«Tra tutti, il viaggio che preferisco è un viaggio antico, graduale, privato e sociale insieme: il viaggio in treno. Un viaggio apparentemente rettilineo. È invece il più sorprendente. Niente di meglio, se vogliamo conoscere le curve del mondo», Beppe Severgnini. «Il treno è il tempo ritrovato. In un vagone si riscopre il piacere della lettura, del pensare, dell’ammirare i paesaggi, di sognare, di ritrovare sé stessi», Romain Gary. Questo è un viaggio a lungo atteso, perché, dopo un anno e mezzo di stop, si può nuovamente tornare a Parigi in treno. Il mezzo ideale per raggiungere la capitale francese: 5 ore e mezza di percorrenza, da passare leggendo e preparando il proprio viaggio.
Ma questa volta sono andato oltre e, sempre in treno, ho raggiunto il cuore della Bretagna: Rennes, Dinan, Cap Fréhel (unica concessione all’auto, indispensabile) e Nantes, che formalmente non è più Bretagna, ma nel cuore sì, eccome.
Una storia di famiglia, Notre-Dame, 48 ore memorabili
Parigi, per chi vi scrive, non sarà mai un luogo come tutti gli altri. Era il 16 novembre 1891 quando, nel decimo arrondissement, nasceva mia nonna, Maria Thomasine, figlia di Alfieri Etienne Lanza e Angèle Malvina Bergano. Lei fanciulla della buona borghesia torinese, lui anarchico, con idee (e chioma) ribelli all’ordine costituito. Chiaramente la famiglia della bisnonna osteggiava la relazione, e la polizia aveva messo nel mirino il bisnonno. Così la coppia progettò la fuga a Parigi, patria ideale per tutti gli esuli d’Europa. La vicenda ebbe lieto fine, complice la nascita di Maria; e ci fu il perdono, domestico e politico, con il rientro a Torino dei tre “francesi”. Non l’ho ancora fatto, ma ci scriverò un romanzo, la storia lo merita.

Una storia che è sempre stata narrata in casa come una leggenda; così la mia prima passeggiata a Parigi fu proprio nel “decimo”, alla ricerca di case, vecchie storie inacciuffabili, mansarde bohemienne con vista boulevard. Era il 1981, da allora i miei viaggi non li conto neanche più. In questi 45 anni Parigi è certo cambiata, ma – contrariamente alle altre big city universali – ha operato per aggiunte, senza cambiamenti radicali. Quella languida atmosfera che pone il bello al centro di tutto è rimasta sostanzialmente intatta: piazze monumentali, boulevard, caffè, uniformità architettonica haussmannienne, con le eleganti facciate a ripetersi, coi tetti in zinco e ardesia a completare la visione. Propensione all’accoglienza immutata dai tempi di “nonna Maria”.
A fine Ottocento il 20% dei parigini lavorava in quelli che erano definiti “i mestieri della notte”: ristoranti, caffè, locali notturni (vi dice qualcosa il Moulin Rouge? Ancora in ottima forma), alberghi, bordelli. Oggi, negli arrondissement centrali (dieci su venti e anche di più) ogni isolato ospita, mediamente, un hotel, un paio di caffè e un ristorante; sovente di più. Qualche numero eloquente: a Parigi ci sono circa 1.600 hotel, altrettanti caffè e ben 44.000 ristoranti, sostanzialmente un record mondiale, tenendo conto che gli abitanti sono 2.200.000. Per questa mia tappa nella capitale – due giorni – vi propongo un mito universale, due hotel, due ristoranti e altrettanti approdi culturali. In più crociera sulla Senna e degustazione vini.
Tutto possibile in 48 ore? Ebbene sì. Si inizia con ciò che abbiamo rischiato di perdere per sempre: Notre-Dame. Il 15 aprile 2019 vinsero le fiamme: un inferno a cielo aperto trasmesso in mondovisione. L’Armageddon della civiltà occidentale. Il 7 dicembre 2024 la cattedrale ha riaperto le sue porte. Non è stato solo un restauro, ma una mobilitazione nazionale e internazionale senza precedenti. La ricostruzione – con tecniche tradizionali e strumenti all’avanguardia – ha visto impegnate 2.000 persone e oltre 250 imprese. Il risultato è straordinario: la flèche di Viollet-le-Duc svetta di nuovo sul cielo di Parigi, il tetto in legno – la foresta – è rinato com’era e dov’era, le vetrate e le pietre sono state ripulite, gli arredi ricollocati.
Notre-Dame è tornata a essere viva, pronta a ospitare liturgie, concerti ed eventi culturali. Ma c’è dell’altro, del magico: il colosso non si presenta come il giorno prima della catastrofe, è tornato ad essere ciò che era nel 1163, ripulito da 900 anni di storia. Anche qui “com’era e dov’era”, un capolavoro di design medioevale e rivoluzionario, alto 70 metri. All’interno il visitatore, oggi più di ieri, resta sbalordito, misticamente avvolto da un’atmosfera che non prevede parole, ma solo sguardi, ammirazione, preghiere. Notre-Dame è un magnete di pietra, puro spirito e legname prezioso. Da sempre magnifica, adesso anche invincibile.

