Nel cuore di Torino, dove l’eredità industriale incontra una vocazione civile profonda, opera un laboratorio contemporaneo di innovazione sociale: Torino Social Impact. A raccontarlo è Mario Calderini, economista riconosciuto a livello internazionale in materia di sostenibilità e di innovazione sociale, professore ordinario presso il Politecnico di Milano, dove insegna Impact and Sustainability Management.
Da dove è nato il progetto?
«Il percorso parte nel 2005 con la nascita di un osservatorio della Camera di Commercio per monitorare l’economia civile torinese: non solo il terzo settore, ma un ecosistema più ampio di imprese orientate al tema dell’impatto. Da qui l’esigenza di superare la dimensione analitica e dare forma a qualcosa di più attivo. L’obiettivo? Rendere Torino uno dei luoghi in cui sia più semplice e stimolante fare imprenditoria sociale, e sia possibile fare investimenti orientati a impatti ambientali e sociali. L’osservatorio si trasformò così in un comitato per l’imprenditoria sociale, con università, cooperative e volontariato, ma la struttura restava ancora troppo rappresentativa. Serviva un cambio di passo. Nacque allora una piattaforma: non un manifesto, ma una coalizione spontanea di organizzazioni pubbliche e private, profit e non profit unite da un obiettivo condiviso».
Una realtà che è cresciuta nel tempo e oggi è considerata un modello…
«All’inizio, nel 2017, c’erano 12 soggetti coinvolti, oggi siamo 430, dalle grandi fondazioni alle associazioni di quartiere. Torino Social Impact si è davvero rivelato un progetto anticipatore: oggi l’economia sociale è uno degli asset strategici dell’Unione Europea, formalizzato nel Social Economy Action Plan del 2021. Torino, in questo scenario, si è fatta trovare pronta, diventando un caso pilota riconosciuto a livello internazionale, capace persino di influenzare alcune scelte europee».
Torino Social Impact ha dato avvio a tante iniziative che si sono rivelate grandi successi. Ce ne racconta alcune?
«Non tutto ha funzionato come avremmo voluto, ma il bilancio è certo significativo: Torino è diventata un punto di riferimento globale, crocevia di eventi e progettualità sull’economia sociale. La piattaforma agisce come incubatore e acceleratore, attivando iniziative sistemiche. Tra le azioni più concrete emerge la misurazione dell’impatto sociale, cruciale per dialogare con gli investitori: sono già oltre 400 i “misuratori” formati ed è nato un centro di competenza che promuove cultura e strumenti per la misurazione, e si interfaccia con le istituzioni e l’ecosistema per sviluppare metodologie che trasformano l’impatto in un parametro tangibile. Accanto a questo, il lavoro con Piemonte Innova e altri partner nell’ambito del programma Tech4Good per trasferire competenze e strumenti tecnologici al terzo settore. Torino Social Impact sviluppa poi procurement sociale, facilita la partecipazione dei suoi partner ai progetti europei, alimenta comunità di pratica tra tutte le organizzazioni, spazi di confronto tra professionisti, avvocati, consulenti, commercialisti, che rendono trasferibili le competenze e la cultura dell’impatto anche al mondo profit».
Quali sono le sfide ancora aperte?
«Una Borsa dell’economia sociale, pensata inizialmente come provocazione, ma la cui fattibilità concreta sta emergendo tanto quanto il suo potenziale rivoluzionario, e l’outcome fund, un modello innovativo di finanza ad impatto con investitori che sostengono progetti sociali e la pubblica amministrazione che riconosce economicamente il valore generato e innova le sue politiche per affrontare le sfide emergenti».
Contaminare il privato, sensibilizzare la pubblica amministrazione, costruire un linguaggio comune tra economia e impatto: è qui che Torino Social Impact sta lasciando il segno.
(foto MARCO CARULLI)
