In questa edizione di Torino Magazine che affronta, tra gli altri, il tema del lavoro, è importante avere alcune consapevolezze. Tra queste che non ha più senso guardarsi alle spalle sperando nel ritorno a un passato industriale che non tornerà nei termini nei quali l’abbiamo vissuto dal dopoguerra sino a pochi anni or sono.

Quel tempo, quello del colosso unico che garantiva occupazione a intere generazioni, è finito. Torino ha bisogno di una nuova architettura del lavoro, non di nostalgia. Negli ultimi anni abbiamo puntato su turismo, cultura, ristorazione. Bene, ma non basta. I visitatori aumentano – 3,6 milioni nel 2023 – ma questi settori non sempre riescono a generare occupazione stabile, e fanno fatica a valorizzare il capitale umano della città. Detta molto in sintesi: per ogni chef che emerge, ci sono decine di lavoratori in condizioni fragili, temporanee. Non può essere questo il futuro del lavoro.
Serve una strategia diversa. Serve progettare il futuro. Torino ha competenze, formazione, creatività. Ma se non accompagniamo questi asset con un disegno chiaro, se non costruiamo percorsi per far nascere e crescere imprese nei settori chiave – aerospazio, intelligenza artificiale, mobilità elettrica, fintech – restiamo fermi, mentre altri territori corrono.

Le potenzialità ci sono. Quello che va costruito con continuità è un ambiente favorevole. Non si può pensare di attirare innovazione con procedure farraginose, con progetti che si impantanano per mesi tra autorizzazioni, pareri, conferenze dei servizi.
Torino deve diventare una città che progetta con tempi certi. Che riqualifica, riconverte, rigenera, senza rimanere ostaggio dell’inerzia. Abbiamo ancora molte aree dismesse, vuoti urbani che potrebbero essere nuovi distretti dell’innovazione, dell’industria leggera, della formazione tecnica. Ma troppo spesso restano immobili perché manca un disegno unitario, una regia capace di unire visione e semplificazione. Servono percorsi più rapidi, chiari, trasparenti. Non soluzioni affrettate, ma un’urbanistica del fare, che sappia abilitare e non bloccare.

La città può e deve ripartire da qui: da una nuova alleanza tra pubblico e privato, da una pubblica amministrazione che sia acceleratore e non ostacolo, da un’idea di sviluppo che metta al centro la qualità del lavoro, la sostenibilità, il valore sociale dell’impresa. Non possiamo più attendere piani calati dall’alto o promesse salvifiche. Dobbiamo attivare le energie che già ci sono, costruire una rete di imprese, università, cittadini che condivida una direzione comune.
Torino può essere una capitale della nuova manifattura, dell’economia della conoscenza, del lavoro di qualità. Ma solo se saprà porsi anche nei confronti degli investitori stranieri come accade in altre città d’Europa. Ora serve cominciare a progettare, a semplificare, a riconvertire, come già è stato in passato, e come occorre ricominciare a fare ora.
