Le incredibili avventure di un vulcano dormiente
Imprescindibile. Ecco, per ogni viaggiatore il Messico rappresenta un approdo imprescindibile. Perché non c’è niente come il Messico, nulla che neanche gli assomigli. Questa terra è uno scrigno di storie arroventato dal sole, quello “giaguaro”, quello di Italo Calvino. Vicende bellissime e terribili che ci hanno consegnato un popolo mite e fantasioso, devoto e indolente. Ma il messicano è un vulcano che dorme; quando si desta può stupire con la più rivoluzionaria delle anime e allora il torpore si trasforma in eccesso. È il momento delle fiestas; sono centinaia e punteggiano un calendario in cui ogni santo ha diritto a una processione, ma anche a balli, canti e spari verso il cielo.

La più popolare – ve la racconterò – è il Dia de los muertos, dove si aprono i ponti fioriti verso l’aldilà, come quelli di Coco, che il delizioso film Disney/Pixar ha raccontato al mondo intero. Ma il risveglio del vulcano può anche essere il momento dell’indignazione, della protesta e persino della rivolta, coi suoi formidabili protagonisti: padre Hidalgo, Emiliano Zapata, Pancho Villa, il comandante Marcos… Ma quando le fiamme e le grida si spengono, tutto torna come prima: una tranquillità sovente rassegnata, una ostentata indifferenza che fa sembrare la fiesta lontana e la rivoluzione inutile. Questo stato d’animo ha condizionato cinquecento anni di storia messicana. Fa parte dell’anima di un popolo non facile da comprendere, perché profondamente segnato da illusioni e massacri. Ed è in quest’alternanza di conquiste e sciagure che la gente ha assunto il fatalismo come stile di vita, come quotidiano antidoto da tenersi ben stretto.
Per contro, sotto questo cielo di un blu abbagliante, spazzato da nuvole veloci come Mercurio, sono nate alcune tra le più raffinate civiltà di tutti i tempi: i Maya, signori dell’architettura, dei numeri e dell’astronomia, ma anche gli Aztechi, guerrieri straordinari che vivevano tra giardini pensili e città di ineguagliata bellezza. Popolazioni in grado di creare un universo complesso, dove le divinità regolavano come un cronometro l’esistenza degli uomini, le attività di tutti i giorni e anche la morte, somministrata attraverso rituali cruenti e fantasiosi. Che non erano alternative alla vita, ma lo strumento per rigenerare ogni cosa tramite il sacrificio, l’offerta affinché il sole tornasse a sorgere e dalle nuvole scendesse la pioggia. Queste civiltà scomparvero senza lasciare eredi: gli Aztechi sterminati da un pugno di determinatissimi spagnoli, i Maya – quelli originari, i signori del cielo e della terra – come spariti nel nulla. Fu un colpo di spugna emblematico, la sostituzione di un mondo con un altro. Per i messicani un punto di arrivo e l’inizio di un’altra storia. La fine delle glorie mesoamericane e il debutto dell’America Latina: figlia comune di vittime e carnefici.

Perché questa è la terra meticcia, dove i discendenti delle antiche popolazioni hanno convissuto con gli eredi dei coloni mescolandosi a loro. La medesima fede (un cristianesimo sincretico e coloratissimo) ma una razza nuova, anzi decine di razze nuove. Oggi il Messico conta oltre cinquanta tribù. Tutte, a modo loro, hanno per capostipiti Maya e Aztechi, Toltechi, Olmechi e Zapotechi, ma tutte hanno sangue spagnolo nelle vene. Tanto o poco, ma ce l’hanno. E Nostra Signora di Guadalupe si prende cura di loro, con qualche distrazione che non ne intacca minimamente il carisma. La fede popolare ha poco a che spartire con la religione ufficiale, e quasi la scavalca nella ricerca di una felicità terrena prima ancora che divina. Politicamente le richieste sono sempre le medesime: terra ai contadini, libertà per gli oppressi, giustizia per i diseredati.
Dopo qualche secolo di amare disillusioni, il “nuovo” sembra aver invertito la marcia, modernizzando, generando uno stato sociale e combattendo la corruzione. In primis con Andrés Manuel Lopez Obrador (meglio conosciuto con l’acronimo di AMLO), presidente dal 2018 al 2024, che 68 comunità indigene salutarono con un simbolico “testimone”. Da pochi mesi governa la sua erede, Claudia Sheinbaum Pardo, già amatissima come sindaco di Città del Messico, la prima donna presidente della nazione.

