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Silvio Vigliaturo

Alla base di tutto... la luce

di Andrea Cenni

Inverno 2020

IL MAESTRO DEL VETRO SILVIO VIGLIATURO, ORAMAI CONSACRATO DALLE MOSTRE INTERNAZIONALI A LUI DEDICATE, RACCONTA LA SUA IDEA DI CITTÀ DELL' ARTE DEL FUTURO. TORINO MAGAZINE INCONTRA DI NUOVO L'ARTE, DOPO L' INTERVISTA DEDICATA A UGO NESPOLO E ALLE SUE IDEE DI CAMBIAMENTO.

Silvio Vigliaturo è un artista e un amico, e la sua spinta creativa di artista non si distacca mai dalla sua idea di vita e del senso della vita. Trasporta in un’arte particolare, quella del vetro, la sua cultura e la sua esperienza, ma anche le sue emozioni e il desiderio di spiritualità, comunque la si voglia intendere. Se Torino vorrà essere città dell’arte, nei prossimi anni dovrà mettere a sistema tante componenti: certamente quelle più internazionali e legate al grande collezionismo, certamente quelle per cui Torino è presente nelle grandi aste con l’Arte Povera a fare da locomotiva, ma anche, naturalmente, una rete di competenze e professionalità maturate nel tempo e riconosciute in mezza Europa. Vigliaturo è uno dei pochi ad avere un Museo dedicato, nella sua Acri, terra delle origini.

Vigliaturo, se volessimo partire dal definire l’arte oggi, cosa potrebbe dirci ?

«Facendo riferimento all’arte dell’ultimo decennio, mi sono reso conto che i collezionisti, e coloro che si approcciano per la prima volta al mercato dell’arte, sono persone con un’importante base culturale, che conoscono e hanno apprezzato l’arte precedente a quella dell’ultimo periodo, quella che ora possiamo definire storicamente importante. Questo lo percepisco anche a Torino. Vengono da me in bottega – mi piace definirla così, per collegarla alle botteghe artistiche rinascimentali, fucine di grandi avvenimenti dove hanno lavorato tutti i grandi nomi immortali di quell’epoca – per acquistare le mie opere e, sempre più spesso, lo fanno sottolineandone l’armoniosità e il valore estetico che andrebbe ad arricchire le loro abitazioni. Il Bello, però, non è sufficiente se non è supportato da un racconto importante, capace di toccare argomenti difficili e tali da innescare una discussione; un contenuto ricco che non si imponga mai sulla forma dell’opera».

Silvio Vigliaturo nel suo studio

Si sente una sorta di desiderio di stupire con idee nuove e innovative, ma parrebbe anche esserci la volontà di tornare alla bellezza, a un certo tipo di riconoscibilità dell’espressione artistica al di là dello stupore. Questo passaggio potrebbe essere importante per rivedere la gente in mezzo all’arte, e non solo i collezionisti?

 «Ogni epoca storica e artistica è segnata da gruppi di artisti che hanno saputo stupire attraverso innovazioni ancora importanti ai giorni nostri. Un esempio significativo è quello dell’Arte Cinetica, forse l’ultimo movimento artistico in grado di portare innovazioni reali nel mondo dell’arte. Difficile avere ulteriori innovazioni, dopo questo grande movimento. La bellezza si manifesta sempre con semplicità e facilità. Dimenticare il proprio passato, anche quello prossimo, sarebbe un errore gravissimo, significherebbe negare a se stessi ciò che è accaduto. Le mie emozioni e le mie creazioni spesso nascono da suggerimenti di questo passato. In Europa, attraverso grandi centri come Parigi, Londra e Berlino, così come a Torino, l’arte si è mossa inseguendo le chimere dell’assurdo e di vari livelli di irriconoscibilità. La riconoscibilità, però, è un aspetto importante. Racconto un aneddoto simpatico e significativo. Nel 2005 ho avuto la grande possibilità di esporre a Sansepolcro, nel Museo di Piero della Francesca; durante il periodo della mostra, incontrai la direttrice nella sala del museo dov’è posizionata quella che ritengo essere una delle opere più importanti mai realizzate, la ‘Resurrezione’, e lei mi disse, piacevolmente sorpresa, che molti visitatori – europei e americani – vedendo i miei lavori li additavano, citando il mio nome. La riconoscibilità è importante, quasi quanto la firma alla base dell’opera».

In questi anni ha realizzato mostre in molte città europee, che cosa succede oggi a livello artistico in Europa e che aria si respira?

«Dopo la crisi bancaria americana, molte cose sono cambiate anche nel mondo dell’arte. È venuto a mancare l’apporto, in termini d’acquisto, del ceto medio. Chi ha avuto più potere economico ha dettato le regole. L’aria che si respira, comunque, è quella di un cambiamento: stiamo tornando al ‘saper fare’ e, se questo è preceduto da un’idea importante, sarà probabile che, nel prossimo futuro, le cose ‘facili’ avranno meno successo di quanto non ne abbiano avuto finora. Inoltre, sono le opere di grandi dimensioni a fare da apripista a questo cambiamento. Sembrava che non avessero più mercato, perché l’acquisto di opere tanto voluminose è sicuramente difficoltoso, invece, per quanto mi riguarda, saranno queste a fare da traino in un prossimo futuro. Ma penso che il mercato lo stia già confermando».

