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Anche le città dormono

Ritratti di città

di Tommaso Cenni

SPECIALE giugno 2019

SFUMATURE, SI TRATTA DI SFUMATURE, PIÙ O MENO INTENSE, PIÙ O MENO ESTESE. UN MODO DI VEDERE E SENTIRE LA CITTÀ CERCANDO QUELLE APPARENTEMENTE MENO EVIDENTI, MA CHE FANNO PARTE DEL VIVERE QUOTIDIANO E CHE, SE NON CI FOSSERO, ANDREBBERO INVENTATE. È COSÌ CHE NASCONO QUESTI RITRATTI DELLA NOSTRA ULTIMA PAGINA, PICCOLI E GRANDI PROTAGONISTI NEI QUALI OGNUNO DI NOI PUÒ VEDERE UN PEZZO DI SÉ. OPPURE NO

Anche le città dormono

Una città può dormire anche di giorno? Prendete una domenica pomeriggio di mezza periferia. Una di quelle che Juve e Toro hanno già giocato; di quelle che vai dai nonni o amici o genitori a pranzo, e ti addormenti sul divano. Di quei pomeriggi di giugno con il sole che scalda già abbastanza da sentirlo, con il vento che tira e nessuno a passeggio. Le saracinesche giù e l’unico rumore sono le foglie che quel vento sposta senza una logica apparente. La città, o almeno questo pezzo, dorme, anche se sono le cinque del pomeriggio. E non se ne vergogna. E dà la possibilità di osservarla, se ti concentri, mentre dorme, e di scoprirne tratti che non conoscevi, o non ricordavi. Io ricordo la mia scuola elementare, io che esco subito dopo pranzo per fare qualcosa, ora è sbiadita nel tempo, e non la saprei definire. Ricordo però le serrande abbassate, anche se non era domenica; ricordo solo poi le foglie che (quel) vento muove e il più assurdo e indimenticabile silenzio della mia vita. Dove non me lo sarei mai aspettato.

Quanto sono belle le ragazze che cantano insieme senza preoccuparsi di chi le ascolta

Liberté

Quanto sono belle le ragazze che cantano insieme senza preoccuparsi di chi ascolta. Cantano per se stesse e questo le rende bellissime. Ci manca quella libertà, ostacolata dai tanti micro-limiti o divieti che usiamo imporci senza neanche accorgercene; quando decidi di non cantare una canzone che danno alla radio e che ti piace, solo perché imbarazza. Come in tutte quelle notti che vorresti dire che è stata una bellissima serata, ma ti fermi per qualche strana paura di risultare banale. Per ogni volta che vorresti dire «stasera andiamo al mare», e semplicemente non lo dici. Per qualsiasi situazione nella quale vorresti proporre, esprimerti, cantare, ma per qualche motivo alla fine non lo fai. Abbiamo bisogno di queste liberta semplicemente perché sono conquistabili; perché la vacanza non è sapere che sei in ferie ma il primo scorcio di mare che vedi scendendo in Liguria. Perché quelle ragazze cantano, che le si ascolti oppure no, e a loro basta questo.

C’è chi sale e c’è chi scende

C’è chi sale e c’è chi scende, ciò che è sempre uguale (oltre a questo moto perpetuo) è la faccia dell’autista stanco con l’occhiale da sole e la sigaretta al capolinea, la ragazza che cede il posto all’anziana che non lo vuole, chi scruta controllori alla fermata, quello con le cuffiette che crede non si senta nulla, la testa appoggiata al finestrino di chi ormai dorme, e allora ti chiedi da dove venga tutta quella stanchezza. Nel frattempo, ci sono i ragazzini che escono da scuola con lo zainetto, le madri con il chador e quattro bambini per mano, l’ultima ragazza in fondo che legge un libro e il resto sembra non esistere. Le signore a cui cadono i limoni presi al mercato, i signori con la barba bianca che vogliono chiacchierare, un bambino in braccio alla mamma che ti sorride e non sai perché, e ricambi istintivamente. E intanto salgono alcuni, scendono altri, e pensi a quanta vita può passare su una linea di autobus.

Vivere in attacco

A certe ore del giorno evito di percorrere corso Moncalieri, per il semplice fatto che ci si ritrova tutti appassionatamente fermi in coda. Ogni volta. E tutti a pensare che saremmo potuti passare da un’altra strada, ma nessuno alla fine lo fa mai. Piano piano, però, con l’avvicinarsi dell’estate qualcosa cambia: le macchine cominciano a essere meno, il verde ci circonda, i finestrini stanno giù, e io ricordo i racconti di uno zio che a fine primo tempo si spostava da una parte all’altra dello stadio perché vedeva il Toro solo in attacco. E fermo al caldo, con la radio accesa, il sole che batte sull’occhiale da sole ormai inerme, penso alla prospettiva: vivere in attacco. Non che non esistano la difesa e la sofferenza, per carità ci sono, lo sappiamo, ma voglio vivere in attacco. E allora di questa coda, di questa testa a cercare il sole che ti scalda, piegato un po’ come Marat, colgo la musica che mi piace, la serenità di non poter andare da nessuna parte, la musica che ti chiede di essere cantata.

(Foto di ROBERTA LAVAGNO)