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Le Chiese più amate di Torino

Un tour tra uomini e misticismi, passato e futuro, visto con gli occhi di una guida

di Tommaso Cenni

Inverno 2020

UN PALAZZO NON È UN INSIEME DI MURA E MOBILI, MA UN CONNUBIO DI STORIE, IDEE, VOCI E CARTOLINE DAL PASSATO. LA NOSTRA GUIDA, EMANUELA MORONI, NON È PRESENTE, MA I SUOI OCCHI CI ACCOMPAGNANO, E CI GUIDANO ALLA SCOPERTA DELLE CHIESE DI TORINO

Il nostro viaggio ‘accompagnati’ da Emanuela Moroni inizia di fronte a una delle chiese più amate dai torinesi: la Consolata, che da denominazione ufficiale sarebbe la chiesa di Santa Maria della Consolazione, con Maria che è consolatrix e quindi consola noi fedeli, non viceversa. Ma ormai per tutti è ‘Consolata’, e lei pazientemente se lo fa andare bene.

 

Chiesa di Santa Maria della Consolazione

Torino è città di misteri e anomalie, con due patroni e non uno solo: abbiamo naturalmente San Giovanni patrono ma anche la Consolata, la cui statua viene portata in processione durante grandiosi spettacoli umani e mistici più simili a usanze del sud Italia o della Spagna; e il bello è proprio questo.

Entriamo e sul portone osserviamo le rose mariane, ovvero le rose sempre senza spine dedicate a Maria. Sfogliamo gli appunti lasciatici da Emanuela che ci raccontano della pianta tanto cambiata negli anni, a partire dal primo progetto del Guarini, soprattutto con l’incisivo ampliamento del diciannovesimo secolo, e l’architettura quasi floreale del Ceppi a fine ‘800, con le quattro cappelle laterali e neobarocche. Un percorso lungo iniziato addirittura intorno all’anno Mille, dalla struttura di quello che era il convento di Sant’Andrea, che a sua volta poggiava su resti romani ancora visibili nei sotterranei, e che accolse i monaci fuggiti dall’abbazia di Novalesa, vera spinta per la crescita della Consolata. Dai resti romani al campanile romanico, dalle cappelle barocche alle colonne neoclassiche dell’ingresso, la Consolata è un documento di storia, non solo architettonica, più che millenaria. Nel corridoio centrale spicca sul pavimento una ‘M’ incoronata, protagonista di parecchi spazi e simbolo dell’autorità di Maria qua dentro. Nella cappella di sinistra c’è una statua ma non è l’originale voluta a metà ‘800 da Carlo Felice, più di cento chili di argento, non si sa bene come rubati e mai più ritrovati.

Particolare della Consolata

A destra, invece, la cappella dedicata a Giuseppe Cafasso, santo sociale torinese, più legato in realtà alla Misericordia e a quell’opera di conforto e sostegno ai condannati a morte. La Confraternita della Misericordia meriterebbe uno spazio a sé in questo tour: la sede dei frati è nella chiesa di San Giovanni Battista Decollato, nata in via Barbaroux nel 1578, voluta da Emanuele Filiberto e già allora impegnata nell’assistenza ai carcerati. D’altronde, i condannati a morte venivano condotti non lontano da qui, al Rondò della Forca, coi cappucci neri, un ultimo bicchierino di cordiale e il bacio al crocifisso. Poi la forca veniva distrutta, perché non portava troppa fortuna, e il Museo Lombroso ne conserva un pezzo. Detto ciò, che ci fa Cafasso qui alla Consolata? Non si sa. Intorno a noi, un numero impressionante di ex voto, quasi cinquecento anni di donazioni da parte di una fetta considerevole della società, anche molto abbiente, perfino dai Savoia stessi. Dal 1500 fino a dopo la seconda guerra mondiale, un’antologia incredibile di scenette che ritraggono guerre, incidenti domestici, scontri tra tram… con la Madonna che dal cielo veglia e accorda la grazia, e il fumetto (oltre alla donazione) certifica la riconoscenza. A dipingerli erano piccoli pittori senza carriera che, in modo seriale, hanno composto un patrimonio di ‘fumetti’ da non credere. Si parlava di farne un museo, chissà.