Messico, le ragioni di un viaggio speciale
Nel 1929 Mario Appelius, il più grande reporter italiano di quegli anni, scriveva, nel suo L’aquila di Chapultepec, un’esortazione al viaggio messicano che non ha perso di smalto: «Il Messico splende dinanzi ai miei occhi con la sua storia pittoresca, con le sue rivoluzioni romantiche, con la sua vitalità esuberante, coi suoi charros vestiti di pelli ricamate e di sete trapunte, con le sue arti originali, coi suoi politici avventurosi, con le sue rovine millenarie, con le sue mille qualità, coi suoi mille difetti, le sue passioni, i suoi paradossi, le sue ricchezze, le sue ambizioni, le sue audacie, le sue incongruenze: terra di grandi fortune e di grandi miserie, di violente tempeste e di soavi fantasticherie; tragica e grandiosa terra d’America, mezza latina e mezza india, tutta turgida di lieviti e fermenti, vivaio di uomini maschi che amano il pericolo e di donne passionali che cercano i tormenti dell’amore; campo di battaglia di contese imperialiste e di esperimenti sociali, di antagonismi di razza e di lotte religiose, di scontri ideologici e di basse rivalità personali; paese vivo, vivo, vivo; stracolmo di ricchezze materiali e di energie spirituali, benedetto e nello stesso tempo maledetto da Dio; paese straordinario che incanta il poeta, che seduce lo scrittore, che mette in imbarazzo il giornalista, che ora spaventa ed ora innamora, che sempre conquista il viaggiatore e lo incatena al suo fascino…!».

Ecco, se non avete deciso che questo è il vostro prossimo viaggio forse non avete letto bene. Tra le opportunità di un Messico proteso (forse… finalmente) verso il futuro, il turismo è una delle risorse più evidenti, certamente tra le più sviluppate. Merito di un doppio patrimonio – archeologico e ambientale – di eccellenza assoluta. La natura racchiude le suggestioni di un continente: le cime innevate del vulcano Popocatépetl, i deserti del Norte, gli altipiani sconfinati dove sorgono i ruderi di Monte Alban, le spiagge dorate dello Yucatán e quelle più aspre di Baja California, le foreste del Chiapas, e ancora steppe, colline fiorite, gole vertiginose, laghi e scogliere, gli impressionanti cenote, dove l’acqua appare verde smeraldo, in un luogo della terra sprofondata.
A fianco di tutto questo, le rovine enigmatiche delle civiltà precolombiane: solenni, astratte, un paesaggio più fisico che architettonico. Sono vestigia di un passato che non stona col presente, ma lo integra con il ricordo di un mondo lontanissimo, glorioso, forte dei suoi riti e delle sue magie. Ci sono statue antropomorfe, dove si vede un uomo, ma anche un giaguaro. Nessuno sa dire il perché. Forse gli antichi dei si accoppiarono con la più fiera delle belve per dare origine a un popolo diverso da tutti gli altri. Padrone di una terra bellissima, condannato a sublimi delizie e dolorosi tormenti.

