C’è stato un tempo in cui Torino sembrava una vecchia signora borghese che aveva smesso di ricevere ospiti. Chiusa in casa, con l’argenteria del passato e i piatti buoni a prendere polvere. Poi qualcosa è successo. Ha riaperto le finestre, si è guardata allo specchio e ha capito che per non morire doveva cambiare. Tranquilli, succede anche a chi cucina: si evolve o si apre un’enoteca.
Io a Torino ci vivo, ci cucino e la mastico tutti i giorni. Negli ultimi anni l’ho vista cercare nuove strade, inciampare, rialzarsi. Ha provato ad essere città culturale, green, smart, città per giovani e per startup. A volte ci è riuscita, altre ha fatto la fine di certe ricette troppo pretenziose: belle sul menu, pesanti da digerire. Eppure, mi piace questa sua ostinazione. È una città che sta imparando a cucinare con quello che ha. A riscoprire i suoi ingredienti veri: i quartieri che si svegliano, le idee che crescono nei laboratori sociali, le piazze che tornano vive. Non sarà perfetta, ma ha fame di futuro. E questo, per una cuoca, è già un buon punto di partenza.
Cosa serviremo a tavola nella Torino che verrà ?
Allora mi sono chiesta: se Torino fosse un piatto, oggi, che sapore avrebbe? E soprattutto: tra vent’anni cosa serviremo a tavola nella Torino che verrà ? Ecco cosa mi sono immaginata. Un menu, sì, ma anche un racconto. Il menu della Torino del futuro.
Antipasto: il riciclo nobile. Radici spontanee raccolte nei parchi urbani, pane fatto con farine recuperate e fermenti di comunità (che non sono una setta, ma un panificio in Barriera). È l’antipasto dei nuovi poveri creativi: gente che non butta niente, neanche le idee.
Primo: pasta al traffico zero. Pasta fatta in casa con grano coltivato a meno di 10 km dal centro, condita con pomodori cresciuti nei cortili condominiali. La mangi mentre scorrono tram silenziosi e biciclette elettriche. Nessuno suona il clacson. Forse è un sogno (o solo il 2045).
Secondo: spezzatino di stampante 3D. Proteine vegetali stampate in 3D, perché la carne del futuro non viene più da un animale, ma da un algoritmo. A Torino l’hanno perfezionato due ex studenti del Politecnico che adesso cucinano con una startup e due fornelli a induzione.
Dolce: gelato climatico 2.0. Un gelato fatto con frutti che prima crescevano in Sicilia e ora sbocciano qui in collina. Il clima cambia, e pure le merende. Questo gelato è buono, ma anche un po’ inquietante. Ti fa venire voglia di piantare un albero.
Digestivo: infuso di consapevolezza. Acqua del rubinetto filtrata al punto acqua intelligente del quartiere. Aromatizzata con menta urbana e foglie di fico rubate al vicino. Si beve in compagnia, in una piazza che era parcheggio. Si brinda al cambiamento, anche se non si sa bene da dove iniziare.
Mangiare è sempre stato un atto politico. Lo dico da cuoca e da cittadina. Nel futuro lo sarà ancora di più: sceglieremo con la bocca, con la testa e con il cuore. Torino, se lo vuole, potrà sedersi a quella tavola a testa alta. Non avrà tutte le risposte, ma magari avrà imparato a farsi le domande giuste. E se il dolce dovesse venire male vabbè… ci sarà sempre il gelato.