Archistar e icone contemporanee Parigi non è solo un vertiginoso libro di storia a cielo aperto. I grandi archistar, sedotti dal contesto, hanno sempre lasciato tracce tangibili: Jean Nouvel (il Quai Branly, l’Institut du Monde Arabe), Renzo Piano (il Beaubourg), Ieoh Ming Pei (la Piramide del Louvre) e Frank Gehry (Fondation Vuitton). Quest’ultima opera è la più recente, un “vascello con le vele di vetro”, consacrato, nel 2014, all’arte contemporanea. Andateci quando volete, vi imbatterete sempre in qualcosa di straordinario; fino al 2 marzo è visitabile la grande esposizione dedicata all’artista tedesco Gerhard Richter. Info da annotare: evitate metro e lunghe camminate servendovi della navetta che collega la Fondazione a place Charles de Gaulle (lato avenue de Friedland). Servizio al costo di un euro per tratta.

Ed eccoci ai nostri due alloggi di charme. Tra i confini del secondo arrondissement, La Filigrane è una bomboniera dove ogni accordo si trova al posto giusto. Un nuovo boutique hotel nei colori del quartiere. Sulle orme della Borsa e della Bibliothèque de France, trae ispirazione dai tesori associati a queste due istituzioni: banconote criptate per l’una, biglietti di auguri per l’altra. Da qui un’estetica decisamente grafica, che inizia dalla hall, nei toni inchiostro del blu intenso. Le 43 stanze si dispiegano in altrettanti intrecci grafici e gioie monocromatiche. Geometrie variabili di camere di prestigio, con terrazze e spazi comunicanti, motivi a lenti di ingrandimento, effetti moiré, bagni con linee a contrasto.
E ancora: raffinata prima colazione nella lobby, con prodotti bio, area benessere, con hammam, sauna e l’alcova della piscina privata. Il Bloom House Hotel & Spa, nel decimo arrondissement, è un lussureggiante viaggio verso i paesi del sole: Mediterraneo, Maghreb, Africa. La vegetazione, che raffinate scelte in tema di architettura d’ambiente hanno reso parte integrante della struttura, non è semplice decorazione: avvolge, completa, suggerisce percorsi extraeuropei. I colori completano l’atmosfera. L’area benessere mette in scena: piscina di 18 metri immersa nel lucernario, sauna e due sale trattamenti.

