È uscita in sala, a giugno, La Cocina, l’ultima fatica cinematografica di Alonso Ruizpalacios, regista messicano decisamente interessante, abbastanza indipendente, che siamo felici di vedere un po’ nelle nostre sale. È andata così: un amico ci ha detto che gli piacerebbe avere agli Oscar cose del genere, noi ci siamo fidati, e siamo andati a vederlo al cinema Eliseo di piazza Sabotino.
La traduzione italiana del titolo, ovvero Aragoste a Manhattan, seppur meno interessante dell’originale La cocina, ci inserisce subito nella trama del film, che sostanzialmente gira interamente attorno a un ristorante di Times Square; uno di quelli da centinaia di coperti, fatturati astronomici e cucine da decine di lavoratori tra chef, mezzi chef, pelapatate, camerieri e chi più ne ha più ne metta. La maggior parte immigrati da Sudamerica, Nordafrica, Balcani… con qualche problemino di documenti, poche speranze, tanto bisogno di lavorare.
E la narrazione di Ruizpalacios segue proprio loro, i volti della cocina, rigorosamente in bianco e nero (a parte per una scena) raccontandoci a diverse profondità le vicende di ognuno; esplorandole un po’ di più, come nel caso dei “protagonisti” Pedro e Julia, o decisamente di meno, come per tanti altri di questa grande, spettinata brigata. Dentro questo film riescono a incastrarsi amore (o quasi), critica politica, perfino un po’ di giallo… ma noi puntiamo a una recensione totalmente priva di spoiler quindi per quanto riguarda la trama ci fermiamo qui.
Cosa possiamo dirvi? In primis che questo non è un film facile (per il bianco e nero, per le due ore e venti, per la stranezza di certe scelte di ritmo), ma è sicuramente interessante. A noi è piaciuto molto perché parla di tante cose (a volte fin troppe) e dona parecchi spunti di riflessione. Ve ne segnaliamo uno: gli spazi che costruiscono la realtà. La cucina in questo film è senza fine: una bolgia infernale mai doma in cui non c’è posto per l’umanità, al massimo per un po’ di fratellanza data dallo stare insieme sul fondo. Un ingranaggio che mangia, mastica, se va bene sputa, e non può fermarsi. Gli anfratti del ristorante sono indefiniti, ambigui, come vicoli di una città sotterranea; lontana pochi metri, ma in verità anni luce dal ristorante di sopra, quello dei “privilegiati” in cui i nostri non sono ben accetti, se non per preparare. E perfino il vicolo della pausa dal lavoro è un posto a sé, definito perlopiù dal poco tempo che può offrire; un tempo in cui tentare, goffamente, di riappropriarsi di umanità ed emozioni che altrove qui non hanno mai spazio.
E questa è solo una delle tante metafore curiose che questo film, bello, non un capolavoro, ci offre. Dentro ci sono Sean Baker, Cuarón, perfino Iñárritu, e tutta questa voglia tipica latina di dire cose anche se possono dare fastidio. Il nostro invito è quindi quello di dare a La cocina di Alonso Ruizpalacios una chance, oltre ogni ragionevole dubbio, con un po’ di buona predisposizione a scovarne i sottotesti, magari per parlarne insieme al bar. Per noi è un 8/10.
