Il 13 settembre 2022, due anni fa quasi precisi, Netflix faceva esordire sulla propria piattaforma un piccolo capolavoro di animazione: Cyberpunk: Edgerunners. Prodotto dallo studio Trigger, Cyberpunk è diventato in pochissimo tempo un micro-cult, amatissimo da pubblico e critica (destino decisamente differente rispetto al videogioco da cui prende ispirazione…).
La trama gira attorno al protagonista, ovvero David Martinez, un ragazzo che perde la madre in un incidente e si ritrova in una spirale di eventi abbastanza complessa che lo metterà parecchio nei guai, ma lo porterà anche a tornare a vivere. Ciò che però è interessante di Cyberpunk: Edgerunners (oltre alle musiche, al montaggio, allo spessore emotivo dei personaggi) è l’ecosistema in cui si muovono: un futuro distopico in cui la tecnologia ha preso il sopravvento su tutto, anche sull’umanità, sia a livello etico che fisico.
Un futuro in cui uomo e macchina si mescolano e annullano a vicenda, e in cui molti corpi umani sono “addizionati” da impianti cibernetici; e chi ne abusa è destinato al bornout sia fisico che mentale. Un immaginario coloratissimo ma senza colori, in cui l’illusione digitale diventa bene rifugio e le simulazioni con visore hanno sostituito le droghe perché capaci di trasportare in altri mondi, lontani da quelli in cui tutti hanno smesso di sperare. Molto desolante, ma allo stesso tempo poetico e contemporaneo. In questa distopica realtà, ribellione e assurdo diventano gesti di libertà in cui il nostro protagonista ritroverà un motivo di vita.
Certo che a vederlo così il futuro fa proprio paura. La tecnologia che si mangia le persone, l’umanità che sbiadisce un pezzo alla volta, la ribellione come unico antidoto all’omologazione di ogni identità… A noi uomini però le distopie piacciono tantissimo, molto più delle utopie, perché immaginare futuri disastrosi (anche apocalittici) ci distoglie un po’ dal presente; è un modo per proiettare lontanissimo le nostre paure. Ci intriga e rasserena allo stesso tempo.
E va benissimo che sia così, ma al cinema, nei libri o su Netflix. Chiaramente quando ci rivolgiamo alla nostra quotidianità o all’ambito lavorativo, dobbiamo essere in grado di ragionare in modo più pragmatico e cosciente. E soprattutto non dobbiamo avere paura, semmai cautela.
Ovvio, avere paura molte volte non è una colpa, ma una conseguenza. Succede che non capiamo qualcosa e quindi la respingiamo. Ce lo hanno raccontato anche i professionisti di Cesin Group, che da quasi trent’anni lavora a Torino affiancando le aziende nelle loro piccole e grandi transizioni digitali.
«Oggi la tecnologia può fare veramente tantissime cose, e di conseguenza rappresenta una risorsa fenomenale per chi lavora, ma molti ancora non la utilizzano».
Perché?
«I motivi sono diversi, bisogna dire che in generale l’Italia è molto indietro dal punto di vista della transizione tecnologica. Abbiamo grandi eccellenze, ma la situazione media non è delle migliori. Sicuramente tra le motivazioni c’è anche la paura».
Di finire come in Cyberpunk?
«No così è un po’ eccessivo… In realtà lo scoglio da superare in termini di paura è relativamente basso. Infatti ci siamo accorti che oltre a dare consulenze tecniche alle aziende che seguiamo, un altro servizio molto apprezzato è la formazione. Perché con la conoscenza si sconfigge la paura».
Quindi insegnate a combattere gli hacker?
«Più o meno sì. Faccio un esempio concreto: il progetto Cyber Guru, un percorso che insegna alle aziende a prevenire, individuare e contrastare gli attacchi informatici».
Questo passaggio ci ha fatto riflettere: una delle paure più grosse relativamente alla tecnologia è la perdita di autonomia. È un sentimento comprensibile: non toccare con mano significa, istintivamente, sentire di possedere un controllo minore su ciò che ci capita attorno. E tutti, chi più, chi meno, vogliamo avere un minimo di controllo sulle nostre esistenze.
Come ci ha raccontato il team di Cesin, probabilmente servono anche le persone giuste affianco per rendere tutta questa tecnologia una possibilità e non una paura.