Particolare attenzione per la cucina, che si dispiega nella pantagruelica colazione e nel ristorante della casa, il Bloom Garden, firmato dal talentuoso Raphael Gerby. E ora i nostri award 2025 per la ristorazione parigina. Due nomi da scoprire e, nel primo caso, da riscoprire. Perché Margaux sembra esserci da sempre, strategicamente collocato nel cuore della città: sedicesimo arrondissement, davanti la Senna, a due passi da place de l’Alma, di fronte, oltre fiume, la “dama di ferro”. In quella che fu la maison dell’immortale Mamie Margaux il tempo sembra essersi fermato, ma fermato per davvero, come in un frame d’epoca, però senza la patina del tempo. Gli arredi, rigorosamente originali, sono lustri e accolgono con convivialità e allegria una clientela di habitué, dove tutti sembrano conoscersi. In cucina, le parole rivisitazione e contaminazione vengono respinte con orrore. Qui si mangia la più classica cucina parigina, con divagazioni campagnole, firmata dallo chef Paul-Alexandre Laumont. Il claim non potrebbe essere più efficace: «I piatti della tua infanzia con un tocco di modernità». Tra i grandi classici: le ossa di midollo della nonna Margaux; le lumache in salsa di prezzemolo con guscio; salsiccia e purè; spalla di agnello confit al timo. Portate sempre generose. Uscendo abbiamo intravisto un’ombra aggirarsi svelta in cucina. Mamie Margaux è ancora viva. Il secondo ristorante è nuovo, ma brillantemente arrampicato sui sapori del territorio.
Si chiama Club Cochon l’Auberge, e nel nome si legge il suo destino: la consacrazione al “divin maiale”, prodotto emblematico. Siamo nel nono arrondissement e lo gestiscono Joseph Gastinel, in cucina (con le spalle tutelate da Romain Brechignac), e Valentin Allard, che governa la cave. I francesi questi locali li chiamano “bistronomici”, sostanzialmente la sintesi tra formula bistrot e approdo gastronomico. Nel caso specifico con l’aggiunta di un “esprit canaille”, che genera simpatia e curiosità. Nella cornice vintage-moderno-elegante si gusta il suino in ogni possibile variazione: paté croute cochon et foie gras du chef R. Brechignac; poitrine de cochon à la broche, caviar d’aubergine fumé, vierge de légumes croquants; cochon de lait e tante altre meraviglie. In tavola esclusivamente maiali allevati all’aria (che rappresentano solo l’1% della produzione francese), nel bicchiere etichette esclusivamente biologiche.

Per restare al tema vini consigliamo il wine tasting in Paris, che viene servito alle Gallerie Lafayette di boulevard Haussmann. Referenze francesi di assoluto prestigio (champagne compresi) per una degustazione che si tiene sotto lo sfavillante scenario della più bella (e grande) cupola liberty al mondo, creata nel 1912 dall’architetto Ferdinand Chanut Parisiens. Per un viaggio di pochi giorni, o per un soggiorno più ambizioso, mettetevi nelle mani di Parigi.it, tour operator italiano operativo nella capitale; per cortesia e competenza in grado di soddisfare ogni richiesta. Tra i plus, visite guidate individuali o di gruppo, la più apprezzata quella attraverso le opere del Louvre. Ma con loro avrete una corsia privilegiata per il ristorante della Tour Eiffel Madame Brasserie (panorama unico al mondo e sapori gourmet), per il mitico Moulin Rouge, per le crociere (anche dinner) lungo la Senna, per il Tour Montparnasse, per il wine tasting ai Lafayette. A breve sarà disponibile la nuova programmazione per i viaggi di gruppo, ancora più esclusiva.
Info, contatti e preventivi su www.parigi.it. L’au revoir alla Ville Lumière lo diamo con un classico inimitabile: la crociera sulla Senna dei Bateau Parisiens.
Sarà un tour arcinoto, frequentato ogni giorno da viaggiatori di ogni dove, ma l’esperienza permette di acciuffare la città da una prospettiva unica, con il teatro dei monumenti che sembrano salutarti, e che ogni volta ammiri differenti. Merito della luce, del meteo, della tua voglia di considerare Parigi la migliore delle terapie. Ma è giunto il momento di riprendere il treno. Da gare Montparnasse, direzione Rennes.
Rennes, case a graticcio e cultura cosmopolita
«La Bretagna ha l’aspetto di un capo ostinato rivolto verso l’oceano. È il volto stesso della resistenza», Victor Hugo. «Il mare in Bretagna è una cattedrale. Ogni onda un organo, ogni scoglio un pilastro», sempre Victor Hugo. Interpellare autori, giornalisti, poeti (nativi e non) sulla Bretagna, vuol dire imbattersi sempre nei medesimi elementi: vento, mare (però mai quieto, un amante insidioso), pietra; nelle case, sulle scogliere, in quella tenacia celtica che non ha mai temuto alcun nemico. La luce è un gioco d’azzardo, può cambiare venti volte al giorno, coi fattori vento e meteo che tirano le fila.