Usciamo dalla Chiesa che non chiude mai e che da secoli accoglie i torinesi in ogni momento; sfortunatamente non possiamo prenderci un bicerin

Usciamo dalla chiesa che non chiude mai, e che da secoli accoglie i torinesi in ogni momento; sfortunatamente non possiamo prenderci un bicerin. Su via della Consolata un tempo correvano le mura romane e, sull’angolo con via Giulio, è tuttora visibile il basamento di una torre romana. Sul lato della Consolata, simbolo di una quasi infinita resilienza, una palla di cannone incastrata qui dai tempi dell’assedio francese del 1706. Tutti sappiamo come andò a finire con Pietro Micca e le altre mitiche storie, ma pochi sanno che le bandiere francesi, dopo la vittoria, furono buttate tutte sul pavimento della Consolata come omaggio a chi da sempre veglia sui torinesi.

Particolare della Consolata

 

Chiesa di Santa Maria Regina della Pace

Via con la prossima tappa: chiesa di Santa Maria Regina della Pace in corso Giulio Cesare 80. Voluta dal prete-muratore Michele Mossotto, vide prima la nascita della chiesa parrocchiale, nel 1899, e poi, nel 1911, l’inaugurazione della chiesa che, in realtà, doveva essere un santuario alla Madonna della Pace. All’epoca, intorno v’erano solo campi e non è che ci fosse molto ottimismo sulla creazione di una comunità da queste parti. Poi vennero le fabbriche, le case e, nel tempo, nacque una delle più grandi parrocchie della città.

Santa Maria Regina della Pace

Entrando, la prima impressione è che abbiano costruito questa chiesa per farci stare l’intero quartiere: la dimensione è incredibile, per certi versi impensabile: un’enorme pianta a croce greca (una delle tre o quattro in Piemonte, sicuramente la più grande) che lascia a bocca aperta. Particolarissima, bizantineggiante, colossale, quasi spoglia per certi versi ma ricca di affreschi dedicati ai santi e alle donazioni dei fedeli.

Santa Maria Regina della Pace

Praticamente ogni mattone, qui, è stato pagato dalla gente di Barriera, e infatti i muri di questo posto ‘sanno’ della sua gente; è un po’ come se si percepisse quanta storia è passata fra questi banchi. Le stelle dorate ricordano la generosità del quartiere e, nella cappella di destra, vediamo la copia della Madonna di Ripalta (l’originale è a Cerignola) che testimonia il legame fortissimo con la comunità pugliese emigrata in massa a Torino e, in particolare, a Barriera nel dopoguerra. Dagli anni ’80 fino a oggi, ogni fine maggio si svolge la processione in suo onore, partendo da qui e finendo in piazza Foroni, ora piazza Cerignola, tra taralli e preghiere. Dopo la seconda guerra mondiale venne effettuata una ristrutturazione per riparare ai danni delle bombe che miravano alle fabbriche della zona e, nel ’58, venne conclusa la nuova cupola. Ci passiamo sotto, salutiamo lo spazio dedicato a Benedetto Cottolengo, non molto in realtà perché non era ancora santo, e ci addentriamo nella parrocchia vera e propria. La vocazione della Pace è sempre stata l’accoglienza, lo si nota dalla dimensione della chiesa e lo si deduce dalla zona in cui sorge, non delle più semplici, insomma. Oggi gran parte della parrocchia, che conta più di ventimila fedeli, è musulmana, mescolata a italiani, molti sudamericani e immigrati dai Balcani spesso di seconda o terza generazione. Un melting pot che chi scrive visse per un certo periodo giocando all’oratorio e che attualmente rappresenta una delle grandi missioni di giovani preti come Don Giuliano e Don Stefano. Mettiamo piede sul cemento del campo da calcio della chiesa, oggi purtroppo è vuoto per ragioni più grandi di noi, non è difficile immaginare il vociare dei bambini che corrono insieme dietro a un pallone, tutti di razze e culture diverse ma tutti uguali sotto il campanile che dall’alto sorveglia. Venti campane, uno dei concerti più grandi d’Europa, e quando suonano è uno spettacolo. È la voce di qualcos’altro.

