Capitali per sempre o per una volta sola
Non si diventa capitali per caso o per errore, contano le circostanze, certo, ma più ancora l’essere “teatri aperti”, dove la politica, la cultura e la vita quotidiana recitano sul medesimo palcoscenico. Per Norberto Bobbio: «La capitale è il centro in cui la nazione riconosce sé stessa».
Per Zygmunt Bauman: «Le capitali non sono solo vetrine del potere, ma crocevia delle speranze e della disperazione». Ancora più suggestiva la riflessione di Edward Soja, che introduce un nuovo concetto: «Il syneskism è lo stimolo all’agglomerazione urbana. Un processo nucleare e gerarchicamente strutturato di governo politico, sviluppo economico, ordine sociale e identità culturale».

Tutto sotto lo stesso cielo, per guidare e governare. Concetto emblematico quando ci si riferisce alla Germania che, negli ultimi 100 anni, di capitali ne ha avute quattro, un record europeo: Berlino fino al 1945, dopo due in contemporanea – la volutamente “minore” Bonn per la Germania Ovest e Berlino Est, capitale della DDR – e infine la nuova “grande Berlino”, a riunificazione avvenuta. Nell’accezione moderna del termine, “capitale” significa anche qualcosa, di provvisorio o permanente, che celebra un particolare riconoscimento.
A livello continentale, dal 1985 (merito di Melina Merkouri), viene designata la Capitale Europea della Cultura (fino al 1999 Città Europea della Cultura); scelta dalle diverse nazioni, a turno, in modo da evitare rivalità internazionali. Nei primi vent’anni compaiono in cronologia nomi eccellenti – Amsterdam, Berlino, Parigi, Dublino, Madrid, Lisbona… – e per l’Italia: Firenze, Bologna e Genova. Dopo Marsiglia, l’ultima grande, nel 2013, la scelta si è orientata verso località da scoprire, da valorizzare, in evidente e creativa riconversione. Un esempio fu Matera, il prossimo anno toccherà a Oulu e Trencin, nel 2025 le “capitali” sono Chemnitz e Gorizia + Nova Gorica.
L’Italia? Tornerà in gioco nel 2033, si contendono la designazione (per ora) Torino e Pesaro.
Deciderà il nostro governo a tempo debito.
A Chemnitz riappare l’invisibile
Che cosa ha convinto la Germania a puntare su Chemnitz, città sassone di 250mila abitanti, e non, ad esempio, sulla vicinissima Dresda, città capolavoro e capoluogo del land? Le ragioni sono diverse: il modello avanguardista di rinascita culturale attraverso arte, comunità e rigenerazione urbana, e quel motto – “C the Unseen” – che segnala la volontà di portare alla luce ciò che è nascosto, trascurato, emotivo, silenzioso, trasformandolo in segno di speranza, dialogo e memoria condivisa.

Un elemento centrale del programma è il coinvolgimento attivo della popolazione, con progetti intergenerazionali e interculturali, volti a favorire l’inclusività e a contrastare le divisioni sociali. Massima attenzione all’identità europea, con particolare riferimento alla vicina Praga e alla Polonia. Ma la designazione a Capitale Europea della Cultura si sta anche rivelando l’occasione per comprendere un passato complesso, quello di fiera città industriale prima – la più ricca della Germania tra il XIX e il XX secolo – e di emblema del comunismo di stretta ortodossia sovietica dopo, a partire dal 1952, con il nome mutato in Karl-Marx-Stadt.
L’episodio più tormentato della sua storia avvenne però nel 1945, quando gli inglesi sganciarono dal cielo 7.360 tonnellate di bombe. Nella ricostruzione il regime puntò tutto sui dettami del realismo socialista, obiettivo? Una città modello, ideale per parate e commemorazioni. Di quell’epoca resta il più emblematico monumento cittadino: la scultura in bronzo – alta 13 metri col basamento – raffigurante il volto di Karl Marx, opera del sovietico Lev Karbel. Noto localmente come Nichsel (teschio) pesa circa 40 tonnellate e ha sempre generato nello popolazione sentimenti contrastanti. Ma oggi è storia, identità, e nessuno ne farebbe volentieri a meno.

