Cos’hanno in comune James Cameron – canadese, uno dei più grandi registi viventi, che detiene tre dei maggiori incassi di tutti i tempi – con Torino, prima capitale d’Italia, prima città industriale, sempre più meta edonista del turismo internazionale? I due non si conoscono, non hanno mai lavorato assieme e forse non lo faranno mai, hanno storie differenti, anche se si potrebbero piacere. Quindi nulla? Ci fermiamo all’evocativa mostra della Mole? E invece no.
Perché un dato comune certamente esiste: la nostra gemma sabauda ha dato i natali al cinema italiano nel 1896, prima della FIAT, del Toro e della Juve. Perciò, quando si parla della settima arte, noi siamo in pole position. E poi Cameron, come Torino, ha la capacità di rigenerare il reale, di mutare il punto di vista, di creare qualcosa di innegabilmente diverso partendo dal già visto e conosciuto; di intuire il nuovo quando, per gli altri, ancora nuovo non è.

Del cinema abbiamo già detto, ma la civiltà dell’auto parte da noi (nel 1899, cinque anni prima della Ford a Detroit), da noi la moda diventa industria, noi abbiamo reinventato le Olimpiadi della neve e le ATP Finals di tennis… tutte cose che c’erano prima, ma che Torino ha reso migliori e differenti.
Nel modo di operare di entrambi c’è, evidente, una traccia comune: il lavoro fatto dall’inizio alla fine, progettuale e attento a ogni dettaglio, sovente con poche deleghe. Cameron non è un regista come gli altri, scrive sceneggiature, crea i soggetti, produce, si occupa del montaggio, concepisce luci, oggetti e sonorità. E anche Torino funziona così, dall’industria agli eventi tutto ha un qualcosa di militare, di inclusivo con la città, che non è mai solo contenitore, ma contenuto, sostanza, modo di immaginare le cose poco incline a recepire l’estraneo.
Bene, ci stiamo avvicinando. Ma ci stiamo, soprattutto, avvicinando al tema, che è quello degli scenari. Cameron ne ama risolutamente tre: il contesto tecnoindustriale, l’acqua, la foresta. E su questa triade abbiamo costruito la nostra provocazione cinematografica: il regista dove avrebbe ambientato alcuni dei suoi film più celebri se fosse stato torinese?
Nel gioco ci siamo avvalsi dell’AI addestrata da Marco Barletta. Così, questi falsi d’autore, non solo ve li raccontiamo, ma proviamo anche a farveli vedere. In una sorta di mostra immaginaria e diffusa in giro per la città.

Cominciamo con Piraña paura (1982), non certo un capolavoro ma sicuramente un cult. A noi piace proporvelo nelle acque della Dora, niente di più diverso dallo scenario caraibico originale, ma gli insaziabili pescioloni sono geneticamente modificati. Quindi, perché non immaginare che siano stati creati in uno dei nostri laboratori high tech – siamo o non siamo la città delle nuove tecnologie? – per essere poi liberati incautamente (incautamente?!) nel meno celebre tra i fiumi cittadini? Naturalmente ci abbiamo aggiunto del nostro: quei murazzi silenziosi, quelle case popolari che li osservano, quel contesto da “gotico VS bagna cauda” fanno pensare a un horror movie dal successo longevo, Piraña paura, per l’appunto.

Per Terminator 1 (1984) e Terminator 2 (1991) abbiamo scelto le OGR, il contesto di archeologia industriale più evocativo della nostra città. Se Cameron decidesse di girare un’altra puntata della saga il posto giusto sarebbe questo: la smisurata ex fabbrica dove tutto è grande, oversize, certamente evocativo, anche se il passato è stato cancellato da un presente geneticamente modificato, dove non c’è più nulla delle funzioni originarie, ma il sentiment sì: fragori che non si sentono più, odori smarriti, istantanee come fantasmi di fucine e scintille. Immaginare Terminator che avanza sotto quelle volte è già un film stesso, che non ha quasi necessità di trama, con la vita umana a difendersi dalla minaccia tecnologica, in sembianze umane a sua volta, forse per questo ancora più spaventosa.
Titanic (1997) non è solo un’icona del cinema, il film che si è aggiudicato più Oscar della storia (insieme a Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re), ma è anche il mito personale del regista, che ha esplorato il relitto ben 33 volte. Data l’assenza del mare noi ci “accontentiamo” del Po, coi suoi scenari aulici: il re dei transatlantici procede tra le rive della città dei re. Tutto meravigliosamente impossibile, a partire dalle dimensioni e dal fondale, ma ci viene in soccorso Isaac Asimov, che scriveva: «Quando mi fanno notare che l’astronave che ho appena descritto non può funzionare, rispondo che non importa. È stata concepita perché finalizzata alla scena, alla narrazione, non serve che funzioni, io di mestiere faccio lo scrittore, non l’ingegnere». Quel fantasma oceanico che passa di fronte al Castello del Valentino è un viaggio onirico puro, al contempo cameroniano e torinese. Dominato da un colosso a cui è impedito naufragare, ma dal quale Kate Winslet e Leonardo Di Caprio non potranno mai scendere.

