Le cose finiscono, le scadenze si affrontano, le responsabilità si onorano, l’estetica non è per forza qualità, i prezzi spesso (non sempre) hanno un senso precisissimo, l’educazione emotiva passa anche dalla spesa fatta da grandi e da bambini… Cibo e alimentazione plasmano gran parte della nostra cultura, in modo più o meno diretto, contribuendo a definire valori e prospettive della nostra società. Parlare di cibo sociale a volte significa stupirsi di fronte a un frigo “sbagliato” e, sempre alle volte, il luogo in cui fai la spesa racconta moltissimo della persona che sei. Noi per parlare di cibo sociale, inclusione alimentare, spesa etica e altro, abbiamo deciso di intervistare Elsa, moglie di Michele, gli ideatori di Biobottega, una case history unica, familiare, di crescita e belle idee.
Partiamo dall’inizio, e cioè non da una “tipica” idea imprenditoriale… Ci racconti com’è andata?
«Biobottega nasce sostanzialmente da un’esigenza alimentare personale. Negli anni ’90 chi soffriva di allergie alimentari viveva in un mondo parallelo e solitario. I supermercati tradizionali offrivano poco o nulla a chi aveva esigenze speciali. La nostra idea è stata quella di aprire un negozio che riempisse un po’ quel vuoto, anzitutto per noi».
Quindi, se i supermercati “normali” non bastano, basta farseli da soli?
«Ovviamente sì – ride – Scherzi a parte, è un po’ anacronistico parlare per quei tempi di “supermercato”. Quando abbiamo aperto tanti anni fa avevamo davvero pochi prodotti. La gente però già all’epoca faceva ore di macchina per venire a comprare da noi, semplicemente perché cercava alimenti che non c’erano da nessun’altra parte. Ascoltando consigli ed esigenze dei clienti abbiamo costruito pian piano i nostri scaffali».
Quindi arrivavano anche da fuori regione?
«Certamente. Molti per necessità di salute, tantissimi perché curiosi e preparatissimi sulla materia (a volte anche più di noi)».
In quegli anni parlare di biologico era però molto diverso rispetto ad oggi?
«Produrre, scegliere e vendere BIO non è mai stato facile. Bisogna seguire protocolli rigidi, passare controlli serrati, confrontarsi con una cultura fatta spesso di pregiudizi… Insomma, per un motivo o per un altro è sempre stata una sfida. Chiaro, oggi rispetto a vent’anni fa la percezione e il mercato sono decisamente migliorati; ma non smettiamo mai di proseguire nel nostro percorso…».
Un cammino portato avanti con una grande community?
«Oggi sicuramente sì. Ci sono produttori che camminano con noi dall’inizio, altri (spesso bravissimi) li scopriamo ogni giorno. La ricerca per chi crede in questo modello di spesa è davvero fondamentale».
Cosa significa parlare di cibo sociale?
«Tantissime cose. Ad esempio pagare il prezzo giusto dei prodotti, in modo che i piccoli produttori che scegliamo possano portare avanti un lavoro sostenibile. Poi, significa tenere conto della filiera di ogni prodotto, dell’impatto che ha sulla terra… Vuol dire condividere con il consumatore un concetto di spesa etica e sostenibile».
Quindi è anche una questione di educazione culturale?
«Sicuramente in parte sì, anche se non ci piace parlare di “educazione”, piuttosto di un’alternativa coerente con quelli che sono i nostri valori; uno stimolo costruttivo che può portare altri a ragionare su queste tematiche».
Il vostro modo di pensare ai prodotti è bidirezionale: sembra evolutissimo e allo stesso tempo ha un fascino “antico”…
«Probabilmente siamo figli del passato che abbiamo e del domani che vorremmo. Noi ci auguriamo per il futuro del settore una cultura alimentare sempre più “moderna” e consapevole; e allo stesso tempo crediamo che un approccio etico vero passi inevitabilmente dal contatto con le storie e con il lavoro dei piccoli produttori, con la terra e le idee di cui sono testimoni. Non a caso, ci piace conoscere di persona i nostri fornitori e visitarne le realtà».
Nella “ricetta” di Biobottega cosa mettiamo?
«Rigore, identità, passione. E poi l’entusiasmo di voler portare avanti una storia che negli anni abbiamo scoperto appartenere a tantissime persone. Ecco, parlare di cibo sociale significa sicuramente tenere in considerazione tutti e tutto (responsabilità, esigenze, gusti, il pianeta…) ed è quello che facciamo dal primo giorno».
(foto BIOBOTTEGA)