Quello che affascina di Chemnitz è la propensione al rigenerare e al riscoprire, procedendo a ritroso nel tempo, ma affacciandosi al nuovo senza pregiudizi. I fari della visibilità europea ci offrono un frame dove coabitano architetture industriali ricollocate o ancora da assegnare, luminosi centri commerciali, musei e gallerie, teatro di strada, DJ set ai piedi di Nichsel, che sembra osservare complice.
La mostra più eloquente di questo anno speciale (visitabile fino al 16 novembre) la incontrerete al Chemnitz Museum of Industry, e ha per tema Tales of Transformation. L’idea è quella di mettere in parallelo città che hanno vissuto la medesima trasformazione – la civiltà industriale – a cavallo tra il XIX e il XX secolo: Manchester – la capostipite e il prototipo di quello che fu un nuovo vivere urbano – Mulhouse, Tampere, Gabrovo, Lodz e, appunto, Chemnitz. Un passato connesso al futuro da una irresistibile applicazione dell’IA. Gli abitanti attuali sono chiamati – attraverso un grande pannello luminoso – a rispondere ad un certo numero di quesiti/opzioni, che spaziano dal verde urbano alle installazioni culturali, dai luoghi di lavoro agli spazi abitativi. Terminato il “gioco”, compare la città desiderata. Ma c’è di più: verranno raccolti tutti i dati immessi e, a fine esposizione, i residenti potranno ammirare una Chemnitz ideale e plausibile.

Altra esposizione da non perdere (in programma al Gunzenhauser Museum fino al 10 di agosto) è European Realities. Realism Movements in Europe in the 1920s and 1930s. Vengono proposte 300 opere di artisti che, attraverso un comune sentire, raccontarono l’Europa, i suoi personaggi e i suoi luoghi di culto, in una stagione di fermenti universali. Approccio trasversale che collega Nuovo Realismo, Realismo Magico, Pittura Metafisica e Neorealismo. Un viaggio nel tempo e una emozione ad ogni sguardo. Il programma espositivo prosegue alla Kunstsammalungen – dal 10 agosto al 2 novembre – con Edward Munch. Angst, la più completa retrospettiva mai realizzata sul famoso pittore dell’urlo.
Il programma del 2025 si estende alla vicina Zwickau, dove sono due le occasioni di visita da non trascurare. L’August Horch Museum è un tributo spettacolare all’industria automobilistica, e alla figura leggendaria di colui che fondò l’Audi e l’azienda che portò il suo nome. Siamo nei locali dell’antica fabbrica, riallestiti magnificamente su una superficie di 6.500 metri quadrati. Tutto è vivo e vitale, i set raccontano e ambientano centinaia di vetture che narrano la storia della città, della regione e della Germania intera. Le auto cessano, almeno ai nostri occhi, di essere macchine, per rivelarsi opere d’arte e d’ingegno, emozionanti come creature d’acciaio, pronte a rimettersi in moto.
Nel cuore di Zwickau si può visitare la casa natale – concert hall e centro ricerca – di Robert Schuman. L’impressione è quella di un luogo abitato, dove il compositore e la moglie Clara sembrano essere ancora lì, seduti di fronte al pianoforte preferito, alle prese, oggi come sempre, con passioni e contrasti, prede di un amore sempre sopra le righe.

Il programma del vostro soggiorno merita di essere completato da altre due tappe. Vicino a Zwickau c’è un castello incantato, quello di Waldenberg. Lo si visita con piacere per quel misto di maestosità e di spazi quotidiani che hanno i manieri tuttora vissuti, che la storia non ha trasformato in musei disneyani, forse, mai lo farà. Medesimo mood a Villa Esche di Chemnitz, creatura Art Nouveau di Henry van de Welde. Dopo anni di abbandono è stata riaperta nel 2021, come raccolta d’arte e centro polifunzionale.
Lasciamo Chemnitz con qualche consiglio gourmet. Bella atmosfera rurale, ambiente d’artista e sapori mediterranei (si parla italiano) per il ristorante con galleria Heck-Art. Sapori d’eccellenza, cucina creativa, giardino esterno rivolto al fiume, ottime varianti contemporanee sulla cucina tradizionale per Janssen. Nel cuore della città, di fronte al Teatro dell’Opera, eleganza d’altri tempi e curata cucina internazionale per Opera Restaurant & Lounge. Per gli hotel la scelta si restringe, infatti uno dei punti più ambiziosi della municipalità è quello di raddoppiare l’offerta nei prossimi anni. Noi abbiamo alloggiato nello strategico Hotel Blendo, dal quale si raggiunge a piedi ogni punto di interesse in città; ex edificio della DDR ristrutturato, accoglienza semplice e stile minimal negli alloggi.