 

Chiesa del Santo Volto

La terza tappa del nostro viaggio con gli occhi di una guida è senza dubbio una delle più emblematiche, anche perché senza occhi da guida un torinese qualsiasi, tipo il sottoscritto, non varcherebbe mai le porte di questa chiesa. Giungiamo quindi a Parco Dora, affacciati sullo scheletro degli ex stabilimenti FIAT, oramai location di eventi perlopiù musicali. La destinazione è la chiesa del Santo Volto, inaugurata recentemente, nel 2006, insieme a tutto il nuovo complesso di uffici della curia, sulle ceneri di una vecchia acciaieria FIAT.

Chiesa del Santo Volto

Solo la torre fumaria dell’ormai abbattuto stabilimento ci ricorda il passato e si erge altissima accanto alla chiesa. Quattro più altre tre torri di mattoni e pietra di Verona stanno a simboleggiare le sette virtù cardinali e teologali, e si elevano di fronte al parco dure e sfacciatamente moderne, passato e presente uniti, spirituale e pratico a contatto, un fiore che è anche ingranaggio.

Chiesa del Santo Volto

Turisti da tutto il mondo vengono a visitare l’opera di Mario Botta, e chi scrive non ci è mai entrato; finalmente grazie a Emanuela si è presentata l’occasione giusta. L’ingresso ci lascia a bocca aperta, la luce esterna filtra dalle fessure sulle pareti, soprattutto dalla croce alle spalle dell’altare, enorme e composta interamente dalla luce di fuori. Incredibile. Il legno chiaro e la pietra rossa esprimono tutto il minimalismo esasperato di Botta. L’andamento ‘a catino’ del pavimento è il simbolo della lotta architettonica contro la non uniformità del terreno, accentuata dalla Dora. La chiesa letteralmente scende verso la luce che ci irrora man mano che ci avviciniamo al tabernacolo. Fonte battesimale e presbiterio giocano sulla dicotomia cromatica di bianco e nero, evidenziando così le zone più sacre. Sul fondo dell’altare il Santo Volto, quello della Sindone, ci osserva. Che dire: una bella sorpresa.

Usciamo e due ragazzi giocano con un pallone nel piazzale antistante la chiesa; anche qui, nel nuovo cuore della curia, c’è spazio per una buona dose di umanità, che è una delle mete di questo viaggio tra i luoghi mistici della città. Per questa chiesa serviva assolutamente la luce diurna, fondamentale per goderne a pieno. Di conseguenza, ora può iniziare la seconda parte del tour che, da defilati, ci vede tornare in centro città.

 

Chiesa del Corpus Domini

Chiesa del Corpus Domini

La prima tappa è dedicata alla storia della fondazione della chiesa del Corpus Domini, la storia di un miracolo che risale a più di cinque secoli fa.

Chiesa del Corpus Domini

All’epoca, nella piazzetta omonima a due passi dal Municipio, v’era il mercato delle granaie. Era il 6 giugno 1453 e un ladro di contenitori sacri, in fuga da Exilles, a dorso di mulo raggiunse la piazza del mercato, dove sperava di vendere la refurtiva.

Improvvisamente l’ostia uscì dalla sua teca, salì verso il cielo e non discese sino a quando l’allora vescovo di Torino non la supplicò di discendere nel calice. In onore del miracolo iniziarono i lavori per la creazione della chiesa del Corpus Domini, portati a termine nel 1671.

Particolare della Chiesa del Corpus Domini

Gli appunti di Emanuela ci narrano la storia mentre il primo freddo si manifesta nel respiro ormai visibile e camminiamo verso piazza Castello: destinazione San Lorenzo.

