Nell’ultimo periodo, tra chi ama bazzicare il “gossip gastronomico”, aleggia un quesito tanto fondamentale quanto in fondo superfluo: ha ancora senso parlare di smashburger? O, meglio ancora, e perfino più esplicitamente: gli smashburger hanno ancora senso?
La domanda è anzitutto (ovviamente) una provocazione, ma allo stesso tempo un invito a riflettere sull’evoluzione del nostro contesto food.
In questo articolo, Smashburger a Torino: storia e locali dove mangiarli, raccontavamo un po’ di storia dello smashburger, riflettendo su uno dei format food torinesi più modaioli; a distanza di un anno siamo a interrogarci su un altro tipo di questione: ovvero se abbia ancora senso portare gli smashburger come proprio contenuto gastronomico, ora che lo fanno in tanti e ne parlano tutti.
La risposta, almeno secondo noi, è sfumata. Si posiziona in quel giusto mezzo che non è né un sì né un no, e ci obbliga dunque a ragionare un po’ di più.
Partiamo dal no. Non ha senso continuare a iniettare locali di smashburger nella nostra città se lo si fa solamente per moda o per stare dietro a un trend che in ogni caso è già quasi “vecchio” (i trend oggi durano, come trend, davvero una manciata di mesi). E non ha senso creare un locale di smashburger oggi se non si hanno le competenze e la cultura adeguate a dare dignità concreta a un prodotto che ha una storia e un senso ben precisi (ne parlavamo giusto nell’articolo citato prima). Insomma, se uno non è capace e non lo fa per seria vocazione, lo smashburger è meglio che non lo faccia, non solo perché rischia un flop, ma soprattutto per altre due motivazioni principali: la prima è che, come si diceva, lo smashburger ha oltre cento anni di storia, e con queste iniziative improvvisate rischia di diventare solamente un prodotto contemporaneo senza anima e buono solo per moda; la seconda è che non è, anche se può sembrare, una materia così facile da trattare, soprattutto per la freschezza della carne, e poca competenza sul tema può portare a preparazioni malfatte e, se va bene, difficilmente digeribili.
Arriviamo al sì. Ovvero: non ha senso dire che nessuno oggi deve più aprire un locale di smashburger solo perché ne siamo relativamente sommersi. Chi ha voglia, passione, desiderio di esplorare questo mondo, con attenzione alle materie prime, alle cotture, volendo anche a qualche sperimentazione, è (come al solito) ben accetto nel grande cosmo della ristorazione. Anzi, il consiglio per chi inizia è proprio questo: non accontentavi di essere la copia di mille riassunti, se non vi piacciono “questi smashburger tutti uguali”, siate scintilla di cambiamento. In cucina, nell’estetica, nella comunicazione, sotto ogni punto di vista.
Ecco il paradosso: noi crediamo che la “moda” dello smashburger potrà assurgere a vero e proprio cult gastronomico solo se saprà guardare indietro (alla propria storia e cultura) e contemporaneamente al futuro (immaginandosi fedele e diverso da sé stesso, purché in continua evoluzione). Quindi, gli smashburger hanno ancora senso? Ovviamente sì, ma solo se siamo noi in primis a credere con sincerità nel loro valore.