Berlino, il Mitte di Stefano Gualdi
Berlino è una città di traiettorie, nello spazio, ma, più ancora, nei luoghi e nella storia, nelle umane vicende – desideri, drammi personali, affermazioni o disastri imprevedibili, effimeri o duraturi trionfi, celebrità e riscatti – che talvolta hanno lasciato tracce, altre volte meno, in qualche caso nulla, se non parole, ricordi, fantasmi. Perciò i piani di lettura sono innumerevoli e non sempre decifrabili. Si può procedere da soli, ma accompagnati è meglio.

Così ci siamo fatti prendere per mano da due guide specifiche: Stefano Gualdi (info@ciao-berlin.de) accompagnatore ideale per la città delle architetture e della storia, amico berlinese già al mio fianco in precedenti circostanze, questa volta con noi nel cuore del Mitte, e Itay Novik (info@foodelements.net), che ci ha permesso di conoscere l’irresistibile universo dei sapori che presidia Kreutzberg. Due navigazioni metropolitane attraverso due quartieri prossimi nella geografia urbana, quanto dissimili per tutto il resto. In entrambe le circostanze ci siamo sentiti Dante con Virgilio, perché il racconto non avrebbe avuto luogo senza quella contaminazione che prende il via dalla conoscenza altrui. Secondo l’Oxford Languages, guida è: «La funzione direttiva esplicata lungo un percorso o verso una meta materiale o ideale. Persona a cui è attribuito o riconosciuto il compito di indicare ad altri la via da seguire». Ed è stato proprio così. Il Mitte abbiamo iniziato a conoscerlo partendo da Postdamer Platz, luogo emblematico dove la Berlino della post unificazione iniziò a mostrare i suoi nuovi muscoli di luci e di cemento.
Lasciamo la parola a Stefano: «Partiamo dunque da Potsdamer Platz con la S Bahn, ossia la metro di superficie, diretti verso Oranienburger Strasse nel Mitte: la soglia ibrida di quello che era, fino al 1938, il quartiere in cui si trovavano le principali istituzioni della comunità ebraica di Berlino: il cimitero, l’ospedale, le scuole, l’ospizio per gli anziani e l’imponente sinagoga, situata di fronte a importanti infrastrutture dell’appena nato impero prussiano, come la centrale telefonica, i reali uffici postali e del telegrafo.
L’areale in cui si trova quest’ultimo è la nostra prima tappa. Qui infatti l’imprenditore alimentare Ernst Freiberger ha acquistato, completamente risanato, e da pochi anni affittato, un complesso di edifici storici che si estende su una superficie di 100.000 mq (14 campi di calcio!). I lavori sono stati eseguiti da architetti del calibro di David Chipperfield, e oggi ci troviamo di fronte a un ensemble di raffinata bellezza chiamato Forum Museumsinsel, composto da nove edifici di stili ed epoche differenti, con al centro una nuova grande piazza, dalla quale si possono ammirare in tutta la loro bellezza le cupole dorate della semidistrutta Neue Synagoge di Knoblauch (1866). Nella quiete di questa piazza i pensieri vanno alla Berlino degli anni ’20, una della città più moderne e meglio organizzate al mondo, in cui convivevano pacificamente minoranze etniche e religiose. Il concetto guida è assai eloquente: la buona architettura fa miracoli! (forummuseumsinsel.de).