E Torino che sensazione le dà, da questo punto di vista?

«Nella nostra città è accaduto tutto ciò che è accaduto in Europa, con la prima eco importante della Pop Art, che nasce sulla scia delle necessità dei musei americani, e con la volontà di inserire l’arte americana prima di ritornare ad acquistare, come in precedenza, opere in  Europa. La sensazione è che anche l’Arte Povera abbia seguito questo filone, attraverso grandi fondazioni, in qualche modo per riempire e dare spazio all’invenzione del pagare poco per vendere a molto».

‘Vibrazioni marine’, scultura in vetro, 68×93 cm

Se potesse essere direttore di un ente museale cittadino, quali sarebbero le prime tre cose che farebbe?

 «Rispetterei il cammino di Torino nel mondo dell’arte, un po’ come avviene alla GAM. Ovvero, proprio per far capire i risultati e i passaggi, partirei con grandi opere dell’Ottocento di artisti piemontesi. Arrivando a oggi, inserirei un percorso artistico che attraversi la storia dell’arte del territorio piemontese, dedicando a tutti uno spazio adeguato. Vorrei evitare l’arroganza con cui si fanno e si propinano nuovi acquisti, guardando a un panorama più ampio nella nostra città. Infine, vorrei ancora aggiungere un mio pensiero: ci siamo dimenticati del Gruppo dei Sei, Boswell, Chessa, Galante, Levi, Menzio e Paulucci. Un grande movimento, senza parlare di Casorati che, insieme a Morandi, creò il ‘ritorno all’ordine’. Dimenticati! Il Museo MACA Collezione Permanente Vigliaturo nasce nel 2006 a seguito della donazione di 240 mie opere, tra disegni, pitture e sculture, ad Acri, la mia città natale. Al Museo si respira e si trova tutta la storia del mondo del vetro, da 5mila anni fa ai giorni nostri. Sono il direttore artistico di un museo in una città di frontiera: lì ci devi andare di proposito. Lì, quante persone ritornerebbero più volte, per vedere un museo statico come quello dedicato a me? Ecco perché nasce il MACA. In questi 14 anni ho avuto modo di attingere a importanti collezioni dell’arte del ’900, a partire dal Dadaismo in poi. Un occhio di riguardo agli artisti del territorio e poi un concorso dedicato ai giovani, Young at Art. Giovani che, in un percorso itinerante, partendo dal MACA hanno esposto in Calabria, in Basilicata, a Torino a Paratissima. Ampliando i confini, se i tempi lo permetteranno, nel 2021 partiremo con la Biennale Assud, dove il progetto Young sarà alternato alla Biennale di Arte Contemporanea. L’impegno è quello di accompagnare i giovani nel loro percorso senza abbandonarli a se stessi e di allestire mostre ed eventi che portino sempre linfa nuova e rinnovino il piacere, la volontà e lo stupore di assistere ad appuntamenti importanti».

Il dibattito è aperto da un po’, ormai, e l’idea che la nostra città debba puntare anche sull’arte come driver per i prossimi anni è opinione diffusa; ma quante possibilità ha Torino di diventare una capitale dell’arte contemporanea?

 «Se per contemporaneo pensiamo a tutto quello che è stato fatto negli ultimi 15/20 anni, dove la parola d’ordine è stata ‘stupire’, credo che non siamo più sulla strada giusta. Attraverso scoperte affascinanti, che credevamo irraggiungibili, la fisica e la robotica ci stanno offrendo opere che rasentano il mondo dell’arte. Ma, proprio com’è stato nel passato, Torino è una capitale: lo ha dimostrato per le Olimpiadi del 2006 (la Provincia di Torino mi nominò testimonial artistico) e, per un cambiamento completo, ha tutte le potenzialità emerse in quel tempo».

 In queste interviste si ragiona di futuro e quindi, a questo punto, è inevitabile la domanda, soprattutto per una persona come lei che è da sempre innamorata della sua Chieri, ma considera unica e bellissima Torino: come se la immagina la Torino del futuro?

«Sì, è vero, reputo Torino unica e bellissima. Vi propongo ora un viaggio fantastico, ma che ho vissuto davvero e in modo stupendo. Arrivando da Chieri, sostare in piazza Vittorio e camminare lentamente attraverso via Po fino in piazza Castello, fermarsi alla Galleria La Bussola (che non esiste più) dove, da ragazzo, ho gioito di mostre eccezionali. Di chi vogliamo parlare? Picasso, Matisse, Miró… Poi all’Approdo, dove ho incontrato per la prima volta il Dadaismo, con artisti straordinari. Poi la Gissi, la Micrò, la Pirra. Soddisfatto del mio viaggio attraverso la bella città, ritorno a casa con più ricchezza. Così, e non certamente per romanticismo, voglio immaginare un’arte mondiale, con un occhio attento agli artisti piemontesi. Voglio credere che la fisica e la robotica siano d’ispirazione per tutti gli artisti impegnati in un nuovo Rinascimento».

(Foto di SILVIO VIGLIATURO)