Siamo tornati alla Trattoria della Posta, in strada Mongreno 16, per celebrare, tra gli altri, il rito dell’antipasto misto. Vario, variopinto, sempre differente: muta con le stagioni, con le voglie, le epoche, i prodotti, a volte con le mode (ma non qui). Qui la parola moda è solo il femminile di modo. E infatti ogni piatto è fatto a modo, da tre generazioni, specialmente l’antipasto.
I Monticone non sono gente che scherza troppo su queste cose, e l’antipasto misto è preparato in linea con il loro DNA, fiero e abbondante, goloso e orgogliosamente sé stesso. Ma oggi la nostra intenzione non è tanto parlare dei prodotti, anche perché sono tutti buonissimi, quanto dei concetti. Fin troppo facile dire che salumi, tomini, insalata russa, torta di formaggio, funghi fritti, acciughe al verde, peperoni… sono una leccornia; ben più complesso stilare una sorta di manifesto dell’antipasto misto, per raccontarne l’importanza e sottolineare la necessità di tutelare un’abitudine culinaria che va ben oltre il gusto. Immersi in queste tavole a quadri… ci proviamo!

L’antipasto misto è di base un prodotto pedagogico. Insegna, fin da piccoli, che il mondo è bello perché vario, e non tramite vaneggiamenti di maestri elementari, ma con i fatti. Consistenze, colori, acidità e sensazioni differenti abituano fin da subito alla grande biodiversità del mondo, come note lontane che unite compongono una bella melodia.
E poi c’è il tema del raffronto: avere di fronte a noi ogni volta piatti simili e diversi invita naturalmente a cercare le differenze, a fare paragoni, ad analizzare ed esplorare ciò che abbiamo davanti, anche solo istintivamente. Soprattutto in tenera età, la diversità dovrebbe generare curiosità, voglia di capire, di approfondire il mondo all’interno di quel microcosmo che è la tovaglia.

Inoltre, come non sottolineare il senso stesso dell’antipasto misto su più portate: la condivisione. Quella dolce, dimenticata, cruciale necessità di passarsi i piatti, assaggiare, calcolare anche le porzioni altrui, giocando tra piccoli egoismi gastronomici e tutele comunitarie. Il tutto seguito dal rito dell’ultima fetta (mio nonno diceva “smorza la luce” per celebrare quel momento): un gioco, una messa in un due secondi, un incrocio ineluttabile di più destini.
L’antipasto misto, insomma, insegna un po’ come stare al mondo: è libero ma premuroso, stimola la coscienza ma spiega la comunità, coltiva i gusti personali ma educa alla diversità. Si possono imparare più cose nel gestire un banchetto di questo tipo che su tanti libri di scuola.

Dunque, perché ne vediamo sempre meno? Tante risposte ci vengono in mente, più giuste e meno sbagliate, ma una in particolare ci indispettisce: forse non abbiamo più voglia. Di cosa? Di impegnarci, di occuparci degli altri, di pensare, di condividere, di rinunciare, di accettare ciò che non ci piace, di attendere e di affidarci un po’ all’ignoto. Vah che brutta prospettiva.
Quando insorgono pensieri tanto oscuri, umanamente e gastronomicamente, scegliamo di tornare a specchiarci in queste tovaglie a quadri. Scegliamo ancora la Posta, Enzo Monticone e il suo mitico giro di antipasti. Poi, non paghi (e anche un po’ ingordi), continuiamo a ordinare: agnolotti, finanziera, torta di mele, gelato…
