Una recente ricerca statistica condotta da noi medesimi, quindi senza nessuna valenza scientifica, perpetuata in luoghi di vita vera (bar, ristoranti…), ha evidenziato come un torinese su due, quando pensa a un pasto particolarmente soddisfacente (godereccio direbbe qualcuno), fa riferimento a pietanze della nostra tradizione. Quindi agnolotti, guancia, fritto misto, panna cotta… Una formazione culinaria che i torinesi (anche d’adozione) conoscono a memoria come quelle dell’Italia dell’82 o del 2006. E in realtà siamo abbastanza d’accordo anche noi: certamente amiamo esplorare le culture gastronomiche, immergerci in preparazioni estrose, ma allo stesso tempo come facciamo a non sbavare di fronte a un piatto della nostra tradizione, preferibilmente costruito a regola d’arte? Semplicemente non possiamo, al cuor non si comanda.
Ecco però che la libido aumenta in particolare quando ci si confronta con luoghi di ristorazione che non solo riescono a proporre queste ricette con adeguata autenticità, ma allo stesso dimostrano una notevole attenzione ai dettagli (materie prime, impiattamento, apprezzabili varianti…); con una dovizia di lusinghe al piatto stesso qualcuno direbbe “da ristorante”. Espressione a cui rinunciamo volentieri (anche se un po’ rende l’idea). Dunque, mentre i posti che esercitano la nobile arte della tradizione non sono pochi (fortunatamente), quelli che riescono nella missione di cui sopra non sono poi così tanti.
Lo diciamo alla Luca Bizzarri: «Non avete un amico che ve li consiglia?». Amici del genere sono rari, bisogna tenerseli stretti, ma per fortuna ci siamo noi. E siamo qui per (ri)dirvi che uno di questi templi della cucina tradizionale piemontese espressa con mano e modo è in via Annibale Caro 12 a Torino, si chiama Ristorante Belvedere ed è uno di quei posti da scrivere con la penna rossa sul taccuino delle buone idee gastronomiche in città.

Petto d’anatra ai frutti rossiNon è in centro, si posiziona un po’ a metà, in quella ottima, media distanza in cui lo stress urbano cala, ma non inizia ancora quello da “viaggio”. Noi adoriamo questo posto, lo diciamo così, senza pudore, per due motivi principali. Il primo è che si mangia benissimo (i giri di parole stanno a zero), il secondo è che il Belvedere è una bella storia: il ristorante esiste da parecchio tempo, ma Luca e Alessandra (l’ultima generazione) nel giro di dieci anni hanno avuto il coraggio di disegnare un’identità simile e nuova rispetto a quella storicizzata, regalando a noi uno degli indirizzi food più concreti della città. Non aspettatevi fuochi d’artificio (sì magari un paio), ma piuttosto una puntualità nei gusti e nelle preparazioni rara.

Parlano i piatti che ci hanno preparato. Plin con fondo bruno e mollica croccante: la tradizione certo, ma anche la voglia di non darsi per scontati. Petto d’anatra ai frutti rossi: la tecnica applicata alla cottura, con una gradita nota scandinava. Guancia di vitello cotta a bassa temperatura con crema di patate: un regalo di Natale in anticipo. Il bunet con i nocciolini: l’altro regalo, quello dello zio che non ti aspettavi. La crema di cachi con meringhe e marron glacé: il piatto che mangi, godi e poi non confessi al nutrizionista (al nutrizionista che si occupa della tua salute, perché a quello che ti cura le buone emozioni corri a riferirlo).

Insomma, il tempo come al solito corre, è arrivato un altro autunno, e noi siamo contenti di tornare ogni volta al Belvedere. Nonostante ormai sia conosciuto, apprezzato, recensito… trova sempre il modo di stupirci, con l’irreversibile semplicità delle cose fatte per bene.

