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Il centro di Torino raccontato da una guida turistica

Differenti prospettive di luoghi a noi cari

di Tommaso Cenni

Estate 2020

CHI AMA TORINO, TENDENZIALMENTE LA CONOSCE ANCHE. SIAMO FINTI INDIFFERENTI E CUSTODI GELOSI DELLA BELLEZZA DELLA NOSTRA CITTÀ...PER QUESTO CI SIAMO CHIESTI COME SAREBBE IL CENTRO VISTO ATTRAVERSO GLI OCCHI DI UNA GUIDA TURISTICA, PRENDENDO IN PRESTITO VOCE E STORIE DI MONICA GNOCCHI (PRESIDENTE GIA PIEMONTE) E DI EMANUELA MORONI (GIÀ PRESIDENTE GIA PIEMONTE)

Tutti conoscono piazza San Carlo ma non a tutti è capitato di poterla vedere con gli occhi di una guida. Ogni luogo, prima di essere un luogo, è una storia che narra di altre vicende cittadine e atmosfere che ancora oggi percepiamo. In mezzo a piazza San Carlo, Emanuele Filiberto a cavallo certifica l’estensione del potere dei Savoia, che ormai ha superato l’originale cinta muraria; e così domina la simmetria iper-razionale della piazza speculare e uniforme: i reali concedono le terre alle grandi famiglie e queste accettano di seguire le indicazioni dell’architetto regio donandoci una coerenza architettonica praticamente unica. I Savoia, d’altronde, sono strateghi, sono militari, e sanno come gestire questi rapporti, soprattutto se la volontà è costruire una città ideale partendo quasi da zero. Uno a casa sua fa quello che vuole, quindi ideale sì ma anche capricciosa, esagerata, razionale, misteriosa, insomma unica. Rivoluzionaria fin dall’inizio.

La piazza, terminata a fine ’700 da Benedetto Alfieri, è abbracciata ai due lati dai portici più ampi che esistano (si dice potessero passarci anche le carrozze) e sopra le colonne, rinforzate perché l’estetica non basta a tenere su i palazzi, le boccacce ci scrutano, e forse ci prendono un po’ in giro. Sono una diversa dall’altra, a richiamare le varie famiglie e a rompere con l’uniformità già citata della piazza: una delle tante rotture tutte torinesi di quella razionalità tutta torinese. Di fronte al nostro luogo di ritrovo, il Caffè San Carlo, quasi speculare troviamo il nuovo collegamento con via Lagrange, un passage parigino che ci permette di contemplare la recente riqualificazione di Palazzo Villa, con la facciata nobile che guarda le case (nobili) di ringhiera. Noi, però, non sfruttiamo il passage, perché i portici hanno ancora tanto da offrire, il portone aperto del Circolo del Whist mostra il cortile interno ma tiene ben nascosti i tanti segreti che queste mura custodiscono.

Palazzo Villa

In mezzo a piazza San Carlo, Emanuele Filiberto a Cavallo certifica l'estesione del potere dei Savoia e domina la simmetria iper-razionale della piazza

Qua sotto, da Stratta, conservano ancora una fattura di Cavour, che era solito ordinare qui dolciumi e leccornie. Le due palle di cannone, rispettivamente del 1706 e del 1799, incastonate poco sopra le nostre teste, testimoniano la resilienza di una città mai doma, mai arresa; e a pochi metri, infatti, ai tavolini del San Carlo, la giovane borghesia covava rivoluzione e Risorgimento sfogliando i giornali esteri che qui non mancavano mai, alla faccia della censura. Abbiamo parlato di portoni chiusi che poi si aprono e rivelano mondi celati, forse perché troppo belli loro o troppo piemontesi noi; però, anche le porte non sono da meno.

La fattura di Cavour da Stratta

A pochi passi, all’angolo di via XX Settembre con via Alfieri, giungiamo a Palazzo Trucchi per ammirare la Porta del Diavolo, un connubio di allegorie, demoni e angeli, bene e male, che la si potrebbe contemplare (con gli occhi di una guida) per ore.

La Porta del Diavolo a Palazzo Trucchi

Noi le dedichiamo il giusto tempo e poi, a brevissima distanza, perché non contano i chilometri ma la qualità, via Alfieri 6. La perfetta dimostrazione di edificio fuori dal tempo, con il ciottolato seicentesco, le case di ringhiera futuristiche e una ristrutturazione che restituisce fiducia negli uomini.

Alfieri 6

Il giardino verticale di Richi Ferrero è l’immagine che portiamo addosso prima di dedicarci a una delle attività più care ai torinesi: pestare le balle al toro. Bisogna sottolineare come il rapporto simbolico-evocativo tra Torino e il suo toro rampante sia frutto di un abbaglio linguistico preso dai romani troppo tempo fa: intesero il termine celto-ligure ‘taur’ (monte) con accezione latina, ricollegandolo quindi all’animale e condannando noi ad avere un patrono bestiale tanto audace, forte e nobile. Comunque, in segno di buon auspicio e fertilità di buone impressioni, una pestatina agli attributi del toro la diamo ugualmente. Troppi spunti per una piazza sola, dunque è l’ora di effettuare un salto metafisico in piazza CLN, che arrivando dal salotto di Torino ci regala uno shock ottico degno di un’opera di de Chirico, un’atmosfera (specie la sera) alla Edward Hopper che convinse Dario Argento, per il suo capolavoro ‘Profondo Rosso’, a scegliere come location questa piazza senza alcun tipo di compromesso o alternativa. Il nostro obiettivo, però, è giungere alla dimora torinese di Cavour, posta appunto in via Cavour, a pochi passi dal numero 25 di via Lagrange, dove abitava ‘l’amata cugina’, la contessa di Castiglione, alleata fedele del Camillo e amante di Napoleone III.

