La sera del 4 dicembre siamo stati nello storico caffè Platti 1875 per un altro appuntamento di Dialoghi Metropolitani dal titolo Una certa idea di città. Visioni urbane tra sviluppo, tradizione e innovazione. Di fronte a una sala gremita e coinvolta, ha condotto il talk Andrea Cenni, direttore editoriale del gruppo Mediapress, alternando le altre due voci di questo dibattito; ve le presentiamo. Il primo è il notaio Andrea Ganelli, osservatore d’eccezione del contesto economico, sociale e politico torinese, promotore entusiasta di questo incontro, editorialista con una rubrica su Torino Magazine che si intitola proprio Una certa idea di città. Il secondo è Gianni Dimopoli, esperto di innovazione applicata alle città, un po’ ingegnere un po’ filosofo, anche lui con una rubrica su Torino Magazine dal titolo Torino Futura.
Ganelli e Dimopoli, orientati da Andrea Cenni, hanno portato avanti quasi un’ora di talk puntuale e serrato. Ecco i nostri highlights.
Comincia il notaio Ganelli: «Faccio una premessa: io devo tutto a questa città che mi ha accolto e mi ha fatto crescere. È stata sicuramente una sfida. Il titolo, “Una certa idea di città”, vuole rappresentare proprio questo, sia nella mia rubrica che in questo incontro: uno spazio in cui ragionare su Torino riflettendo sulle sue qualità e sui suoi limiti. Una critica costruttiva da portare nelle platee giuste».
Si accoda Dimopoli: «Anch’io effettivamente non sono nato qui, ma ho scelto Torino. Anche per questo il titolo della mia rubrica è “Torino Futura”, poteva esserlo quando mi sono trasferito qui per studiare e lo è ancora oggi. Torino è stata Smart City, la città della mobilità intelligente, il laboratorio di idee, quella del turismo evoluto… Ogni passaggio, seppur incompiuto, ha lasciato qualcosa, a partire dall’evidenza che dobbiamo prenderci cura della nostra città».
«Per prenderci cura di Torino – completa Ganelli – dobbiamo dirci le cose come stanno. Le nuove forme di economia (digitale, lo spazio, perfino il turismo…) non possono essere voci così significative da ridisegnare da sole un ecosistema Torinese che arriva da un secolo di industria. Dobbiamo avere il coraggio di guardare i dati e di ammettere che le formule per far funzionare le cose necessitano di studio, impegno e programmazione. Non esistono risposte semplici, esistono azioni e programmi concreti. Ben venga una Torino con diverse anime, a patto che facciano mangiare la città e non solo i titoli dei giornali».

Ma, in tutto questo, non è facile conciliare passato e futuro… «La Torino di oggi è molto diversa da quella che ho vissuto da studente emigrato tanti anni fa; nel bene e nel male – sottolinea Dimopoli – Stasera stiamo “criticando” alcuni aspetti dell’oggi ma, badate, quella era una città grigia, chiusa… Oggi Torino è molto più viva e internazionale, per dire. Di quell’epoca dobbiamo recuperare una certa attenzione al tessuto sociale. Non è tutto scuro, non è tutto chiaro, come al solito c’è da riflettere e mettere in pratica».
«Torino è sempre stata una città in crescita – continua Ganelli – una città in cui la gente veniva per lavorare, una città profondamente attrattiva e sempre più popolosa… Oggi non lo è più. Ha smesso di esserlo e deve fare i conti con sé stessa. Certo, è tante altre cose, ma non può rinunciare a essere anche quel tipo di città».
In chiusura si è parlato di ricambio generazionale e dell’importanza degli spazi di confronto. Andrea Ganelli: «Dobbiamo mettere al centro l’importanza del confronto. Servono i luoghi, le persone, la volontà per riflettere insieme, seriamente e con praticità. Se no viviamo di slogan, di non ascolto, di bandiere… Tutte cose che non c’entrano con la conduzione di una città. Abbiamo idee e strumenti da discutere e non c’è tempo da perdere. Il tema del ricambio generazionale è appunto un tema. “Uccidere il padre” è sempre un’operazione complessa. L’elemento dell’impegno è in questo senso cruciale: ben vengano i giovani, però devono metterci impegno e idee. Allo stesso tempo vanno bene i “vecchi”, però devono avere voglia di costruire a prescindere dall’anagrafica. Ultimo passaggio: ritorno al tema del ricambio generazionale… Guardiamo le figure di riferimento dei vari settori: stiamo preparando chi succederà a loro scegliendo in base alla città che stiamo immaginando? Oppure ci lamentiamo e basta, vaneggiando cambiamenti generalisti? A me, spesso, sembra più la seconda. Stiamo crescendo una classe dirigente nuova, attenta al ritorno sul territorio e competente? Sì e no. Chi nel 2040 vuole vivere una città evoluta, deve costruirla oggi, a immagine e somiglianza dei propri valori».
Gianni Dimopoli: «Riprendo i dati… che non sono mai casuali. Se oggi Torino è una delle mete più “desiderate” a livello turistico, non è un caso. E non sono un caso i centomila studenti. Ma, come dicevamo, queste sono occasioni, non traguardi; sono ecosistemi ed evidenze da valorizzare, non punti di arrivo. Molti di noi, soprattutto chi è arrivato a Torino come me, ha ricevuto tanto dalla città, e a maggior ragione deve restituire. La logica della restituzione è culturalmente ed economicamente fondamentale. Dostoevskij diceva che la bellezza ci avrebbe salvato, e non parlava di estetica, bensì di valori. I valori sommati alla pratica, la funzionalità sommata alla bellezza, la capacità di avere cura delle cose con mano e cuore… Ecco la formula della felicità, e vale anche per le città».
