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Lorenzo Pregliasco

Osservare i trend per comprendere la società

di ALESSIA BELLI

Primavera 2018

ELEZIONI IN ITALIA, BREXIT IN GRAN BRETAGNA E TRUMP IN AMERICA. CON IL COFONDATORE DI YOUTREND E QUORUM CERCHIAMO DI CAPIRE DOVE STA ANDANDO IL MONDO ATTRAVERSO L'UNICO STRUMENTO IN GRADO DI SCATTARE UN'ISTANTANEA DEL NOSTRO TEMPO: IL SONDAGGIO

Da diversi anni, ormai, due progetti innovativi creati da un gruppo di giovani universitari vengono presi come riferimento dai più importanti media nazionali per comprendere cosa pensano gli italiani sui maggiori temi di attualità e sugli andamenti delle ultime campagne elettorali. Si tratta del web magazine di informazione e approfondimento YouTrend e dell’agenzia Quorum: attraverso sondaggi accurati e lo sviluppo di strumenti sempre più dettagliati e precisi – e, soprattutto, a portata di click per tutti – seguono e raccontano i trend sociali del nostro paese. Cofondatore è Lorenzo Pregliasco, giornalista trentenne torinese esperto in data journalism, autore de ‘Il crollo’ (Eir, 2013) e docente all’Università di Torino, alla Scuola Holden, all’ateneo bolognese e al King’s College di Londra. Mentre cresceva il fermento per la recente campagna elettorale (la nostra intervista risale ai primi di febbraio), l’abbiamo incontrato negli uffici di Torino da poco inaugurati: «È qui che ci occupiamo della produzione dei contenuti, dagli articoli ai report, di strategia politica ed elettorale, con la realizzazione di ricerche, sondaggi e campagne di comunicazione». Nel corso della chiacchierata ci ha mostrato da vicino anche l’ultima piattaforma interattiva digitale, Rosatellum.info, utilissima per comprendere a livello sia locale che nazionale anche gli scenari delle ultime elezioni politiche.

Ma partiamo dall’inizio…

«L’idea è nata nel 2011, quando eravamo ancora all’università. Condividevamo la stessa passione nei confronti della politica e del racconto della politica attraverso i numeri. Un approccio più tipicamente americano e anglosassone, che all’epoca non era molto diffuso in Italia, ma che ora lo sta diventando sempre di più. Abbiamo provato a lanciare online uno strumento in grado di fare informazione – YouTrend – ma che potesse anche stare sul mercato attraverso un lavoro di sondaggi e consulenza su committenza l’agenzia Quorum. Questo è stato il punto di partenza della nostra avventura: poi, anche attraverso l’esperienza delle ultime elezioni, ci siamo resi conto a poco a poco che esisteva un pubblico molto interessato al nostro operato, composto certamente da addetti ai lavori ma, in buona parte, anche da appassionati che seguono con attenzione la politica e il mondo dei sondaggi».

Con Enrico Mentana durante un incontro al Museo Egizio

E avete scelto Torino come headquarter…

«In realtà, siamo sempre stati una struttura policentrica: con me e Matteo Cavallaro, torinesi, ci sono i soci Giovanni Diamanti dal Veneto, Davide Policastro dall’Emilia Romagna e Roberto Greco dalla Puglia, oltre a tutto il nostro staff. Finora avevamo lavorato in remoto, collegandoci da diverse parti d’Italia; poi abbiamo avuto la necessità di ampliarci e abbiamo deciso di strutturarci su due sedi fisiche. Torino è interessante per questo tipo di sperimentazioni: ovviamente ci capita molto spesso di andare a Roma e in giro per l’Italia, ma a questa città appartiene una dimensione nazionale e internazionale che permette di lavorare bene su ciò che riguarda le proiezioni; inoltre, ha una vivibilità migliore rispetto ad altre metropoli italiane».

Lorenzo Pregliasco a una lezione per la Scuola di Politiche di Enrico Letta a Roma

 

Condividevamo la stessa passione nei confronti della politica e del racconto della politica attraverso i numeri. Un approccio tipicamente americano e anglosassone

In un mondo in cui ognuno pubblica online ciò che pensa, ritieni che i sondaggi potranno mai basarsi sui social?

«Siamo abbastanza conservatori, anzi scettici, rispetto a quanto possa essere generalizzabile quello che accade sui social. Ci sono società che fanno listening e analisi del sentiment (o opinion mining, basata sull’elaborazione del linguaggio naturale per estrarre informazioni soggettive da diverse fonti, con larga applicazione nell’analisi dei social media, NDR), mentre noi ci andiamo cauti per diverse ragioni: la prima è che soltanto una parte dell’intera popolazione, seppur significativa, è attiva sui social. Stiamo parlando di circa il 50% nel caso di Facebook e del 6/7% nel caso di Twitter: numeri troppo bassi per generalizzare, senza contare il grosso divario digitale che c’è ancora nel nostro paese. L’altra ragione è che, in realtà, queste analisi potrebbero basarsi essenzialmente su Twitter, perché solo qui i profili sono tutti pubblici e accessibili a chiunque, ma come abbiamo visto è veramente marginale nella nostra società».

