Lo dicevamo già all’inizio di questo speciale food: il vero valore aggiunto della storia di Lidia Poët è che in ogni suo gesto c’è un po’ di rivoluzione. Tutte quelle cose che a noi possono apparire come scontate, per lei erano faticose conquiste. La “banalità”, presunta o dichiarata, delle nostre conquiste personali, è una delle cose che più ci può limitare lungo la vita.
Da bambini o ragazzi capita di essere arrabbiati perché non si è capiti, spesso perché chi vorremmo lo facesse non riesce a comprendere le nostre evoluzioni. Da adulti la frustrazione viene molte volte dal mancato riconoscimento di ciò che siamo o facciamo. Non è facile farsi valere, non è scontato farsi riconoscere, non è semplice fare rivoluzioni, piccole o grandi che siano.

Una delle rivoluzioni più complicate da affrontare per un imprenditore è senza dubbio il cambio della guardia, quell’operazione in cui ci si prende sulle spalle un’eredità (magari anche importante), con la missione di portarla avanti, darle nuova linfa, trasmetterle un po’ della nostra identità. Un percorso non semplice, soprattutto nell’ambito della ristorazione, quando c’è già la firma di uno chef, un’impronta precisa cui subentrare.
Quando ci si riesce però, la soddisfazione è quasi doppia. E in questo senso, Ca’ Mia – Casa Albano è una case history virtuosa ed emblematica, figlia del proprio passato, ma saldamente padrona di presente e futuro. La formula? Ce l’hanno più volte raccontata Marco Albano, Davide Tedesco e il loro affiatato team, l’anima gourmand di Ca’ Mia. Come? Con il linguaggio dei cuochi, e quindi con il lessico del cibo.

Ecco che scende in campo la tradizione di cui Ca’ Mia è fiero ambasciatore: plin di castelmagno su fieno maggengo con tartufo nero. Tipico e “rurale”, ma anche gustoso e di classe. Discorso simile vale per sua maestà il gran bollito: un must, un simbolo, un tripudio che come lo facciamo qui in Piemonte nessuno mai. L’esplosione di gusto, quella da UAO, da spari nei film di Sergio Leone, la affidiamo però all’altro antipasto: tartare di tonno su cialda di mais con spuma di bufala ed erba cipollina. Un gioco fresco, un po’ “piacione”, ma fa ciò che deve e lo fa molto bene. Poi dolce sipario con la “madamin”: panna cotta alla vaniglia composta di mele renette, crema al Calvados e crumble di nocciole.

Alla tavolozza dei colori di questi piatti, si aggiunge un altro elemento per noi importantissimo: l’attenzione ai dettagli. Una cura maniacalmente corretta. Dall’estetica (deliziosa) shabby chic all’approccio al cliente. La nostra coccola preferita? La selezione dei vini (disposti in una cantina di fascino), una delle grandi passioni di Marco, ideale accompagnamento per i piatti sopra raccontati. Insomma, Ca’ Mia è stata in passato una bella rivoluzione, oggi è un film cult da vedere e rivedere, senza stufarsi mai.

