Torino, Autunno 2024
Ci sono film che non dovremmo perdere. Non per moda, né per dovere civico, ma solo per impedire che il nostro sguardo perda totalmente la percezione della realtà. Anywhere Anytime è uno di quei film. In concorso alla Settimana della Critica della 81° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film di Milad Tangshir propone uno spaccato preciso della vita di un rider, mestiere dei nostri giorni. Issa, giovane immigrato clandestino approdato in Italia da sei anni, cerca invano lavoro, ostacolato dalla mancanza del permesso di soggiorno.
Le inquadrature passano da ampie carrellate tra le strade di Torino ai piccoli pertugi tra le cassette di frutta ammassate nei furgoni, attraverso i quali Issa scruta i movimenti delle guardie che girano per il mercato di Porta Palazzo in cerca di clandestini. Giornate interminabili alla ricerca di una soluzione onesta per la sopravvivenza. Grazie alla complicità di un amico inizierà a fare il rider sfiorando la consapevolezza di avercela fatta grazie ai suoi strumenti di lavoro: uno smartphone e una bicicletta usata. Sarà proprio il furto della bici a cambiare la direzione della sua vita dall’equilibrio troppo precario.
Ci sono film che non dovremmo perdere. Non per moda, né per dovere civico
Non è un documentario, ma ne ha tutta la forza. Il ritmo della narrazione è dettato da cambi di passo ben congegnati tra spazio e tempo. La città è tutta rappresentata mentre lo sguardo del protagonista, interpretato da Ibrahima Sambou, carico di dignità e disperazione, con duce lo spettatore verso piccoli dettagli di una vita al limite. Nessun sentimentalismo che tenda alla facile commozione, né violenza gratuita. Il film è solo realistico, ben fatto.
La poesia è intrinseca al racconto, nessun abuso di manierismo. È sufficiente un piccolo giro in bicicletta con una coetanea connazionale incontrata tra le unità abitative della Croce Rossa a spiegare la felicità momentanea, o i primi piani ai commensali della mensa pubblica per intuire il dolore, la solitudine e l’abbandono. Il paradosso che emerge dal film è lo straordinario divario tra la spinta tecnologia che ci offre applicazioni intelligenti per accedere al cibo in casa e il livello primordiale di vita di chi realizza il trasporto.
Il più grande traguardo raggiunto dall’opera è quello di destare ognuno di noi dalla cecità, soprattutto quando diventiamo automobilisti irosi. Che nessuno ignori più un rider senza pensare al suo inferno in terra. Questo film è stato girato a Torino, è un’opera sostenuta da Film Commission Torino Piemonte che continua il suo prezioso impegno per garantire lavoro e alta qualità dello stesso. Fondamentale l’apporto di Giuseppe Maio per la fotografia e Roberto Gambotto Remorino per il suono. E di tutto il resto della forza lavoro messa in campo dalla Film Commission Torino Piemonte.