Sul La7 durante una puntata di Omnibus

Qual è il campione minimo affinché un sondaggio sia valido?

«Per un’indagine media, dalle 800 alle mille interviste. Con questi numeri si ha un margine di errore del 3% circa, che non è proporzionale perché, per ragioni statistiche, aumentando il campione non si riduce il margine di errore».

Durante l’intervista

Quali sono, dunque, le potenzialità e i limiti?

«Con i sondaggi, nonostante tutto, si cerca d’includere nel campione l’opinione di tutta la popolazione. Si tratta quantomeno di un tentativo. Pur riconoscendone le sfide, le criticità e i problemi, al momento i sondaggi restano la modalità migliore per capire come vanno le cose. E mi lascia sempre un po’ perplesso l’atteggiamento che molti dimostrano nei confronti di questo tipo di analisi, senza applicare poi lo stesso spirito critico a tutto il resto. In quanti altri settori, e ben più delicati di un sondaggio politico, accettiamo che esista un margine di volatilità? Basti pensare alle previsioni economiche fatte a inizio anno: hanno un impatto ben più profondo sulla vita dei cittadini, eppure il loro margine di errore lo accettiamo. I sondaggi non sono previsioni ma misurazioni, fotografie che ritraggono il momento in cui vengono scattate. Troppo spesso, invece, sono interpretati come previsioni da qui a sei mesi, mentre credo che il modo migliore per restituire loro credibilità sia iniziare a prenderli per quello che sono».

Il risultato di oggi quanto può influenzare l’opinione pubblica di domani?

«Certamente può avere un effetto. La pubblicazione di un sondaggio è uno dei tanti fattori che possono incidere sul risultato di una campagna elettorale, ma non è il solo. Ci sono mille variabili. Credo bisognerebbe riflettere di più sul tema del sondaggio usato come strumento di convincimento da parte del candidato, ma questo fa parte della narrazione politica da sempre».

A proposito di politica, cos’è oggi l’America di Trump?

«Erano in pochi ad aspettarsi la sua vittoria, ma i sondaggi non erano poi così sbagliati. Questo primo anno di presidenza è stato sicuramente complicato, perché le misure concrete che Trump aveva indicato non sono andate molto avanti. Sono stati solo due i passaggi importanti: la riforma fiscale e la nomina alla Corte suprema del giudice Gorsuch. Al di là di questo, nonostante abbia la maggioranza al Congresso, Trump è sembrato molto in difficoltà. Sarà interessante vedere quanto riuscirà a fare d’ora in poi e, a novembre, seguire le elezioni di midterm, che potrebbero rovesciare gli equilibri e determinare una maggioranza democratica al Senato, portando degli stravolgimenti elettorali».

Durante gli Election Days nel 2015

E qual è l’opinione sull’Europa al tempo della Brexit?

«È uno dei solchi su cui si gioca anche la campagna elettorale italiana. Abbiamo una componente filoeuropea e una antieuropea. Io, però, sono dell’idea che nella mente dell’elettorato questo tema conti un po’ meno rispetto a quanto conta nella percezione degli analisti. L’elettorato vota piuttosto in base alle proposte sulle tasse, la sicurezza, l’immigrazione e le pensioni. È però significativo come una parte dell’opinione pubblica, non solo italiana, viva con una certa sofferenza la cessione di sovranità all’Unione europea. Ad esempio, in un sondaggio realizzato recentemente nel Regno Unito a proposito del referendum sulla Brexit, la maggioranza degli inglesi ha dichiarato che la decisione presa un anno fa è stata quella giusta. C’è stata poi l’eccezione Macron: ha vinto il candidato più europeista e moderato, certo, ma molto del suo successo è imputabile al sistema elettorale francese. Ha avuto la fortuna di vedere azzoppati prima i socialisti e poi il centro-destra, e la sua vittoria, bisogna riconoscerlo, è stata anche una vittoria di antisistema. In questo senso, paradossalmente, è meno lontano da Trump di quanto sembri, perché è stato eletto l’uomo forte senza partito che si proponeva di superare le vecchie ideologie».

C’è un sondaggio che vi piacerebbe realizzare?

«Mi piacciono molto i sondaggi locali, che sono poi quelli che si fanno meno perché c’è un minor interesse mediatico. Io ne farei uno a livello delle grandi città. Penso a uno studio approfondito su Roma, ad esempio, con il caso Raggi: un’indagine che sveli cosa pensano i romani, se la situazione è migliorata o peggiorata, quanta colpa danno all’attuale amministrazione, ecc. Finora non ho mai visto nulla del genere, e sono dell’idea che sarebbe molto interessante».

(Foto di MARCO CARULLI e ARCHIVIO LORENZO PREGLIASCO)