«Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate». Così scriveva Steve Jobs, ma con lui da Confucio a Primo Levi, da Gandhi a Stephen King, una voce corale esalta il lavoro come scelta consapevole all’origine della felicità.
Tutto vero, non in quanto azione che dà piacere, ma in quanto conseguenza dell’essere. Chi agisce quale conseguenza dell’essere porta con sé la componente della gioia indipendentemente da quello che fa, e non saranno importanti i ruoli, né le circostanze. Chi invece prova gioia solo in ragione di ciò che fa e in questo si identifica, nell’impossibilità di fare ne vive il vuoto e la coscienza dell’assenza di una vera identità.
Così è andata per molti al tempo della pandemia, così spesso accade a chi va in pensione. In entrambi i casi l’impossibilità di continuare a fare è diventato un problema, mentre chi si identifica nell’essere se non può fare una cosa è comunque felice nel farne un’altra. Importante è essere e il fare sarà la sua conseguenza.
Tanto vale dedicarsi a ciò che si ama
C’è un tempo poi in cui ci si deve garantire la possibilità delle scelte in ragione dell’estinzione dei bisogni. È bello osservare giovani e meno giovani che hanno il coraggio di scelte a volte difficili. I primi nel lasciare sicurezze per dedicarsi ad attività che attengono al cuore, o nuove generazioni che non scelgono percorsi di studi o professioni per forza redditizie, ma in ragione di un sentire profondo che si mette in relazione con il futuro.
Alcuni varcano i confini per cercare la miglior formazione per diventare domani quello che hanno deciso che sarà. Altri recuperano case di campagna di famiglia per ridare vita ad attività e terre abbandonate. C’era un tempo in cui dominava il mito del lavoro sicuro, ora il futuro non è più sicuro e il lavoro ancora meno. Tanto vale dedicarsi a ciò che si ama. C’era un tempo in cui il lavoro serviva a guadagnare denaro che veniva risparmiato. Ora le incertezze portano la gente a spendere e non risparmiare, e il tempo ha recuperato per molti una dignità perduta. Il lavoro ha quindi un’importanza nuova, d’altronde quando si incontra qualcuno, la seconda domanda dopo il nome è la sua occupazione, andiamone quindi fieri.
Se così è, quando il lavoro è espressione di sé normalmente produce buoni risultati e rafforza di conseguenza l’identità. Nei paesi anglosassoni si suol dire ai bambini “non importa ciò che farai da grande, l’importante è che tu lo faccia bene”. Fare bene determina autostima, la stima degli altri e una società migliore.
In questa società vivranno persone che amano viaggiare, perché niente come il viaggio apre la mente e insegna, ma non cercheranno un lavoro che consente molte ferie, bensì un lavoro che non fa venire la voglia di andarci.