Per i viaggiatori il Messico ha sempre avuto un mood agrodolce, una sintonia fatta di tristezze e allegria saldamente intrecciate, un luogo dell’anima che si abbraccia pur restando estraneo. Come cantava, nel 1970, Enzo Jannacci: «Messico e Nuvole, il tempo passa sull’America, il vento suona la sua armonica, che voglia di piangere ho. La faccia triste dell’America, il vento insiste con l’armonica, che voglia di piangere ho… Una chitarra risuonerà per tanto tempo ancor… Queste son situazioni di contrabbando… Il vento insiste con l’America, il vento insiste con l’armonica…».
Yucatán, tra natura, leggende e tradizioni
Un viaggio in Messico che voglia essere anche solo parzialmente esaustivo richiede almeno 20 giorni. Ma si può scegliere una formula efficace che isoli un’area di particolare interesse. In questo caso non ci sono dubbi: puntate sullo Yucatán, uno dei 31 stati della repubblica federale, quello che meglio propone il connubio tra patrimonio archeologico e natura, con un litorale caraibico di celestiale bellezza. Il nostro viaggio è una Special Edition “Dia de los muertos” del tour “Yucatán Tra Storia e Natura”, proposto tutto l’anno – in combinata con il soggiorno mare sulla Riviera Maya – da Alpitour, Francorosso, Bravo e Presstour.

Il reportage è stato realizzato in collaborazione con Francorosso, che ha scelto per noi Seaclub Catalonia Playa Maroma, magnifica location fronte mare. Durata del viaggio otto giorni, programmati in due fasi distinte: itinerario di quattro giorni dedicato alla cultura, alla storia e alle tradizioni; a seguire una tappa di altri quattro giorni sulla Riviera Maya, per relax ed esplorazione dei dintorni. Competenza e professionalità dei nostri referenti ci hanno permesso – in poco più di una settimana – una conoscenza ravvicinata con: l’area archeologica di Chichén Itzá, i riti e le cerimonie del Dia de los muertos, l’immersione nei cenote e la navigazione in laguna, l’incontro con la comunità maya, la visita allo spettacolare sito di Tulum, l’immersione con le tartarughe marine e qualche defaticante giornata al mare, all’ombra delle palme piegate dal vento. Un viaggio dove ogni minuto è stato capitalizzato al massimo, ad altissimo concentrato di ricordi, tra storia antichissima, umanità sincera e bellezza senza tempo.

Ma torniamo allo Yucatan, e alle sue origini in ere lontanissime. Perché sotto questa terra è sepolto il cratere Chicxulub, formatosi 65 milioni di anni fa, con la caduta del meteorite che avrebbe portato all’estinzione dell’80% della megafauna mesozoica, tra cui i dinosauri. Quello che gli spagnoli hanno trovato al loro arrivo era una civiltà altamente teatrale – templi, edifici religiosi, palazzi e monumenti, tutti misteriosi – che nulla aveva a che spartire con una quieta comunità agricola, residente in capanne senza pretese. I Maya ebbero l’apogeo della propria civiltà a partire dal 500 a. C. e concepirono conoscenze astronomiche e architettoniche straordinarie, codificarono una religione raffinata e crudele (per i nostri standard) basata sul culto del sangue e del sacrificio umano, furono forse dediti all’antropofagia (come fa intendere Calvino nel suo Sotto il sole giaguaro), ma nulla valse a salvarli dall’implosione, probabilmente dovuta a guerre intestine e a un progressivo ridursi delle risorse.
Gli storici calcolano che le vittime furono due milioni, conteggiabili nell’arco di tre generazioni massimo. Il loro patrimonio monumentale ancora oggi genera più domande che risposte. Venerati dagli esoteristi e da autori in cerca di misteri – da leggere il sempre godibile Non è terrestre di Peter Kolosimo – si è immaginato un rapporto (forse un’alleanza) con gli extraterrestri. Mentre Hugo Pratt, nel suo visionario Mu, vedeva le città maya al centro di grotte alchemiche, collegate ai continenti scomparsi. Di certo l’impressione di una civiltà “altra” e altera coglie il visitatore, che osserva qualcosa di mai visto, inesplicabile e radioso.

