Giulia è al quinto anno, quel periodo di passaggio strano in cui si è troppo piccoli per l’università e troppo grandi per non fare nulla. Responsabilità, esperienze importanti, per qualcuno anche lavoro; ma sempre chiedendo il permesso per andare in bagno, uscire, stare a casa. Le sembra di essere circondata da contraddizioni. È disorientata.
Come se non bastasse, ora deve scegliere. Porsi di fronte a un bivio e non vedere solo nebbia. Diventa sempre più difficile: tutti continuano a dirle che dovrebbe trovare sé stessa (qualunque cosa voglia dire). La sua scelta influenzerà il resto della vita, forse anche oltre. Il problema resta: ancora non sa cosa fare e il tempo stringe. Le materie non danno problemi, ma forse il problema è proprio questo: per gli altri ha così tanto potenziale che, qualsiasi cosa decida di fare, sarebbe l’ennesimo spreco. Un grumo di ansia vivente, che passeggia senza meta, sempre troppo stanca o troppo occupata per vivere davvero.
Eppure, negli ultimi tempi, qualcosa sembra essere cambiato.
Ride più spesso. Non di quel riso educato, che si offre agli altri per abitudine; ma quello vero, inaspettato. Lei stessa se ne sorprende. Ha trovato un nuovo gruppo di amici; non perfetto, ma vivo e accogliente. Abitano le scale, i banchi, i pomeriggi. Rendono le giornate più corte.
E va tutto bene, appunto. Troppo bene. Così bene che ogni tanto ha bisogno di prendersi un momento per sé, uscire dalla stanza e abbracciarsi finché non torna a respirare normalmente. La maggior parte di loro è più piccola; li osserva ogni tanto senza dire nulla: cerca di imprimere quei volti nella mente. Immagina settembre: nuovi corridoi, nuovi volti, nuove voci sconosciute. Si sono promessi di rimanere in contatto, e forse, per un po’, all’inizio lo faranno anche. Poi, con il passare del tempo, non sarà altro che un ricordo.
Allora ride ancora più forte, contro l’inevitabile. Ride perché così nessuno dubiterà della sua felicità: non sarà un peso per gli altri e, con un po’ di fortuna, neanche per sé.
E poi c’è Andrea.
Non saprebbe dire perché abbia ricominciato a parlarci. Forse per curiosità o debolezza, o forse perché alcune storie non si chiudono mai veramente. Non si rivedranno mai più: ora si può rovinare tutto, ma non prima degli ultimi ricordi indelebili.
La chat è ripartita: messaggi prudenti, quasi freddi, poi sempre più familiari. Un po’ troppo.
Il rischio è di ricadere in una buca particolarmente buia che conosce bene. E questo la spaventa.
Troppo facile affezionarsi senza rendersene conto, alimentare attese senza reali possibilità.
Sa bene che il magnetismo di alcune persone è ingestibile: sono ovunque anche da lontano.
È in quei momenti che pensa che la città vada più veloce di lei, come il suo cervello. Allora, ogni tanto rallenta, rimanda le risposte, minimizza: va avanti. Perché non c’è nient’altro da fare. Perché, forse, è l’unico modo che ha per dimostrare a sé stessa di poter crescere, di essere forte, di potercela fare.