Non si può vincere un Oscar senza una straordinaria colonna sonora, una buona fotografia, un’appassionata interpretazione e protagonisti che bucano lo schermo. La storia che sembrerebbe essere la cosa più importante passa in secondo piano, come nella vita.
Ci si aspetterebbe una vicenda originale, chissà dove, chissà come, magari eroica ed epica, ma alla fine entrambi, il film come la vita, saranno apprezzati soltanto da quanto una magica alchimia avrà tenuto alto il livello delle emozioni.
Quando Hans Zimmer compone le sue colonne sonore, i primi suoni di un violino, come il gemito di un bambino, diventeranno il suo correre entusiasta alla scoperta della vita e allora altri archi e fiati si uniranno allo stridere delle prime corde. Insieme vanno alla ricerca di trionfali tamburi che fanno vibrare il diaframma. Sollecitato da ciò che viene da fuori è in relazione con il mondo profondo degli istinti e genera le emozioni anche senza una riconoscibile ragione. Sarà un crescendo rossiniano, che ti fa inumidire gli occhi, non di gioia, non di tristezza, per sua natura. Così vogliamo che sia la nostra vita.
Il film della mia vita prende forme spesso inaspettate
Poi orizzonti infiniti, paesaggi di mondi lontani o altri particolari che evocano ciò che non sai riconoscere, ma ti appartengono. Come il fantastico mondo di Cameron, onirico che si fa reale per chi lo guarda sullo schermo e poi ci finisci dentro come in un quadro di Stendhal. La vita è bella è un buon titolo anche quando il suo regista, che solitamente fa ridere, ti trascina nel bianco e nero della tenerezza e del dramma, insegnando la leggerezza.
Nel film della mia vita ci sono immagini e colori, luci e buio si susseguono veloci. Inquadrature che non ti aspetti, il particolare di un oggetto o di un volto, come i ricordi di ciò che non c’è più.
Ci sono occhi che non posso dimenticare e labbra che si schiudono senza la necessità di ricordarne le parole. Labbra che forse si avvicinavano semplicemente alle mie. Altre volte è il gesto di una mano che fa l’effetto di una carezza. Scene indimenticabili come a volte ti regala nel tempo la paura quando non c’è più. Volti che restano, che sono emersi tra le migliaia di comparse che non hanno contato nulla. Hanno avuto un ruolo perché hanno saputo meritarselo, non perché fossero i migliori in assoluto, ma perché in quel tempo, su quella scena della mia vita, per me sono risultati tali.
Quei volti sono diventati i miei protagonisti, ho dato loro un nome e poi un ruolo e loro sono stati i migliori interpreti da meritare i miei ricordi. Nel film della mia vita, se voglio che sia il mio e non di altri, ho solo due alternative, o ne scrivo la sceneggiatura e poi vado cercando i protagonisti che meglio la sappiano interpretare, oppure ho bisogno di incontrare e innamorarmi di personaggi e sulle loro caratteristiche scriverò la mia storia. In questo caso posso rinunciare alla sceneggiatura, ma certo è bene che non rinunci alla regia.
Il film è il film della mia vita e come i grandi registi, in assenza di una interpretazione migliore della mia, posso decidere di esserne anche protagonista, tornando a maggior ragione al ruolo di sceneggiatore.
La trama era un’idea iniziale, nel corso delle riprese molte cose accadono dentro e fuori, e il film della mia vita prende forme spesso inaspettate.
La colonna sonora muta, ma non la sua intensità, il diaframma deve continuare a vibrare come percosso dai battenti dei tamburi delle emozioni, mentre l’arco del violoncello trafigge l’anima e i fiati aprono la mitrale e la tricuspide del cuore, perché il sangue scorra in quella direzione.
La storia non conta, quel che conta è che alla fine dello spettacolo, quando si esce dal cinema… ne sia valsa la pena.