Chichén Iztá, l’imponenza dell’altrove
Catalogata come una delle “sette meraviglie del mondo moderno” questa antica città perduta è stretta intorno alla piramide di Kukulkan, universalmente nota come El Castillo. Coi suoi 30 metri di altezza è un concentrato di ingegneria, precisione matematica e astronomia; una prua tagliente che punta verso il cielo. Ogni equinozio il gioco di luci e ombre sulle sue scalinate dà vita al “serpente piumato”, simbolo sacro dei Maya. Altrettanto noto è il grande campo per il gioco della palla, delimitato da alte murature, sopra la quale prendevano posto gli spettatori.
Delle regole sappiamo poco e immaginiamo molto. Quello che è certo e che i match si concludevano con un sacrificio umano; dei vinti, dei vincitori, oppure di entrambe? La risposta non cambierebbe la natura del gioco, sicuramente più rituale che agonistica. Se per un momento ci si astrae dalla folla dei turisti (tanti ma non ancora troppi, in assoluto ben gestiti) la nostra mente può percepire echi di tamburi e canti guerrieri, aggrappati al silenzio delle stelle, testimoni di un popolo che parlava al cosmo, tracciando nella pietra la mappa dell’universo.
Chichén Itzá, custode di sogni infranti e gloria, sei la voce di una civiltà mai perduta, un ponte tra l’uomo e l’infinito. Che il sito abbia il fascino dell’inspiegabile, lo testimoniano le tante teorie che lo vogliono concepito nell’altrove. Ancora una volta interroghiamo Mario Appelius: «C’è chi, riferendosi a Platone, fa discendere i Maya dalla romantica Atlantide. V’è certo una strana analogia fra il Chac Mool dei Maya e la Sfinge dei faraoni, tra il culto di Osiris e il culto di Quetzalcoatl, tra certi idoli indios e certi idoli quasi identici dell’Egitto e della Frigia, fra certe leggende Maya e le leggende di Creta, di Troia e di Micene. V’è infine un gruppo di giovani archeologi che fa venire i Maya dalla Libia e dall’Etiopia!».
Dia de los muertos, il volto sorridente dell’aldilà
Le celebrazioni durano tre giorni – dal 31 ottobre (dedicata ai bimbi defunti, gli angelitos) al 2 novembre – ma in realtà si protraggono, attraverso ricorrenze familiari e cerimonie, per tutto il mese.

Questa è una festa sincretica, dove le antiche usanze precolombiane si intrecciano con il cattolicesimo. Niente di più diverso dal nostro giorno dei morti, qui si celebra l’occasione gioiosa per onorare i cari scomparsi, accogliendoli (non solo simbolicamente) tra i vivi, con musica, cibo, fiori e preghiere. Sostanzialmente si apre una porta con l’aldilà e i muertos vengono a visitare amici e parenti, gustando i piatti preparati in loro onore (che restano intatti ma privi di sapore, noi però non abbiamo provato…) e visitando le offrendas (altari commemorativi pensati per loro), dove – secondo un rituale preciso – vengono posizionate fotografie, le bevande preferite del defunto, candele, fiori e oggetti; ogni casa ne ha uno. Altro luogo iconico di questi giorni è il cimitero, che riprende vita con coreografie allegre e colorate, illuminate da mille fiammelle votive.

Nei villaggi è in uso una tradizione da noi impensabile: le ossa dei defunti, sistemate in cassette di legno (procedura che avviene due anni dopo l’inumazione), vengono portate a casa dai familiari, accuratamente ripulite, e accolte con la cura che si riserva agli ospiti più graditi. Trascorsi i giorni della festa, saranno riportate al camposanto, dove riposeranno in pace sino all’anno seguente. Noi, affidati alle cure preziose della guida scelta da Francorosso, vero mediatore culturale, abbiamo visitato i cimiteri di alcuni piccoli centri, per partecipare alla devozione più intima e sentita. Ma abbiamo anche assistito alla parata di Valladolid, dove una folla, vestita di bianco, reggendo candide candele, ha raggiunto il cimitero per la cerimonia serale, tra canti e preghiere. I “Dias” de los muertos, dove anche i teschi sorridono, appartengono al patrimonio culturale immateriale dell’umanità stabilito dall’UNESCO.
Lagune, foreste e antichi cerimoniali
La natura dello Yucatán non è sistema dal quale l’uomo è assente, ma respira in simbiosi con antiche popolazioni che, da sempre, hanno vissuto nel rispetto dell’Oceano, della fauna autoctona, dei cenote (che per i Maya erano i portali per il mondo degli spiriti), della grande foresta tropicale. Oggi gli eredi dei Maya vivono ancora e sanno prendersene cura. Nel nostro viaggio abbiamo visitato, a Punta Laguna, l’area di protezione della fauna e flora Otoch Ma’ax Yetel Kooh.