Pochi passi ci separano dalla tappa successiva e cioè l’areale Am Tacheles, così chiamato in ricordo dell’edificio occupato dall’associazione omonima e utilizzato, dal 1990 al 2012, come centro culturale polivalente, al cui interno si trovavano una trentina di ateliers di artisti, il leggendario Café Zapata, il cinema High End 54, il Blaue Salon e l’altrettanto famoso Panorama-Bar, considerati a torto o a ragione caposaldi della cosiddetta “scena alternativa” berlinese.
E per questo noti a chiunque abbia visitato la città negli anni ’90 e ’00. Ciò che colpiva maggiormente i frequentatori era il fatto che fosse una zona franca, sostanzialmente anarchica, situata nel cuore della capitale tedesca. In molti si chiedevano come ciò fosse possibile e, soprattutto, quanto potesse durare una situazione così anomala. Tant’è che il collettivo Globalodromia/FILOART, nel 1997, piazzò all’esterno del Tacheles una scritta luminosa che sottolineava la questione: “How long is now”.

Come da programma, anche questo spazio è stato acquistato e riadattato, dal 2019-2023, alle esigenze del mercato immobiliare e su un’area di 25.000 mq sono sorti uffici, 275 alloggi di lusso (i più cari costano 40.000 euro al metro quadro!), varie attività commerciali, nonché il museo di fotografia, arte e cultura Fotografiska.
Per aggiungere valore al progetto gli investitori si sono rivolti al prestigioso studio di architettura Herzog & de Meuron, noto per aver realizzato negli ultimi vent’anni edifici iconici, fra cui la Tate Modern di Londra e l’Allianz Arena di Monaco. Gli architetti svizzeri si sono orientati al passato, riportando in vita la galleria coperta chiamata Friedrichstraßenpassage che, dal 1909, univa la Friedrichstrasse con la Oranienburger Strasse. Peccato però che le soluzioni da loro adottate ricordano di più la scenografia di un film espressionista tedesco degli anni ’20 che la galleria in cui gli abitanti del quartiere s’incontravano in modo informale, e dove la AEG mostrava orgogliosamente al pubblico i suoi nuovi apparecchi elettrici.
Insomma, dove scorreva la vita oggi scorrono i capitali in un fiume di piastrelle color ghiaccio e la frase “How long was now”, scritta su un muro di fronte all’ex Tacheles, è assolutamente appropriata. E come la precedente fa riflettere». (www.amtacheles.de)
Con Itay, nel mondo dei sapori di Kreuzberg
La prima volta che sono stato a Kreuzberg era il 31 dicembre del 1988, esattamente un anno prima della caduta del Muro. Nello storico quartiere popolare e operario si respirava aria di frontiera, perché quel Muro era proprio lì e quasi lo potevi toccare, sinistro e minaccioso teneva lontani tutti, tranne una eterogenea popolazione di squat, turchi, immigrati di varia origine e artisti squattrinati. La notte del 31 dicembre venne scelta dalla polizia per espugnare – manu militari – gli inquilini del centro sociale Kazzo, che allora andava per la maggiore. Il furibondo match terminò in parità.
Negli anni seguenti Kreuzberg non ha sostanzialmente modificato la sua anima di villaggio alternativo, anche se la recente gentrificazione ha portato un robusto incremento degli affitti. Così oggi tutto è sicuramente più lustro (si fa per dire), certamente più desiderabile, ma con un minore tasso di genuinità.
D’obbligo la visita all’East Side Gallery – un chilometro e mezzo del Muro originario decorato da writers internazionali – e al Museo Kreuzberg, dove si può approfondire la storia sociale e culturale del quartiere. La nostra però è una passeggiata tra i sapori. Probabilmente – per varietà, qualità e trasversalità etnica – la più originale di tutto lo scenario berlinese. C’è il rischio di perdersi tra infinite suggestioni? Certamente sì.