 

Chiesa di San Lorenzo

Chiesa di San Lorenzo

Ricordo che da bambini ci portavano sempre a vedere la chiesa di San Lorenzo, forse perché è talmente colma di dettagli di cui parlare che da sola componeva già una buona fetta di tour. Gli appunti di Emanuela strabordano: si comincia con l’origine storica della chiesa, nata da una promessa del re di Spagna Filippo II e di suo cugino Emanuele Filiberto di Savoia, vittoriosi contro i francesi nella battaglia di San Quintino del 10 agosto 1557, data in cui si celebra San Lorenzo. Il re e il duca sabaudo avrebbero eretto nei loro rispettivi Paesi una chiesa in onore del santo. A Madrid Filippo II commissionò l’Escorial, mentre qui a Torino la prima pietra fu posta nel 1634, e il povero Emanuele Filiberto era già passato a miglior vita, un classico italico. Di qui in poi inizia il gioco di simbolismi voluti da un architetto geniale quale era Guarini. Il numero otto ricorre quasi ovunque: dalla pianta ottagonale alle cupole, fino alla stella a otto punte posta al centro della pavimentazione. Nella simbologia cristiana eternità e perfezione, l’infinito, appunto. Come infiniti sono gli ‘scherzi’ di Guarini. Al di sopra di ogni cappella laterale si trova una decorazione a forma di stella a sei punte e un oculo che sembra avere un fondo buio, in realtà i fori si illuminano naturalmente due volte l’anno: quando il foro della cappella dell’Immacolata è penetrato da un raggio di sole durante l’equinozio di primavera e d’autunno, a mezzogiorno, è ben visibile un affresco rappresentante Dio Padre benedicente con il mondo in mano. Per riflessione di luce diventa visibile un altro affresco nascosto al di là del foro della cappella diametralmente opposto, ovvero Gesù Cristo benedicente. Lo stesso fenomeno si verifica al primo mattino dello stesso periodo dell’anno per le altre due cappelle dedicate alla Natività e al Crocifisso. Guarini, da genio e grande appassionato di astronomia, aveva donato una nuova sfumatura al concetto di ‘evento’, consegnando a noi una testimonianza immortale di ingegno umano.

Chiesa di San Lorenzo

 

Chiesa della Gran Madre di Dio

Ancora un po’ in soggezione, ci incamminiamo tra le prime Luci d’Artista di via Po verso l’ultima chiesa, la Gran Madre, che severamente, dalla sua posizione leggermente rialzata, osserva e veglia sulla città da due secoli.

Chiesa Gran Madre di Dio

Fu completata da Ferdinando Bonsignore nel 1818 e i torinesi la ribattezzarono con la consueta carineria piemontese il ‘gasometro della città’, per via della forma tondeggiante. La scritta sulla sommità del timpano è dedicata al ritorno dei Savoia dall’esilio napoleonico, e la luce del solstizio d’inverno la illumina quasi a glorificarla.

Chiesa della Gran Madre di Dio

D’altronde si dice che la Gran Madre sia stata eretta sulle fondamenta di un tempio pagano, dedicato alla dea egizia Iside, tra le altre cose divinità della magia. E qui ve n’è rimasta parecchia, a partire dalle due statue femminili poste al termine della scalinata, Fede e Religione: la prima tiene in mano un calice che indica la via per il Sacro Graal, la seconda cela i segreti di Nostradamus lasciati durante il soggiorno torinese del mitico medico, datato metà del 1500.

Ci giriamo, prendiamo fiato, e alle nostre spalle c’è Torino. Spesso non ci accorgiamo di quanto possa essere magica e ricca di storie la nostra città: serve un giro tra le chiese esplorando l’elemento mistico che pervade ogni nostra strada; serve vederla dall’alto, spostandoci al di là del fiume. Più di tutto, probabilmente, occorre vederla con occhi diversi, gli occhi di una guida che tutte le volte riescono a rendere speciale ogni dettaglio

 

Gli indirizzi utili

 

(Foto di FRANCO BORRELLI)