Per la mia prima rubrica, mi hanno posto una domanda particolare, lecita, ma a cui capita di pensare raramente: cos’è il cibo per me? Non è facile parlarne, quindi ho pensato di partire dall’inizio, da me.
Sono nata tra i profumi di un ristorante stellato, dove il cibo non era solo nutrimento ma linguaggio, tradizione, memoria. Eppure, per molti anni, ho tenuto le distanze da quell’universo. Mi sono dedicata allo sport, allo studio, alla costruzione di un futuro che, ai miei occhi e a quelli dei miei genitori, sembrava più sicuro. La ristorazione, per loro, era fatica e sacrificio, una strada che avevano percorso affinché io non dovessi farlo. Ma il destino ha modi curiosi di riportarci a casa.
Avevo venticinque anni quando il cibo è tornato a reclamarmi. Non nei modi grandiosi con cui ero cresciuta, tra piatti firmati e tavole impeccabili, ma nella semplicità di una richiesta:
«Me lo fai un cono piccolo, tutto crema?».
Il destino ha modi curiosi di riportarci a casa
Con quel gesto, apparentemente banale, si è riaperta una porta. Ho iniziato un viaggio che mi ha portata lontano eppure, in fondo, sempre più vicina alle mie radici. Nivà è nato così, dalla necessità di unire passato e presente, di dare un senso alla mia storia familiare, di ricostruire ciò che la vita aveva scomposto, soprattutto dopo la perdita di mio padre. È stato un atto d’amore e di resistenza, un sogno condiviso con chi c’era, con chi non c’era più, con chi sarebbe arrivato.
Il cibo, per me, soprattutto oggi, non è solo un lavoro, ma il filo che lega le esperienze più intense della mia vita. È la Francia e il suo rigore, MasterChef Italia e la sua adrenalina, il palazzo rinascimentale di Mantova con i suoi commensali da sfamare. È l’arte di trasformare una tegola del tetto in un piatto per il midollo al forno, perché non esiste ostacolo più grande della voglia di stupire. È il calore di una bottiglia di vino donata a Natale e il sorriso che mi dura un anno intero. È l’istinto di amare chi mangia con gratitudine, chi lascia il piatto pulito, chi comprende che ogni morso è un dialogo tra chi cucina e chi assapora. Ogni volta una storia nuova, un colore diverso, una rivolta gentile.
Io mi sento un minuscolo granello di sale in questo vasto universo chiamato cibo. Ma il sale è ciò che esalta i sapori, che dà equilibrio, che trasforma un piatto da semplice a memorabile.
Ed è così che voglio essere: piccola, forse, ma capace di fare la differenza, di aggiungere il giusto sapore alla vita. Proverò a farlo anche in questa rubrica. Spero di riuscirci.