La Bretagna sa di mare e di salmastro, di salsedine e di spruzzi, anche quando il mare non c’è, come a Rennes: da sempre capitale di una terra il cui indipendente appellativo “regione” sta evidentemente stretto. Questa è una città che sa dosare il respiro della provincia con un’energia vitalissima, perpetuamente riaccesa. Le vie del centro ti accolgono con case a graticcio che sembrano piegarsi appena, inclinate dal tempo, e all’improvviso si aprono in piazze eleganti disegnate dal Settecento, quando Rennes fu in gran parte ricostruita. Un ibrido accattivante, evidentemente identitario. La città ha un’anima bretone: orgogliosa, concreta, legata alla sua terra, ma sa vestirla di cosmopolitismo con eleganza naturale. Il grande incendio del 1720 cambiò il volto urbano, e Rennes assunse un’aria classica e regolare, dal profumo vagamente parigino, che ancora oggi convive con i vicoli medievali, preservati dalle fiamme.

È questa stratificazione a renderla affascinante: una città che non cancella ma intreccia. Il sabato mattina, al mercato gourmet des Lices, mostra il suo volto più autentico.
I banchi di ostriche, sidro e crêpes profumano l’aria, i colori delle verdure e dei fiori illuminano la piazza, le ostriche (eccellenti) ci parlano del mare, le voci si mescolano in francese, in bretone, nelle lingue dei migranti (di più generazioni), dei viaggiatori che dividono lo street food coi locali.
È qui che Rennes si rivela comunità viva, radicata nelle sue tradizioni, che però non respingono paella e noodles dei nuovi residenti. Eppure, la stessa sera, basta spostarsi verso il Thabor e le sale da concerto del centro (alcune improvvisate) per scoprire un’altra città: giovane, internazionale, piena di studenti e musicisti, con festival di musica elettronica e mostre di arte contemporanea che attraggono visitatori da tutta Europa. Il Couvent des Jacobins, antico edificio domenicano, trasformato in centro culturale e congressi, ospita le opere della Pinault Collection e di artisti internazionali. È il segno di come questa città sappia coniugare memoria e futuro, passato e sperimentazione. Proprio la presenza di François Pinault – bretone, uno degli uomini più ricchi al mondo, imprenditore, mecenate, straordinario collezionista d’arte contemporanea, proprietario di tre musei e dello Stade Rennais FC – ha dato una svolta radicale allo scenario cittadino.
Eventi ed esposizioni a lui collegate consentono una ricaduta sul territorio di decine di milioni di euro, ventuno solo nel 2024. Case a graticcio e una foto di Nan Goldin alla Pinault, fontane in pietra e DJ set, è proprio questa la forza di Rennes: essere sempre due cose insieme, senza smettere mai di sorprendere chi la visita. Il B&B Marnie and Mister H è la location ideale per un tuffo nel medioevo: travature in legno, ambientazione romantica, appartamenti immersi nella storia, accoglienza calorosa, un grande salone libreria dove rilassarsi e incontrare gli altri ospiti. Art de vivre a beneficio del viaggiatore errante. Coquille è uno di quei ristoranti che vorresti incontrare ad ogni viaggio. Arnoud Guilloux, chef e patron, racconta, spiega, incanta, ti rivela gli antichi sapori di Bretagna che insegue con amore, passione, entusiasmo e competenza. C’è il mare e la campagna, la storia e quel tanto di innovazione che te la restituisce golosa e contemporanea; si gustano vini (anche bretoni) che sono una sorpresa dopo l’altra. Tappa imprescindibile. Invece da Peska prevale lo stile di una cucina di mare elegante, raffinata, nobile, con una ventata di oriente ad arricchire le ricette della tradizione.
Ogni asiette è un’opera ben concepita, il piatto ne accoglie il disegno, il palato si compiace della fragranza.

Dinan, il gioiello arroccato che si affaccia sulla Rance
In una guida ottocentesca si legge: «Mezzo nascosti nel fogliame e nelle garofane scorgerete qualche campanile e qualche bella villa: quella è Dinan. Pur essendo costruita su una roccia, non è un’arena ma un nido di colombe, e ciò non sorprende in un paese tutto meraviglie. Convertite in aiuole, le sue mura le fanno come a Babilonia giardini sospesi; le sue mura, ornate di biancospini e rose canine, le fanno una collana di fiori profumati, i cui fermagli sono belle porte merlate che raccontano favolose storie del passato a chi sa interrogarle e capirle. Dinan non è dunque una città ma una passeggiata o un bouquet». L’antico villaggio sembra concepito apposta per sorprendere chi arriva, indipendentemente dalle sue aspettative.
Arroccato sopra una collina che guarda, vertiginosa, il fiume Rance, custodisce un centro medievale perfettamente conservato, dove le strade acciottolate scendono verso il porto, tra case a graticcio dai colori pastello e torri di pietra. Passeggiando per rue du Jerzual, la via più celebre e ripida, si ha la sensazione di scivolare indietro nei secoli: botteghe di artigiani “veri”, insegne in ferro battuto, fragranze di ristoranti dai quali sembrano uscire (felici e protervi) Asterix e Obelix. Merita una sosta D’écolocique, emporio del riciclo creativo gestito da Anne Chaumont.

