La paura fa 90, come ci insegnano folklore e smorfia napoletana, ma soprattutto fa parte di noi, da tempo immemore, e ha accompagnato ogni passo dell’evoluzione umana. Se scaviamo nella sua etimologia possiamo notare che il termine paura, affondando le proprie radici nel greco eolico antico, ha un significato particolarmente “fisico”, e fa infatti riferimento all’essere percossi, atterriti, e perfino alla sfera linguistica dell’urlo e del cadere nel terrore.
È interessante la fisicità che questa etimo esprime e ci fa riflettere su quanto la paura fosse ieri molto più “pratica” di come la intendiamo oggi (fortunatamente). Se scendete di casa e chiedete a qualcuno di confessarvi delle paure probabilmente chi vi risponde non dirà di temere di essere percosso da un momento all’altro (si spera), ma vi parlerà magari di incertezza, dubbi, insoddisfazione… L’ignoto per esempio ci terrorizza, specie al tempo dell’illusione del saper tutto, e cerchiamo in ogni modo di tenerlo lontano, o semplicemente di non pensarci. Pensiamo poi alla paura del buio, quella di Monsters & Co., dei mostri sotto il letto e di tante altre notti. Non a caso il non sapere è spesso associato alle tenebre, mentre la conoscenza alla luce.
L’innovazione tecnologica è un ambito di ricerca psicologica molto interessante perché include in sé sia una buona dose di paura che di fascino. Andare avanti ci spaventa, nella vita come nelle scoperte, ma allo stesso tempo ci stimola e ci sembra quasi necessario, perché vediamo nell’avanzare della tecnica anche un miglioramento della nostra persona (a volte è così, altre probabilmente no). Questa ambivalenza è particolarmente evidente nell’avvento dell’intelligenza artificiale, quella IA (o AI) che noi comuni mortali avevamo relegato ai film e ai romanzi di fantascienza; l’apoteosi della tecnologia che incute sia fascino che paura. Paura di che? Dell’essere sostituiti? Nah. Del non capirla a fondo? Nemmeno. La paura dell’intelligenza artificiale è di nuovo paura della vastità, del potenziale infinito, del buio che non riusciamo a illuminare e che alla fine ci inghiotte.
L’intelligenza artificiale se usata con cognizione è uno strumento incredibile e utilissimo
E in effetti l’AI fa un po’ paura; ma perché fa “così” paura? Perché a fine maggio capita che ti svegli un giorno con i telefonini degli italiani invasi da SMS che scimmiottando l’INPS tentano di truffare persone vulnerabili o distratte con link fraudolenti. Persone che tra l’altro in quei giorni aspettavano proprio dall’INPS (quella vera chiaramente) aggiornamenti sul proprio assegno unico e universale; gente già abbastanza tesa insomma, cui certo non serviva anche un tentativo di truffa su scala nazionale (segnalato dalla stessa INPS).
Anche per queste cose di questi tempi è un po’ più difficile fidarsi anche dell’AI, perché molto spesso l’interazione che abbiamo con la tecnologia è un simpatico rapporto truffa-fregatura.
Detto ciò, l’intelligenza artificiale se usata con cognizione è uno strumento incredibile e utilissimo, e gli SMS di truffa (il cosiddetto smishing, ne abbiamo parlato qui) sono assolutamente intercettabili con un po’ di arguzia e nozioni di base.
Chi ce le insegna queste nozioni? A Torino un buon partner può essere Cesin Group, azienda del territorio che tiriamo spesso in ballo quando parliamo di tecnologia, perché da quasi trent’anni accompagna le imprese nelle grandi e piccole transizioni tecnologiche. E lo fa con i prodotti, con l’assistenza e con la formazione, affiancando un po’ in ogni ambito, dalla scelta dei PC alle nuove realtà di gaming, dai software per rendere più rapidi i processi alla cybersecurity.
È una realtà interessante perché è profondamente attiva sul territorio ed è il partner ideale soprattutto per quelle piccole-medie imprese che applicano la propria transizione tecnologia con più di qualche passo incerto.
Torniamo sul tema AI, insieme a Igor Fiammazzo, AD di Cesin Group: «La nostra mission resta quella di affiancare le aziende nel migliorare l’efficienza dei loro servizi e del loro business, e di conseguenza non potevamo non guardare all’intelligenza artificiale. Negli ultimi anni abbiamo concentrato parte dei nostri sforzi proprio su questa novità, e in collaborazione con And Italia abbiamo iniziato a commercializzare le loro soluzioni di AI per creare assistenti virtuali ideali».
Dove vengono utilizzate? «Nei musei, nei circoli, nelle ASL, nei colloqui di lavoro, in qualsiasi reception… Le opportunità di queste tecnologie sono vaste, l’importante è saperle usare».
E la paura della tecnologia? «Sentimento comprensibilissimo. Specialmente quando vediamo situazioni come il citato smishing. Però con le conoscenze e i partner giusti si ha sempre meno paura».
Per questo fate anche formazione alle imprese? «Abbiamo pensato a un percorso che insegnasse alle aziende come tutelare la propria cybersicurezza, perché è importante avere gli strumenti, ma la tranquillità passa anche dalla consapevolezza».
Quindi niente paura? «Paura direi di no, perché poi diventa un limite, ma attenzione sicuramente sì».
L’AI è sia buona che cattiva? «Nessuna delle due: saremo ancora noi a dover fare la differenza».
