A Torino, in un ex arsenale militare trasformato in simbolo di pace, il Sermig rappresenta da oltre sessant’anni un punto di riferimento per chi vive situazioni di fragilità. Fondato nel 1964 da Ernesto Olivero, il movimento ha saputo coniugare accoglienza, solidarietà e impegno civile, dando vita a una rete di servizi e progetti che rispondono ai bisogni del territorio, in un modello basato sulla condivisione e sulla responsabilità collettiva. In un contesto sociale in trasformazione, il Sermig continua a interrogarsi sulle nuove forme di povertà e sulle risposte da costruire insieme alla comunità.

Come descriverebbe il Sermig nel ruolo sociale verso il territorio?
«Difficile dirlo in poche righe, ma se dovessi usare un’immagine userei quella della porta aperta. Gli Arsenali del Sermig sono porte sempre aperte sul mondo così com’è. Da noi le povertà vicine e lontane non sono contrapposte, ma facce della stessa medaglia. Cerchiamo di essere disponibili e di farci interpellare da quello che succede. Tutti i progetti del Sermig sono nati così: le accoglienze, i servizi, le spedizioni umanitarie, i progetti di sviluppo. Di fronte a un problema, a una situazione difficile, non abbiamo mai detto “Che pena!”, ma piuttosto “Cosa possiamo fare?”. Con una regola: mai farlo da soli. Bisogna creare reti, coinvolgere persone, metterci in gioco insieme. Solo così possiamo cambiare le cose».
Come sono cambiate le necessità delle famiglie e delle persone più deboli nel tempo?

«In questi decenni abbiamo visto mutare il volto della povertà. Un tempo il bisogno era principalmente materiale, legato alla mancanza di beni primari. Oggi le cose non sono migliorate, ma si è aggiunta anche una povertà di relazioni ed è cresciuta a dismisura la solitudine. Un aspetto che riguarda non solo gli anziani. Spesso i giovani vivono un senso di vuoto che nessuna tecnologia può colmare. La vera emergenza di oggi è la mancanza di senso. Le persone non hanno solo fame di pane, hanno fame di ascolto, di essere riconosciute, di andare oltre la paura del futuro».
Come si sostiene una struttura così importante e complessa?
«Questa è la domanda che molti si pongono e la risposta è sempre la stessa: grazie alla gente. Non abbiamo alle spalle grandi donatori o rendite fisse, ma viviamo della restituzione di tantissime persone. C’è chi offre il proprio tempo, chi le proprie competenze professionali, chi un contributo economico, piccolo o grande che sia. Il bilancio del Sermig è coperto così per oltre il 90%. Anche per questo applichiamo la regola del “fare bene il bene”: trasparenza assoluta e ottimizzazione delle risorse. Ogni centesimo che entra viene trasformato in servizio. Ma il vero sostegno è la gratuità. Se dovessimo pagare tutti i professionisti, i medici, gli insegnanti e i volontari che animano l’Arsenale, i costi sarebbero insostenibili».
Quali sono i progetti del Sermig per affrontare le esigenze di Torino nei prossimi anni?

«Lo capiremo passo dopo passo. Il futuro ci chiede di essere ancora più pronti e flessibili, vivere sempre più la responsabilità. Credo che le priorità saranno sempre di più i giovani. Sono la speranza del presente e del futuro. Dobbiamo aiutarli a credere in grandi ideali, a spendersi per un mondo migliore, a non cedere alla rassegnazione, a chi crede nella guerra, nella violenza e nella sopraffazione. Detto questo, la nostra missione non cambierà: restare un segno di speranza in un mondo che sembra averla smarrita, partendo sempre dai piccoli gesti, perché sono le gocce a formare l’oceano».
(foto SERMIG)