L’80% dei manufatti in vendita sono rinati a nuova vita. Irresistibili le borse e i portafogli ottenuti dai palloni da rugby dismessi. Dinan non è un museo all’aperto, ma una città che non ha mai smesso di respirare la sua storia, rinunciando a diventare una cartolina, nonostante conteggi, ogni anno, seicentomila visitatori. Che però, mediamente, si fermano un solo giorno. Ecco, voi non fatelo. Dinan merita molto di più.
Il numero perfetto è tre, con una giornata intera da dedicare a Cap Fréhel e alle sue meraviglie. Le origini della città risalgono almeno al IX secolo, quando era una roccaforte strategica contesa tra ducati e regni vicini; la figura di Bertrand du Guesclin, ruvido e invincibile guerriero, eroe della Guerra dei Cent’Anni, ne incarna lo spirito combattivo e orgoglioso. Ogni pietra di Dinan racconta una storia, e chi vi cammina sopra sente ancora l’eco delle cavalcate e delle contese. Il porto sul fiume (che si ammira dall’alto, come un acquerello impressionista), un tempo centro commerciale, oggi è luogo di passeggiate e di scambi culturali: caffè affacciati sull’acqua, gallerie d’arte, concerti estivi che risuonano tra le barche ormeggiate. Di sera, quando le luci dorate illuminano le mura e la torre dell’orologio, il cuore della città rivela la sua anima più intima, fiabesca, onirica, coi fantasmi dei guerrieri che si percepiscono, ma non si lasciano catturare dagli sguardi. Chi visita Dinan non può perdersi i suoi luoghi simbolo, come la basilica di Saint-Sauveur, che unisce stili romanici e gotici in un insieme singolare, e la torre dell’orologio, che domina i tetti e offre una vista mozzafiato sulla valle della Rance. Per un soggiorno a Dinan consigliamo l’hotel D’Arvor.

Collocato in un palazzo medioevale, più volte rimaneggiato nel tempo, si impone con il suo stile eclettico e i mobili shabby chic, elegantemente (volutamente) trasandati, di epoche diverse. Intrigante la collezione di false foto di famiglia. Cortesia e cura nell’accoglienza, posizione altamente strategica, tutto si raggiunge a piedi in pochi minuti. Il ristorante Zai è un approdo del mondo governato dallo chef indonesiano Danny Wedhana: materie prime bretoni intrecciate con l’oriente e l’America latina, coloratissimo ambiente fusion (ma per nulla posticcio), grande cucina a vista, monumentale american bar. Tutto buonissimo e sorprendente. La location, poi, è irresistibile: siamo nella ex sala d’aspetto di una stazione anni Trenta, ancora perfettamente funzionante. Più cucina di viaggio di così… Per il resto Dinan è un’enciclopedica parata di crêperie, alcune delle quali indimenticabili, come Suzette e Sarrazin.
Da segnalare l’evoluzione del più celebre piatto bretone: la tradizionale forma “chiusa” è sovente superata dalla variante “aperta”, con gli ingredienti in bella vista, come per la pizza. Ovunque si gusta quella bretone, con l’andouille (a base di insaccati suini), ma ci sono anche varianti vegane e “internazionali”; da menzionare la comparsa della mozzarella di bufala, particolarmente amata da nativi e viaggiatori. Cap Fréhel per Dinan è l’appendice oceanica: uno sperone di rocce con falaise che raggiungono i 70 metri di altezza, dove prosperano oltre 100 varietà di uccelli marini, e poi il giallo brillante delle ginestre in primavera, il viola dell’erica in estate, il vento, sempre potente, sinfonico, regista invisibile dello scenario. Imprescindibile la visita a Fort-la-Latte: maniero del XIV secolo che sfida, dall’alto, Atlantico e scogliere. Ambientazione ideale per ogni possibile saga, sembra concepito da Tolkien e Mago Merlino. Vi hanno girato oltre venti film, tra cui Lancelot du lac e le recenti edizioni de I tre Moschettieri. Prima di proseguire il viaggio dedicate mezza giornata alla crociera della Compagnie Corsaire, onirica e panoramica, non ve ne pentirete.
Nantes, l’arte partecipata che trasforma la città
La città europea che – negli ultimi trent’anni – ha saputo reinventarsi ha un nome: Nantes. E lo ha fatto scommettendo sull’arte (soprattutto di strada, continuamente arricchita e rinnovata), la fantasia, la teatralità, la creatività anche rivoluzionaria; puntando sul turismo come fonte di reputazione, di business, di benessere per i residenti, che sono anche i primi fruitori di una stagione culturale che sembra non avere fine. Distesa lungo la Loira, a metà strada tra l’Atlantico e l’entroterra, Nantes accoglie il visitatore con un’atmosfera sospesa tra eleganza storica e purissima attitudine contemporanea.