Ci si addentra a piedi nella foresta per raggiungere la laguna vera e propria, uno specchio di acque blu profondo, circondato da un ininterrotto scenario verde smeraldo, popolato da scimmie vocianti (le abbiamo viste da vicino) e da una numerosa colonia di giaguari, fortunatamente dal lato opposto della foresta rispetto al nostro. Numerose le attività a disposizione: zip line per sorvolare il paesaggio, discesa a doppia corda su un cenote (impegnativa), nuoto nella laguna, esperienza indimenticabile che ti connette con un mondo primordiale, che non è cambiato in nulla negli ultimi trentamila anni. Ma la visita che maggiormente mi è rimasta nel cuore è stata alla comunità Hidalgo, microscopico villaggio maya dove il tempo sembra essersi fermato.

Siamo stati accolti nella grande casa familiare – tutta la comunità vive insieme, donne, uomini e bimbi, in totale condivisione – per gustare il loro cibo (buonissimo, il migliore del viaggio), preparato di fronte ai nostri occhi. A seguire siamo stati benedetti dallo sciamano secondo un rito ancestrale. Niente di turistico, niente di commerciale, solo tanta naturalezza e desiderio di offrirci i doni più semplici, quelli che non hanno prezzo. Ultimo approdo del percorso naturalistico la laguna di Bacalar, detta “dei sette colori” per le sfumature di azzurro che si alternano nelle acque di uno scenario paradisiaco. Bagno garantito, e indimenticabile.

Il nostro resort, un viaggio nel viaggio
La scelta di Francorosso per il nostro resort mare si è rivelata felice per molti aspetti: posizione strategica sulla Rivera Maya, immersione nella natura tropicale, spiaggia candida dove il riparo dal sole è garantito dalle palme e non dagli ombrelloni, gastronomia piacevole e di grande varietà (con ristoranti specifici di cucina internazionale, spagnola, giapponese e messicana), realizzazione architettonica perfettamente mascherata nella giungla, grandi e comode stanze affacciate sugli alberi o verso l’Oceano (le suite con piscina), cocktail all inclusive con l’infinita varietà di frutta locale.

Quello che più sorprende del Seaclub Catalonia Playa Maroma, va sottolineato, è la collocazione della struttura in una grande foresta tropicale, dove i complessi abitativi (mai impattanti) sono affogati nel verde e raggiungibili da incantati sentieri. Convive con gli ospiti una allegra e numerosa comunità di coati, simpatici procionidi onnipresenti nella vita del resort. Dalla base siamo partiti per una escursione fondamentale: obiettivo Tulum e la riserva delle tartarughe marine di Akumal.
Nella prima sosta si ammirano le candide rovine di una smagliante città portuale, l’unica della civiltà maya. Lo straordinario contrasto, in un unico frame, dove si colgono gli antichi edifici – tra cui El Castillo e il Tempio del Dios de Viento – contrapposti al blu cobalto dell’Oceano lascia un ricordo indelebile. Reso ancora più prezioso dalla brezza marina e dal rumore delle onde. Akumal è probabilmente l’unico luogo al mondo dove si può nuotare liberamente con le tartarughe marine, tante tartarughe marine, accompagnate dall’eleganza di qualche bella razza. Se avete una decorsa acquaticità la magia è davvero perfetta, sembra di danzare con loro, mentre nuotano con voi o emergono per respirare. Adesso è però il momento di lasciar sedimentare i ricordi.

Lasciamo l’incanto di questi otto giorni speciali con le parole di Carlo Fuentes: «Lo Yucatán non è solo un luogo: è un enigma. È il passato che ti guarda attraverso gli occhi delle sue piramidi. Un mistero inciso nella pietra e nel vento» e con quelle di Diego Rivera: «Nello Yucatán, ogni foglia della giungla racconta una leggenda, ogni pietra ha memoria, e ogni cielo è un orizzonte infinito».


(foto MARCO CARULLI)
