una dozzina le società italiane incluse nella Top 225 International Design Firms).
Allarghiamo però il discorso: non è solo un fatto di essere bravi, e quindi desiderati, ma soprattutto un tema di opportunità; infatti, se osserviamo bene i dati, scopriamo che il mercato estero rappresenta oggi circa il 30% del fatturato complessivo del comparto, per un valore stimato tra i 4 e i 5 miliardi di euro, con una crescita costante negli ultimi anni.
Rincariamo la dose: le grandi aziende arrivano a generare fino al 90% dei ricavi fuori dai confini nazionali, e anche le realtà più piccole mostrano una crescente apertura internazionale. Europa, Medio Oriente e Africa sono le aree di maggiore espansione e i mercati più prosperi; a conferma della capacità italiana di competere in contesti complessi grazie soprattutto a competenze progettuali integrate e a una forte reputazione del Made in Italy.
Insomma, il mondo chiama le aziende italiane quando deve progettarsi e costruirsi… Ma com’è che il nostro Paese ha un sistema edilizio e di infrastrutture vecchio di 50 anni?
Un po’ di dati: oltre il 70% degli edifici residenziali italiani è stato costruito prima del 1976 (ovvero prima delle normative antisismiche diffuse); l’80% degli edifici è in classe energetica E, F o G (le peggiori); si stima che un aggiornamento complessivo di queste carenze potrebbe costare oltre 1.000 miliardi di euro (ergo non si può fare).
Non sentite anche voi questo neanche troppo velato odore di ennesimo, italico paradosso? Io lo sento distintamente ogni volta che chiamano me e la mia squadra per progettare grandi complessi edilizi in giro per il mondo. Nel tempo siamo stati negli Emirati Arabi, in Inghilterra, in Chad, in Oman, a progettare università, complessi ospedalieri, “semplicemente” case… E quando arriviamo nei posti, mi spiego la statistica di cui sopra: vogliono noi, non altri.
Ecco quindi la riflessione: ma non è che forse dovremmo volerci di più in primis noi stessi? E con “volerci di più” intendo esaltare e non mortificare le nostre eccellenze imprenditoriali, coinvolgendole in percorsi burocratici snelli e funzionali (e non in gironi infernali che fanno passare perfino la voglia di iniziare i progetti), sostenendole per permetterne la crescita e una sana competizione con il mondo, evitando di stritolarle fino a che ne rimarrà soltanto una come Highlander?
Chiedo per molti amici…