Così Itay Novik ha messo ordine. Il suo itinerario – condotto in un italiano da manuale – occupa mezza giornata, che può diventare una intera, se si decide di visitare anche un paio di mercati. Gli approdi gourmet orientativamente sono sei, ma il numero può variare, anche in base alle esigenze del gruppo, che non supera mai le otto unità. Ogni tappa prevede il racconto dell’esperienza, l’incontro con lo chef e/o il responsabile dell’attività, una degustazione mirata sulle portate più emblematiche, in formato mignon, altrimenti non si arriverebbe in fondo.
Tutto il tour si svolge a piedi, ed è l’occasione giusta per conoscere aspetti di Kreuzberg che altrimenti passerebbero inosservati. Come il fatto che le vie (tutte le vie) prevedano due alberate, una per ogni lato, dopo il marciapiede. Berlino è la città leader del green in Europa anche per questo. Avvertenza per i partecipanti: non mangiate prima (e naturalmente non mangerete più dopo…), perché il percorso di Itay è gastronomicamente all-inclusive, e non prevede altri pasti.
Prima sosta: Marc Patisserie, moderna pasticceria francese di Marc Thiebaut, nota per l’estetica pulita e il gusto raffinato, celebre per la sua Pavlova, la migliore che si possa gustare in Germania, e non solo.
Seconda tappa Midye 47, indimenticabile street food turco, ma che potete gustare comodamente seduti in un locale che è già un viaggio di per sé. Da segnalare le midye dolma, cozze ripiene, i çiğ köfte, polpette di bulgur speziate, e l’ayran, tutti sapori autentici ispirati alla tradizione di Mardin; da dove arriva Hussein Sanci, romanzesco padrone di casa. Si può gustare una pizza da manuale a Kreuzberg? Ovviamente da Gazzo Pizza, mood partenopeo e gestione nordeuropea. Prodotti a lievitazione naturale con ingredienti locali (sorprendenti, anche la mozzarella), stile berlinese e spirito contemporaneo. Vi spiegherà tutto il patron Mikael Andersen.
E adesso il due stelle Michelin più nascosto del Mondo: CODA Dessert Dining. La casa è anonima, si varca una piccola porta nera per scoprire la bomboniera dove René Frank – in classifica nei 50Best – ha concepito il suo fine dining innovativo, con focus sul dessert. La tecnica dei dolci al servizio di ogni cosa, una frontiera della creatività in continua evoluzione.

A seguire tappa nel birrificio più antico della città: la Biererei Bar & Vintage Cellar. Birre artigianali da tutto il mondo, selezionate con cura in un ambiente informale e autentico. Il founder & owner è Cihan Çağlar, da Berlino.
Il nostro tour si conclude da Orania Berlin: hotel e ristorante raffinato – un passo negli anni Venti e l’altro nel prossimo futuro. Cucina contemporanea e una forte identità culturale berlinese, ma il pezzo forte è l’anatra laccata, che porta ben più lontano. Chef Kevin von Werthern, bar manager Julian Berg.
Lasciamo Itay, ricordando che ha messo in pista anche un nuovo itinerario, dedicato ai sapori della DDR. «È un viaggio nel gusto, ma anche nella storia – mi spiega – per troppo tempo abbiamo considerato quella parentesi solo nei suoi aspetti negativi, trascurando gli elementi umani. Nella vita delle persone il cibo ha sempre rappresentato la famiglia, il lavoro, le celebrazioni. Ricostruire la cucina di un mondo che non c’è più è davvero affascinante. Forse, proprio per questo, è un tour che piace molto».
Chiudiamo la nostra esperienza gourmet con un invito. Volete gustare la più schietta cucina berlinese in un locale dove il tempo sembra essersi fermato? Zero turisti e ambiance da birreria fuori porta, ma nel cuore di un quartiere in via di apparizione? Bene, il vostro posto è Prater Gastsatte. Tavolini in legno, cameriere che non sanno una parola di italiano, menu in tedesco, ma… la migliore schnitzel (monumentale) a nord di Vienna e polpette berlinesi che restano nei ricordi, i migliori.
Berlino sotto il suo cielo, da vedere ora
«Berlino è un laboratorio permanente», David Bowie. «A Berlino tutto cambia costantemente. È come se la città non volesse mai diventare definitiva», Wim Wenders. Certo. È così. Ci torni e ci ritorni, però in fondo non ti ci ritrovi mai. Vale per molte altre capitali, ma qui vincono il graffio, la provocazione, l’irrequietezza, come, in perfetto contrasto, il mastodontico, l’opulento e, naturalmente, il magnifico. Poi, oggi tutti devono fare i conti con un taglio alla cultura di 130 milioni di euro per il 2025. Ma niente piagnistei, Berlino ha visto ben di peggio, così le parole d’ordine sono: flessibilità, sperimentazione, capacità di fare rete, attivismo, riappropriazione di spazi dismessi (quelli ci sono sempre), corte serrata ai capitali privati.