Con Aliens – Scontro finale (1986) ci giochiamo l’asso piglia tutto: la Mole Antonelliana. Tranne che per il romantico e visionario Dopo mezzanotte di Davide Ferrario (2004), il nostro tempio più celebre non ha mai attratto la settima arte. E sembra quasi impossibile, dato che i piani di lettura sono sostanzialmente infiniti, e soprattutto alieni alla realtà: mystery, fantasy, horror, fantascienza, persino il genere mitologico troverebbe asilo… In quel soggetto verticale anomalo, inedito a livello europeo, quanto piuttosto orientale in trasferta, ogni avventura fuori dal limite potrebbe, o avrebbe potuto, incontrare accoglienza. Io, personalmente, ci avrei sempre visto benissimo King Kong, arrampicato in alto verso la stella, a difendersi da assalti e rombanti biplani. E Cameron? Lui, avesse conosciuto la Mole, ci avrebbe sicuramente portato Alien, meno rassicurante del ribaldo scimmione, ma perfetto per l’immagine luciferina della nostra città. Nel mio immaginario l’Alien di Cameron riesce nel suo intento e arriva sulla Terra, dove – sempre nel mio immaginario – non può che scegliere come rifugio il monumento di Antonelli. Perché? Perché con le sue forme architettoniche gli ha ricordato i templi del pianeta natale.

Come potrebbe finire non ve lo dico, perché, col passare degli anni, nella filmografia di Cameron, la solidarietà verso il diverso ha preso il comando delle operazioni. È tempo di Avatar, anzi degli Avatar. Il primo film della serie ha uno scenario ideale, quello più pertinente di tutti: il Parco del Valentino, l’emanazione vistosa della città più green in Europa, la nostra. Ma è anche un luogo magico, forse abitato da creature ultraterrene, misterioso come la foresta di Sogno di una notte di mezza estate. A quegli alieni spirituali ed ecologisti, orgogliosi e resilienti, in fragile contrapposizione all’arroganza umana, piacerebbe molto, perché anche Torino ha il suo bosco incantato, basta osservarla dall’alto, con quella giungla urbana che si dispiega ai due lati del Po. Questa tappa della nostra mostra immaginaria ha più un significato poetico e visionario che narrativo. Siamo in un quadro a tre dimensioni, perfetto per i sognatori, ma anche per l’AI.
Momento conclusivo “appena fuori dalle mura”, per un’immersione, non solo visiva, nel lago di Avigliana, il luogo scelto per Avatar – La via dell’acqua. Anche qui correnti e piante fanno da cornice, ma in un contesto più bucolico e meno urbano: siamo nel luogo del rifugio, della rivincita, esattamente come nel film. La location ci piace assai perché il Piemonte – nella sua natura, come nei suoi monumenti – ha un fattore M (M come mistero), che lo rende tappeto volante ideale per spiccare il volo verso l’immaginazione. Sa accogliere bene il cinema proprio per quello, offre se stesso ma si sintonizza con le narrazioni altrui: più impervie e azzardate appaiono, meglio è.
Nel nostro gioco, James Cameron a Torino ci sta benissimo. Invitiamo chi visiterà la mostra della Mole a guardare la città con occhi diversi. Piraña e Terminator, Aliens e Na’vi, persino il Titanic, possono prendere residenza in città, perché il cinema è un sogno a vele spiegate. E il maestro canadese è uno di noi.
(elaborazioni AI – MARCO BARLETTA)
