I Subsonica sono Torino, e Torino sono i Subsonica. Difficile pensare a un altro gruppo che abbia intrecciato così profondamente la propria storia con quella di una città: trent’anni di musica nati tra questi portici, queste piazze, questo cielo. E sono proprio i trent’anni il motivo per cui il 2026 si preannuncia come un anno speciale, scandito da Cieli su Torino 96-26, un programma articolato di concerti, mostre e formati speciali che intrecciano musica e identità urbana lungo le strade che la band ha sempre chiamato casa.
Tra gli appuntamenti in calendario c’è anche Rimango Subsonico. Istantanee di un attimo che passerà, un documentario dal vivo ideato e portato in scena da Federico Sacchi, produzione originale Consiste Entertainment, in programma al Cinema Classico dal 31 marzo al 6 aprile (biglietti disponibili qui). Sul palco si fondono storytelling, musica, teatro e video; in scena scorrono materiali d’archivio, interviste, testimonianze. Non una semplice celebrazione, ma un racconto stratificato che restituisce il tessuto di relazioni, visioni e contaminazioni culturali che hanno plasmato il percorso della band.
Abbiamo incontrato Federico Sacchi per capire cosa significhi, oggi, rimanere Subsonici.
Rimango Subsonico non è uno spettacolo tradizionale ma un “documentario dal vivo”. Come nasce l’idea di raccontare i Subsonica attraverso questo formato ibrido?
«L’idea nasce dal bisogno di evitare un racconto lineare o celebrativo. Mi interessava uno spettacolo che tenesse insieme materiali diversi – immagini, musica, testimonianze – senza chiuderli in una forma definitiva. Il documentario dal vivo mi permette proprio questo: ogni sera il racconto si ricompone, cambia equilibrio, e resta aperto, come è stata la storia dei Subsonica».
Hai avuto accesso diretto all’archivio della band e alle loro testimonianze: cosa ti ha sorpreso di più lavorando su questo materiale?
«La quantità e la qualità del materiale sono state sorprendenti, ma soprattutto la profondità delle relazioni che emergono. Non è solo un archivio di contenuti, è un archivio umano: storie, passaggi complessi, momenti poco raccontati. Lavorandoci capisci che i Subsonica non sono mai stati solo una band, ma un sistema più ampio che si è costruito nel tempo. E poi c’è l’archivio più importante, che è disponibile a tutti ma che non avevo approfondito. Sul sito dei Subsonica ci sono tutti i “diari di Bordo”, il racconto in tempo reale da parte dei subsonica di tutto quello che gli succedeva dal 1998 a oggi».
Nel lavoro emerge molto la dimensione collettiva del progetto Subsonica, non solo la band ma anche tutto ciò che le sta intorno. È questo, secondo te, il vero segreto della loro durata?
«Sì, credo sia centrale. I Subsonica hanno sempre avuto intorno un ecosistema molto forte: collaboratori, tecnici, persone che lavorano con loro da anni, e naturalmente il pubblico. Questa dimensione collettiva non è accessoria, è strutturale. È quello che permette al progetto di evolvere senza perdere identità, e probabilmente è una delle ragioni della loro durata».
Il titolo pone una domanda implicita: cosa significa oggi “rimanere Subsonico”? Che risposta hai trovato attraversando questi trent’anni di storia?
«Attraversando questi trent’anni ho capito che “rimanere Subsonico” non è qualcosa di statico. Non significa restare uguali, ma mantenere un certo modo di stare dentro le cose: nelle relazioni, nel lavoro, nella ricerca. È una tensione continua, condivisa, che tiene insieme le persone e permette al progetto di trasformarsi senza disperdersi».