E veniamo al nuovo che si impone. L’Humboldt Forum, inaugurato nel 2021, nel palazzo ricostruito del ex Schloss, è oggi il museo più visitato della Germania, con quasi due milioni di presenze l’anno. Espone collezioni non-europee di valore universale, e grandi mostre tematiche, come quella attuale sulla Tanzania. Il dialogo tra il preesistente palazzo barocco e la dimensione contemporanea è stata affidata all’archistar franco-italiano Franco Stella. Bello da perdersi, il Forum tiene fede al proprio nome, offrendo un infinito programma di eventi. Indimenticabile il panorama sulla città dalla Roof Terrace del quarto piano. Lo stesso anno del Forum – dopo la rivisitazione “chirurgica” di David Chipperfield – ha aperto i battenti la rinnovata Neue Nationalgalerie. Oggi ospita una mostra di Yoko Ono (trascurabile) e quella che si candida ad essere la migliore esposizione europea dell’anno: Extreme Tension, ardita nell’esplorare il rapporto tra arte, politica e società dal secondo dopoguerra fino all’inizio del XXI secolo. Enciclopedica, sorprendente e infinita, ospita opere, tra gli altri, perché nessuno manca all’appello, di: Pablo Picasso, Gerhard Richter, Anselm Kiefer, Keith Haring, Rebecca Horn, Marina Abramovic, Kiki Smith, Ai Weiwei…

Si procede per frammenti e tensioni, ma in ordine cronologico, dalla guerra fredda alla globalizzazione. Il celebre Altare di Pergamo – che verrà completamente ricomposto – non sarà visibile fino al 2027? Pazienza, i tedeschi hanno inscenato una “finzione” sinora mai tentata, un diorama da record. Preceduta dal curatissimo “museo provvisorio” (tanto bello da non sembrare neanche provvisorio), è un’installazione immersiva ideata dall’artista Yadegar Asisi, che ricostruisce nei minimi dettagli la città di Pergamo, nel 129 d.C. Il visitatore si trova – francamente sbalordito – di fronte a un panorama di 100 metri di larghezza e 23 di altezza, che offre una visuale circolare completa, con luci e suoni per simulare il ciclo giorno-notte. Da solo vale il viaggio.
Fotografiska è l’altra new entry nel panorama culturale cittadino: aperta ogni giorno dalle 10 alle 23, è la sede berlinese del celebre museo internazionale dedicato al tema. Solo mostre di altissima levatura, nessuna collezione permanente. Gli spazi sono quelli del Tacheles, che fu il più celebre centro sociale berlinese. Due le esposizioni da non perdere. Toiletpaper (fino al 31 agosto) del duo Cattelan & Ferrari (quindi made in Italy): coloratissima, provocatoria, invadente e surreale; irresistibile la sua piscina di banane. Hysteria (fino al 12 ottobre) di Cooper & Gorfer: un gioco sulla trasformazione dell’identità femminile, concettuale, ma, anche in questo caso, cromaticamente emozionante.

Considerando le traiettorie del nostro soggiorno abbiamo scelto il Grand Hyatt Berlin di Postdamer Platz: altamente strategico, accoglienza eccellente, stile elegante, cura per ogni dettaglio, centro benessere completo con piscina (coperta) affacciata sulla città, design firmato da Hennes Wettstei, con opere d’arte sparse in tutto l’hotel, breakfast di quelli che conciliano con la giornata fin dal principio.
Il consiglio conclusivo vi indirizza a una tenda da circo vicina alla fermata metro Bahnhof. Qui, fino al 10 settembre, potete immergervi nelle licenziose, colorate, rocambolesche atmosfere di Vegas Rouge, lo show del momento. Venti artisti da tutto il mondo vi coinvolgeranno (impossibile restare indifferenti) in un pirotecnico susseguirsi di numeri acrobatici (che sembrano sfidare le leggi della fisica), provocazioni scanzonate, momenti burlesque, continui cambi di scena, corpi esibiti con malizia, sense of humor, ritmi frenetici.

La produzione è internazionale, ma l’anima è risolutamente berlinese. Di quello che dicono non capirete un’acca, ma davvero non importa. Vivrete una serata color rosso acceso. A metà strada tra Cabaret e i licenziosi teatri della serie (cult) Babylon Berlin.

(foto MARCO CARULLI)
