La lingua giapponese ha un indiscutibile fascino, oltre che indubbie complessità; entrambe queste evidenze risiedono in un fatto: i termini giapponesi vogliono e possono dire molto più di quel che sembra. Il termine “suki” per esempio rientra nell’ampia sfera dei significanti relativi all’amore, ma ha una sfumatura che vira più verso il senso di “piacere” o “affetto”. Mark Twain pensava che l’affetto fosse «la più preziosa ricompensa che ogni uomo possa conquistarsi», e probabilmente quando è stato scelto il nome Suki Restaurant, le idee non dovevano essere troppo diverse. La prima volta che ci hanno raccontato Suki (la prima sede, quella di via Ormea, perché la seconda è in via Amendola 8), ci avevano parlato di una sorta di missione: «La nostra ambizione è recuperare atmosfere, gestualità, qualità proprie della cultura giapponese, che troppo spesso non troviamo in ristoranti che si definiscono tali, e che di nipponico hanno esclusivamente il sushi. Oltre alla tipologia di proposta, se si vuole evocare per davvero il Sol Levante, servono altre accortezze; per esempio l’“irasshaimase”, il saluto e benvenuto all’entrata, poi tradotto anche in una entrée ben augurante, e poi ovviamente l’arrivederci con ringraziamento alla fine».
Suki è uno dei migliori luoghi in città per gustarsi del sushi vero e fatto per bene
Sono spunti linguistici sì, ma sono anche tratti fondamentali della cultura giapponese. Con impegno Suki è riuscito a sedimentare questo “format”, con una proposta di sushi che potremmo definire di medio-alto livello; perché si distacca dal mare di proposte “basse” o simili, e strizza l’occhio alla cucina giapponese d’alta classe, rimanendo ciononostante accessibile, affettuosa. Senza giri di parole: Suki è uno dei migliori luoghi in città per gustarsi del sushi vero e fatto per bene, anche da “neofiti”, in una location chiaramente “occidentale”, ma attenta a vari dettagli che evocano il Giappone. Cosa troviamo nel menù? Naturalmente il pesce crudo di qualità la fa da padrone, in “purezza” come per tartare e sashimi, o in versioni più sofisticate; non perdetevi gli “antipasti”, gli uramaki (uno spettacolo di gusto e colori) e gli hosomaki. Il focus è sempre lo stesso: esaltare la qualità di una materia prima eccellente, valorizzandola con abbinamenti e incroci di gusto.
E poi c’è la cucina più “classica”: i ravioli, i bao, la tempura, i secondi (anche il filetto di Wagyu). Il risultato è una cucina di livello, che dichiaratamente non punta a essere “stellata”, ma che offre un’esperienza food giapponese veramente soddisfacente, senza scivolare praticamente mai. Per questi motivi, The Fork (che un po’ di locali se ne intende) nello stilare la propria classifica dei 100 migliori ristoranti d’Italia, ha deciso di inserire Suki Restaurant al 5° posto nazionale. Un riconoscimento molto importante perché ottenuto attraverso diversi parametri, che comprendono anche le recensioni dei clienti. Un posizionamento quindi, vicinissimo al podio, che ha un doppio valore, perché coinvolge anche il gusto del pubblico (che sappiamo essere importante sì, ma soprattutto vasto e volubile). Suki quindi vince e convince, un po’ in ogni direzione; ed è un orgoglio per la città (rappresentata in classifica da soli 13 indirizzi torinesi).
Insomma, la cucina di chef Leo Voltaire Aala, e della sua squadra, è un’ottima occasione per approcciarsi al sushi in modo decisamente safe, e ovviamente una tappa fondamentale per ogni amante non solo della cucina giapponese, ma della cultura del Sol Levante più in generale. E qui viene la seconda nota di grande merito: la ricercatezza di un’atmosfera che, pur chiaramente occidentale, convince con vibes nipponiche super interessanti. Per chi ama Lost in Translation e i film di Miyazaki, per i sensibili, gli amanti del bello e del sushi, o per chi vuole semplicemente approcciarsi a tutto questo: ecco Suki Restaurant, un’ottima scelta.




