Una grande, sconfinata passione per le cose belle. Ecco cosa ci è rimasto impresso del nostro breve fuoriporta (meno di un’ora di macchina) in quel di Quargnento, provincia di Alessandria, l’altra faccia (peraltro bellissima) del Monferrato. Ma partiamo dall’inizio: perché siamo venuti fin qua?

L’ambizione era conoscere la storia dell’azienda vitivinicola Colle Manora. Perché? Perché il proprietario è Giorgio Schön, già signore della moda italiana con la storica azienda di famiglia e presidente di Rossocorsa, concessionaria ufficiale Ferrari e Maserati con oltre 30 anni di storia, dal 2024 anche l’unico importatore per Rolls-Royce. Giorgio, insieme alla moglie Marina Orlandi Contucci, ha rilevato questa realtà diverse decadi fa e l’ha condotta a ciò che è oggi (con tutta la squadra), ovvero un’azienda capace di essere buona testimonial di questa terra un po’ sottovalutata, producendo etichette enologiche davvero interessanti. Ce le siamo fatte raccontare, insieme alla storia di Colle Manora.
Giorgio, proviamo a partire dall’inizio: come si passa da uno dei nomi più importanti dell’abbigliamento made in Italy ai vini del Monferrato?
«A 23 anni giravo già il mondo per presentare le divise Alitalia. Ho gestito l’azienda di famiglia, insieme a mia madre, per 25 anni, fino a quando abbiamo dovuto cedere il marchio, in un momento di grave crisi internazionale, per la guerra del Golfo. Avevamo all’epoca una casa in campagna decisamente particolare, con vetrate alte sette metri e mezzo, progettata apposta dall’architetto Angelo Mangiarotti per essere funzionale alla moda, agli shooting… Sicuramente non era adeguata a quelle che erano le mie necessità dell’epoca: un garage importante e tanta tranquillità».

Perché era già nato il progetto Rossocorsa?
«Non ancora. Anche se la mia passione per le automobili è decisamente atavica: la settimana lavoravo nel mondo della moda e nel weekend correvo qualunque tipo di corsa, anche il rally. Rossocorsa, come progetto, nasce dopo, dalla crisi del 1992, durante la quale in Italia chiusero diversi concessionari Ferrari, e Montezemolo mi propose di prendere il concessionario della Lombardia. Così nel 1993 nasce ufficialmente Rossocorsa».
E Colle Manora?
«In realtà io e mia madre in quegli anni abbiamo sondato varie strutture in giro per l’Italia e oltre, ma qui mi sono innamorato al primo sguardo. Quando ho passeggiato su queste colline la prima volta c’era la lavanda in fiore, e io sono rimasto folgorato. Non era solo bellissimo, era un posto tranquillo e con tantissimo spazio. C’era già l’azienda vitivinicola e mi sono lanciato anche in quella, accorgendomi solo dopo di quanto sia complicato fare vino… E in questo senso ho avuto la fortuna un anno dopo di incontrare mia moglie Marina che ha invece un’esperienza importante nel campo, dato che la sua famiglia se ne occupa da almeno un paio di generazioni».

Quindi non è facile produrre vino?
«Come non è facile costruire le automobili. È per questo che esistono i professionisti, e fortunatamente posso e ho potuto contare su tante figure competenti, a partire da Donato Lanati, che qui ha mosso i primi passi e “inventato” il Mimosa. C’è da dire che oggi non è per niente semplice competere nel mondo del vino, anche considerando i rovesciamenti geopolitici e le nuove culture del bere, soprattutto tra i giovani».
E come si fa allora?
«Con attenzione a tutti i dettagli, a partire dal marketing, e con prodotti di alta qualità, d’altronde noi produciamo non troppe bottiglie, circa 80.000, divise in 8 tipologie, tutte curatissime».
Ci racconta brevemente queste etichette?
«C’è il Mimosa, 100% Sauvignon Blanc, di cui andiamo particolarmente fieri, ha vinto diversi premi; il Mila dedicato a mia mamma, a base Chardonnay e Viognier (molto raro da queste parti); il Pais che è il nostro Barbera del Monferrato; il Manora che è l’Asti Superiore DOCG; il Piangalardo è il Barolo che dobbiamo avere, anche per motivi di posizionamento; il Palo Alto (tutto pinot nero); il Rosso Barchetta, forse la bottiglia più evocativa della mia passione per le auto (anche quella che omaggiamo agli acquirenti Ferrari e Maserati) insieme al Double Bubble, Chardonnay spumantizzato con l’etichetta disegnata da Zagato. E infine l’Albarossa Ray, ispirato nel nome ai raggi del sole sulle vigne, una visione di mia moglie, a cui ho aggiunto sull’etichetta una ruota etrusca…».

Noi abbiamo assaggiato il Mimosa e ci siamo portati a casa una box di tre bottiglie da degustare, che è un po’ il format dell’accoglienza firmata Colle Manora: puoi passeggiare immerso nella magia di queste colline, sfogliare l’offerta enologica in cantina, provarne i gusti al bancone d’accoglienza. Bello no?
A giugno arrivano a Torino i The World’s 50 Best Restaurants, un evento che posiziona la città tra i punti di riferimento food & wine mondiali… A che punto siamo?
«Dal punto di vista di uno straniero, il Piemonte non riesce a valorizzare del tutto il proprio patrimonio. Il Monferrato è un esempio emblematico: una terra meravigliosa, che dà vini incredibili, peraltro strategica perché a metà strada tra Torino e Milano… ma può dare di più».
E Torino?
«Penso che Torino abbia le carte in regola per fare grandi cose, ma deve ancora lavorare parecchio: ha fatto passi da gigante in ambito culturale, e violente regressioni in campo industriale, specie nel comparto automotive. Deve riuscire a dare energia al proprio passato ereditandone gli aspetti positivi, che è un po’ quello che stiamo cercando di fare noi con Rossocorsa a Torino: esiste un modo passionale, competente, costruttivo, evoluto di trattare il mondo dell’auto; un modo che può dare tanto a questo Paese».

E i vini? Sente la responsabilità di questo prodotto d’eccellenza?
«Ovviamente sì, la responsabilità deve però essere condivisa. E non solo perché i nostri vini sono un patrimonio “economico”, ma soprattutto per il valore che si portano appresso: il vino è un manifesto della soggettività, ci insegna l’importanza delle differenze e del gusto, che è personale e spesso è anche simbolo di libertà. E lo stesso succede con le automobili».
Infatti, l’ultima parte della nostra intervista a Giorgio Schön l’abbiamo affrontata camminando, esplorando uno degli angoli a cui tiene di più: il garage. Un luogo abbastanza magico, in cui abbiamo osservato da vicino alcune delle auto della sua collezione, e soprattutto all’interno del quale abbiamo potuto godere dei racconti. Quei racconti che parlano di gare, di imprese Parigi-Pechino, di un amore grande, sconfinato per le automobili e per le emozioni che sanno regalare.
Noi abbiamo provato a chiederlo: Giorgio, preferisce le automobili o i vini?
«Direi le automobili… Ma sa ogni tanto cosa mi piace tantissimo fare? Prendere una di queste auto d’epoca e fare un giro tra le vigne, nel silenzio si sente solo il rumore della macchina e si vede solo la magia di queste colline. È bellissimo».
(foto MARCO CARULLI)