Tommaso Cenni e Guido Barosio con Monica Gnocchi ed Emanuela Moroni

Per farlo passiamo di fronte al Diamante, che ora custodisce un bar molto londinese in cura a Costadoro, e sotto Palazzo Bricherasio, sui cui tavoli venne firmato l’atto di nascita della FIAT. Casa Cavour è torinese in tutto, sobria fuori, ricca dentro, con gli specchi e le porte volanti perché non si incastrassero gli abiti delle dame. Non lontano, in piazzetta degli Angeli, Cavour ottenne le onoranze funebri, lui le voleva laiche e molto semplici… divennero praticamente funerali di Stato, e probabilmente un po’ ne sarà stato dispiaciuto. Nei sotterranei uno degli artisti torinesi del pane, Perino Vesco, panifica le sue opere, fra dolci, focacce e pizze. Giriamo l’angolo e in via Carlo Alberto vediamo l’ultimo grande giardino nobiliare della città, dopo l’angolo con via Giolitti.

Piazza Carlo Alberto

Ricordo di tempi passati, prima che i giardini lasciassero il passo alle piazze, palcoscenici ideali per le statue che riflettevano il potere sabaudo ormai affermato. E a proposito, superato il Museo Egizio, davanti alla Biblioteca Nazionale giungiamo finalmente a Palazzo Carignano. Ci perdiamo tra i riferimenti alla stella a otto punte di quel geniale architetto e astronomo che fu il Guarini, rivoluzionario autore di un palazzo schizofrenico, in mattoni, unico nel suo genere. Celebrazione di un’impresa anch’essa unica del Reggimento Carignano, giunto in supporto ai francesi fin al lontano Québec. Assurdo, impensabile, commovente, pane per storie di soldati la sera.

Palazzo Carignano

La doppia scalinata (replicata al Duomo) conduce su gradini concavi e convessi attraverso una prospettiva stranissima che non consente mai di intravedere la fine; che però c’è, ed è l’ingresso della sala da ballo, poi primo Parlamento d’Italia. E, dal balcone, giochi di luce richiamavano l’attenzione del buon Cavour seduto al Del Cambio, al suo tavolo, e che poi di corsa tagliava la piazza per tornare al lavoro.

La scalinata di Palazzo Carignano

La Galleria Subalpina è un capolavoro che incanta anche al millesimo passaggio, con un fascino misto tra lo storico e la rivoluzione di stili che si coglie dal mix di materiali utilizzati, anche industriali. Usciti sotto i portici di piazza Castello dopo il Caffè Baratti, veniamo ammaliati da Mulassano, dal soffitto a cassettoni di legno e cuoio di Madeira, e dal primo tramezzino.

Galleria Subalpina

La camminata è spedita, la meta è il Regio. Chiuso per 40 anni a seguito di un incendio, dopo la supplenza del Teatro Nuovo torna protagonista con il progetto di Carlo Mollino, architetto geniale e sfacciatamente moderno. Arretra l’ingresso del teatro, come per i vecchi teatri parigini che accoglievano le carrozze, in un grembo materno che ospita borghesia e ultima nobiltà, accompagnata in auto fino i due corridoi laterali. Inserisce le scale mobili e questa gabbia di vetro spettacolare e innovativa. Chiude il tutto Mastroianni, parente di Marcello, con la cancellata ‘Odissea musicale’, in bronzo, omaggio alla contemporaneità di Torino. I portici corrono e sfiorano i bordi delle Armerie e di Palazzo Reale, fino all’ingombro che un tempo lo univa con Palazzo Madama. Alla nostra destra, una porticina cela l’‘Autoritratto’ fin troppo nascosto di Leonardo Da Vinci e, di fronte, la linea di confine tra bene e male, reali e popolo. In alto a destra, nel piazzale, ci indicano un balconcino su cui Vittorio Emanuele II andava a fumare di nascosto, lui animo libero, appassionato di caccia e di Bela Rosin, giovane, bella e mai entrata a Palazzo.

I fregi ornamentali della cancellata di Palazzo Reale

Valicato il passaggio, usciamo fuori a riveder le stelle, le Porte Palatine e quella cattedrale che i Savoia inglobarono fra i simboli del proprio potere, ponendosi come protettori, e controllori, della cristianità. Qui c’è tutto, dai resti di una Torino romana fin troppo dimenticata ai segreti del Guarini, fino a una Sindone tanto contesa quanto mistica e affascinante. C’è anche un edificio orribile, che guarda il Duomo imponente e probabilmente un po’ si vergogna; allora ci rifugiamo in idee e progetti futuri, storie di parchi e riqualificazione urbana sapiente e consapevole.

Il Duomo

Ennesime dimostrazioni di una città che, come ci è stato raccontato, ha saputo nascere da zero ed evolversi, e che tuttora, se osservata con gli occhi di una guida, sa stupire a ogni angolo.

(Foto di FRANCO BORRELLI)