Il centro racconta subito il suo carattere: boulevard larghi e luminosi, palazzi ottocenteschi, piazze animate dove studenti e famiglie si mescolano ai visitatori. Ovunque installazioni, street art, spazi da condividere e dove partecipare. Il fulcro di questo sistema è l’Île de Nantes. Dove sorgevano gli storici cantieri navali, oggi lo scenario è dominato da hangar riconvertiti alla creatività e creature fantastiche – le Machine de l’Île – che sembrano uscite dai romanzi di Jules Verne, figlio illustre della città. Tra queste l’emblematico elefante – simbolo della città contemporanea, quattordici metri di altezza, una sintesi tra ingegno industriale e immaginazione – il più grande automa mai concepito, che non si limita a fare bella mostra di sé, ma, più volte al giorno, passeggia con incedere naturale e sbuffi di vapore. La storia di Nantes è antica e potente. Fu capitale del ducato, crocevia commerciale e porto fluviale, che per secoli determinò la sua ricchezza.
Il castello dei duchi di Bretagna, con le mura bianche che si specchiano nei canali, custodisce oggi un museo multimediale che racconta le origini celtiche, l’epoca medievale e il ruolo della città nelle rotte oceaniche. Nantes fu però anche il primo porto negriero di Francia. Truce epopea ricordata da un Memoriale, l’omaggio, di intensa sobrietà, alle vittime della tratta. Dieci sono le parole scelte per indicare le nuove rotte metropolitane: audace, marittima, creativa, food destination, verde, contemporanea, effervescente, verniana, ludica, allegra. Un decalogo concepito da Jean Blaise, il guru della nuova città, carismatico e visionario, dal 2011 a ieri direttore di Le Voyage à Nantes, struttura unica in Francia, che riunisce i team del turismo, della cultura e del patrimonio artistico per creare un percorso creativo permanente. Oggi ha lasciato il timone a Sophie Lévy, per otto anni direttrice del Musées d’arts de Nantes.

D’estate come d’inverno Le Voyage à Nantes dissemina opere d’arte nello spazio urbano, trasformando piazze e facciate in scenografie effimere. Alcune delle quali destinate a diventare permanenti, altre a ripetersi, altre ancora ad essere sostituite nelle edizioni seguenti. Tra gli hotel di Nantes merita una menzione La Pèrouse: minimal chic di forte ispirazione nautica, a partire dal nome, che celebra un leggendario esploratore nantese. Dietro l’eleganza sobria dell’insieme inseguite i dettagli, il viaggio inizia da lì. Costruita nel 1895, classificata monumento storico già nel 1964, amata (tra gli altri) da André Breton e Jacques Prévert, La Cigale è una brasserie art nouveau che si impadronisce del tuo sguardo, in un trionfo di specchi, stucchi e dorature. Il menu, immutabile, se la gioca (ai massimi livelli) tra coquillages e carni francesi certificatissime.
Quando il cameriere prepara la tartare di fronte a te, con mosse da giocoliere, ti alzeresti in piedi per far scattare l’applauso. Il pasto tradizionale francese è patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 2010. Venite qui e capirete perché.

(foto MARCO CARULLI)
