A fine evento uno degli ospiti ci ha fermato e ci ha detto: «Sapete, è uno degli eventi più interessanti a cui abbia mai partecipato». Tutto vero. E a questo punto ci si aspetterebbe, dato l’entusiasmo, di aver partecipato a un evento perlomeno “pop”, con un argomento coinvolgente; magari si è parlato di cinema, di sport, oppure di teatro… E invece no.
Giovedì 6 marzo (ieri) abbiamo partecipato a un evento dal titolo Nuovi Grandi Ospedali: Spazi di Vita, Luoghi di Cura, un nuovo appuntamento del calendario di Dialoghi Metropolitani, stavolta a Palazzo Saluzzo Paesana, a Torino. Un’occasione atipica, in cui parlare di ospedali e sanità, tra pubblico e privato, case history e architettura, umanità e buoni propositi per il futuro. Vi raccontiamo com’è andata.
In una sala gremita (compresi noi saremo stati nel momento di picco circa 120 persone) Andrea Cenni, direttore editoriale Gruppo Mediapress, ideatore (tra gli altri) del format Dialoghi Metropolitani, ha dato inizio alle danze, cioè ai Dialoghi, prima presentando e poi conducendo ogni intervento degli ospiti.
Il primo è Marco Berry (autore, personaggio televisivo… dobbiamo proprio presentarlo?) che per il suo intervento ha deciso di leggere e commentare estratti dal libro Camici e Pigiami, introducendo con ironia e un pizzico di poesia l’incontro.

Dopo di lui Don Paolo Fini ha raccontato alcune esperienze personali, vissute soprattutto negli Stati Uniti; storie di droga, alcol e dipendenze, ma soprattutto occasioni per riflettere insieme su una nuova dicotomia curante-curato. Teorizzando un modo diverso, evoluto, di affrontare i mali che possono affliggere le persone. Secondo noi? Un bell’intervento, interessante, un buon mix di umanità e spiritualità che riesce a toccare corde dell’anima e temi profondamente pratici.
Sul palco poi l’assessore regionale al Bilancio, Andrea Tronzano, chiamato a rispondere alla prima vera “provocazione” della serata, ovvero a come la politica può e deve sostenere la sanità, sia pubblica che privata, magari prendendo spunto dagli esempi internazionali positivi. Tra un plauso alle eccellenze piemontesi di questo settore e un rinnovato invito a migliorare sempre di più, l’intervento scorre via bene, ed è ben più di un saluto istituzionale.
In versione telematica invece l’intervento della professoressa Veronica Vecchi, della Bocconi, che porta dentro al dibattito la sua professionalità e l’esperienza internazionale; per parlare della necessaria integrazione tra risorse pubbliche e private, citando case history nazionali e non solo. Particolarmente apprezzato l’approfondimento in chiave economica, non scontato e condotto in maniera sia accademica che comprensibile a tutti.

Uno dei nostri passaggi prediletti? Quello di Marco Trivelli, direttore generale ASST Lecco, uomo di numeri e sostanza, e soprattutto l’uomo giusto per raccontare come si guida un ospedale oggi; che è un modo probabilmente molto diverso da come lo si faceva ieri e da come si farà domani. Un intervento permeato da una decisiva esperienza personale e professionale.
Il secondo intervento telematico è stato quello di Cristiana Caira, direttamente dalla Svezia, da Göteborg, che ha raccontato alla platea la direzione verso cui va oggi l’architettura ospedaliera svedese. Utilizzando l’esempio di un nuovo progetto di ospedale pediatrico sito proprio a Göteborg, il Regina Silvia, figlio dell’evoluzione della cultura scandinava; una case history che ci parla di nuove progettualità, innovazione, ma anche umanità, applicate alle strutture ospedaliere.

Ultimo, ma non per importanza, Fabio Inzani, presidente di Tecnicaer, introdotto da un video di presentazione. Nelle sue parole (come del resto in quelle di tutti gli altri) parecchia tecnica, ma in questa serata non ci si è mai dimenticati dell’umanità (fondamentale in questo settore). «La nostra missione è progettare e costruire ospedali. Avevo un discorso pronto per questa sera, ma ho sentito tanti “giganti “… quindi ho deciso di andare a braccio e di cuore. Cosa che non si può fare quando si progetta un ospedale, lì bisogna essere bravi e precisi. Come si progetta un ospedale? Mettendosi nei panni di chi lo dovrà vivere e di chi ci dovrà lavorare. Collaudare un ospedale significa fare il malato e fare chi se ne prenderà cura, ovvero i medici, gli infermieri ecc. È fondamentale. Poi però ogni ospedale è diverso, non esiste un metodo unico o ufficiale di progettarlo. Esiste (o non esiste) una reale intenzione e attenzione nel pensare la struttura più idonea, decisiva, funzionale, efficace. Un lavoro che implica tecnica sì, ma soprattutto tanta sensibilità».
Cosa ci portiamo noi a casa da questa serata? Anzitutto diversi spunti interessanti e nozioni che onestamente non possedevamo. E poi la consapevolezza che ogni risultato, soprattutto quando si lavora in ambiti particolarmente seri come quello sanitario, sia figlio dell’impegno, dello studio, della cooperazione, della determinazione di chi con competenza e cuore se ne occupa. E ogni tanto ne discute insieme, come in questi Dialoghi Metropolitani.
A fine dibattito (circa due ore il tempo effettivo) un catering offerto agli ospiti nelle sale di Palazzo, per continuare in modo conviviale le conversazioni. Ma questa è un’altra storia…
