In una bollente giornata di luglio, complice anche il caldo, ci siamo interrogati in redazione riguardo una domanda che effettivamente non ci eravamo mai posti, ovvero: perché le porte si chiamano così?
La prima considerazione è stata questa: le porte non si portano, ma comunque portano (da qualche parte). Fin qui, tutti d’accordo. Consci dei limiti, evidenti, di erudizione sul tema, siamo corsi a informarci.
Siamo dunque partiti dall’etimologia, riscontrando già un paio di ostacoli: gli etimologi latini ritenevano che la parola porta derivasse dall’uso del verbo latino “portare” con significato di “sollevare”, in riferimento al gesto dell’alzare l’aratro mentre si tracciavano le mura di un urbe per indicare dove sarebbero sorte le porte. Già nelle vicende di Romolo e della fondazione di Roma vediamo sia il gesto che l’utilizzo del termine. E pare una buona etimologia, pure un po’ mitica, ma se andiamo ulteriormente indietro nel tempo notiamo che i linguisti tirano in ballo un verbo greco (perao) caduto in disuso, che possedeva significato di “attraversare”, “oltrepassare”, e da cui sembra provengano le radici di poro, porto e anche porta. E in diversi considerano questa seconda versione come più probabile. Voi che dite?
Le prime testimonianze visive di porte risalgono invece agli antichi egizi, raffigurate in dipinti, spesso funebri, a indicare probabilmente la metafora del passaggio all’aldilà tramite appunto una porta. È infatti curioso che storicamente la narrazione delle porte sia prima legata al suo valore simbolico di passaggio o addirittura confine, e poi alla sua pratica utilità.
Il concetto di porta, come da vocazione, ci ha catapultato in un mondo affascinante e vastissimo
Quando nasce la proprietà è la porta, più ancora che le mura, a sancire il dentro e il fuori. E quando l’uomo si interroga sul mistero della morte, è sempre la porta a dividere questo mondo da quell’altro.
D’altronde oggi non possiamo immaginare una casa senza una porta, e voi potreste dire “sì, ma per una questione pratica”, e avreste assolutamente ragione, ma non è solamente un tema di funzionalità. Potremmo oggi avere una miriade di altri modi comodi per accedere a casa o da altre parti, anche più “moderni”, ma nonostante ciò vince sempre la porta.
Probabilmente proprio per quella sua carica simbolica di cui sopra, e in questo senso ci vengono in mente le tante porte iconiche tra cinema, musica e letteratura, non solo “accessori” dell’ambiente rappresentato, ma spesso protagoniste. Pensiamo alle porte terrorizzanti di Shining, quella della cella frigorifera che chiude il mondo fuori o quella accettata da Jack Nicholson che rappresenta l’ultimo baluardo eretto da Wendy (una magnifica Shelley Duvall, scomparsa peraltro di recente). O alle porte di Four Rooms (Allison Anders, Alexandre Rockwell, Robert Rodriguez, Quentin Tarantino) che conducono a mondi e situazioni oltre l’immaginabile. O alle canzoni dei Doors (c’è bisogno di spiegare la citazione?) o ancora a quell’immortale Knock-knock-knockin’ on Heaven’s door firmato Guns N’ Roses. Per nominare giusto un paio di esempi.
Insomma, forse non ci eravamo mai soffermati più di tanto a pensare al concetto di porta, e invece lei, come da vocazione, ci ha catapultato in un mondo affascinante e vastissimo. Peraltro, una delle più grandi eccellenze globali in tema di porte è la nostrana Dierre, azienda nata circa 50 anni fa, che ha fatto guadagnare a Villanova d’Asti l’appellativo di “capitale delle porte”. Una realtà imprenditoriale piemontese d’eccellenza, fondata negli anni ‘70 da due fratelli, Alessandro e Vincenzo De Robertis, che oggi realizza e vende porte in tutto il mondo.
Chiaramente ad oggi non fa più solo porte, ma si occupa di tanti prodotti del settore, è diventata un’azienda internazionale, con la stessa qualità sartoriale di sempre, ma con una visione ormai globale… Però siamo convinti che non sia un caso che una realtà del genere sia nata qui. Costruire porte, che quindi collegano, tutelano, creano intimità ma allo stesso connettono, è proprio una cosa da DNA piemontese: accogliente ma riservato, schietto ma non invadente. Dierre mette insieme un po’ tutte queste caratteristiche, a 30 km da Torino.
