Adolescence è la miniserie televisiva britannica del momento, ideata da Jack Thorne e Stephen Graham, e ambientata nello Yorkshire nel 2024. Quattro episodi da 50/60 minuti, sulla bocca di tutti da ormai un paio di settimane. Finalmente l’abbiamo vista anche noi… quindi ecco un nuovo appuntamento de la redazione recensisce!
La polizia irrompe nella casa dei Miller con un mandato d’arresto per Jamie Miller: il tredicenne è accusato di aver ucciso a coltellate una compagna di scuola. Al minuto 58 del primo episodio il video di una telecamera di sicurezza ci dà la certezza della sua colpevolezza.
I genitori di Jamie, così come tutti gli adulti della storia, sono increduli, non sanno dove cercare spiegazioni. Siamo in una cittadina normale con una scuola normale, una famiglia normale, un ragazzo normale. Manca un tassello del puzzle. Un tassello minuscolo con un peso enorme: il web.
Quello che emerge è la totale inconsapevolezza dell’esistenza di un certo tipo di mondo online e soprattutto dell’influenza che questo può avere sulla mente di un giovane adolescente che sta plasmando la sua identità.
Il merito della serie è proprio quello di aver portato sugli schermi (delle case) una realtà estremamente attuale e poco conosciuta: quegli spazi online radicalizzati, veri e propri aggregatori di odio, risentimento e linguaggio violento. Nella seria si parla di incel: è il termine con cui si autodefiniscono i membri di una di queste subculture misogine. Gli incel inneggiano alla supremazia maschile, si dichiarano vittime della società, delle donne in primis, che incolpano per la loro condizione di “celibi involontari” (da qui il termine “in-cel”).
È un movimento in crescita. Secondo un report del 2022 del Centre for Countering Digital Hate (CCDH), le quattro piattaforme incel analizzate ricevevano oltre 2,6 milioni di visite mensili.
Speravamo in un po’ più di approfondimento sul tema? Assolutamente sì. La sensazione, personalissima, è che si tratti di una serie che strabilia se non si è mai sentito parlare prima di questi temi. Ci sarebbe piaciuto scavare un po’ di più nell’argomento, data l’occasione, e non limitarsi a un accenno del mondo della manosphere.
Menzione d’onore al terzo episodio: 50 meravigliosi (e allarmanti) minuti di puro dialogo tra Jamie e la psicologa, senza pause o interruzioni, e con un unico rumore, ovvero le voci dei personaggi in scena. È il momento cruciale, viene fuori la mente del tredicenne in tutta la sua complessità e confusione: dalle urla in uno scatto di rabbia all’implorare, un secondo dopo, l’approvazione della donna. “Tu mi trovi brutto?” Più che una frase è il simbolo di una disperazione che dimostra una fragilità e un senso di inadeguatezza ingestibili; una frase che ci mette davanti a una verità (scomodissima), e cioè che il ragazzo, prima di diventare carnefice, è lui stesso una vittima (delle influenze interne ed esterne, dell’odio, del bullismo, della società insomma). E non sa come gestire tutto questo perché non ha gli strumenti emotivi per farlo. Non comprende la gravità delle sue azioni, è distaccato dalla realtà, dai valori, dalla compassione.
Interessante la scelta dell’utilizzo del piano-sequenza, per cui ogni puntata è composta da un unico take. Il risultato però non è esaltante. Se da un lato riesce a immergere lo spettatore nella scena, dall’altro lo rende a volte poco naturale e molto rallentato, con dialoghi che a volte sembrano quasi dover riempire il vuoto.
Forse quello che ci possiamo portare a casa da questa serie, dalla disperazione straziante dei genitori di Jamie che si chiedono se sono stati dei bravi genitori, è una sorta di campanello d’allarme. Una lucina rossa lampeggiante che accende la consapevolezza su quello che può succedere in una cameretta chiusa, sullo schermo di un cellulare e nella testa di un ragazzino. E forse ci stimola anche a riragionare sui rapporti coi ragazzi in quella fase di costruzione di sé stessi così delicata e influenzabile che è l’adolescenza.
Quello che crediamo possa salvarci, a prescindere dal livello di “tecnologicità” (che uno sia genitore, nonno, insegnante, allenatrice), è il dialogo. Quello vero, di confronto, di scontro, ma anche di ascolto e conoscenza di sé e dell’altro. Indubbiamente difficile, ancor di più se con un adolescente.
Veniamo al voto. Abbiamo visto le puntate una in fila all’altra. La terza puntata ci ha ingannato, abbiamo creduto in un crescendo che non è arrivato. Un po’ delusi, di primo impatto avremmo dato appena una sufficienza, ma scrivendo questa recensione ci siamo accorti che ha stimolato in noi tante riflessioni, e ci è rimasta in testa. In più, totale gratitudine per aver portato al pubblico un tema così importante, trattato troppo spesso in modo unidimensionale e semplicistico. Voto: 7.5
