Marco ha sedici anni, vive a Torino e ha la sindrome di Asperger.
Ad appena tre anni, la scoperta della neurodiversità: il bambino si era avvicinato alla mamma con una domanda apparentemente banale: «Come mai il cielo è blu?». Da quel momento, parecchi altri ragionamenti particolari, per un bambino di tre anni, avevano rivelato un quoziente intellettivo decisamente fuori dalla norma.
Alle elementari, le prime problematiche relazionali, poca empatia, relativa intelligenza emotiva. Marco passava le ore a raccontare ai compagni le sue teorie di fisica di cui nessuno capiva nulla; i bambini che aveva considerato amici iniziarono a deriderlo.
Alle medie, ancora una scelta imposta dalla famiglia, di nuovo e sicuramente non felice. E poi, alle superiori, finalmente, la scuola tanto desiderata da Marco: quella vicino a casa.
Marco ogni mattina si alza per andare a lezione. Infila le cuffie per far tacere il flusso dei pensieri e si incammina.
Attraversa piazza Carlo Felice, cercando di schivare le figure scomposte che urlano e camminano in modo sbilenco.
Percorre via Roma, assaporando la calma che gli trasmettono le serrande chiuse e la sottile brezza autunnale, ossigeno puro per la mente.
Arriva in piazza San Carlo ed entra nello stesso bar di tutte le altre mattine. Leonardo, il barista, ha imparato a conoscerlo: gli prepara ogni volta un caffè macchiato accompagnato da un croissant al gianduia. Marco lo divora in un minuto e attacca a parlare. Discorsi interminabili. Per un po’ Leonardo lo ascolta distrattamente, poi gli dice che deve tornare al lavoro e lo saluta con un sorriso forzato. Marco vorrebbe parlare con qualcuno che si interessa davvero a ciò che spiega, ma nessuno riesce mai a comprendere le sue riflessioni.
Entra a scuola, disilluso, in parte solo. Qualcosa però, rispetto a tanto tempo fa, è cambiato: i suoi compagni non sono più i bambini che ha sempre avuto attorno. Si ritrova spesso escluso dai gruppi, certo, ma almeno non ha più paura che qualcuno gli faccia del male: riesce a convivere tra la convenzionale ipocrisia di chi gli sorride, e a volte gli parla, fingendosi interessato, e la tranquillità di non dover scappare dai bulli.
Tra le sfumature delle sue giornate, però, c’è una cosa che lo colpisce ancora più di tutto: i suoi genitori. Nonostante gli anni continuano a nascondere il suo disturbo. La madre a tavola parla della normale vita che vive il figlio, della sua spiccata intelligenza, delle ottime relazioni con i coetanei, di un roseo futuro lavorativo. Non si ricorda mai che Marco ha tentato il suicidio due volte e che, con gli altri, proprio non ci sa stare.
Eppure Marco è seduto allo stesso tavolo, in silenzio, ha una cuffia nell’orecchio. Sullo schermo del telefono scorre un video che non sta guardando. Ascolta la narrazione della sua vita, e pensa che non potrà mai essere davvero sua.
Lucia Tortorella
