
Il concetto di ESG (Environment, Social and Governance) si riferisce a tre fattori centrali nella misurazione della sostenibilità di un investimento; fattori “nuovi” ed etici, teorizzati negli anni ’90, ma che prendono piede con decisione dal 2000 in poi. Riassunto all’osso: un business realmente sostenibile non può avere come unico faro il guadagno. Un pensiero decisamente attuale, ma che in realtà si poteva già in parte osservare nella concezione (molto contemporanea) dell’Avvocato.
Gianni Agnelli riteneva che il tema centrale del lavoro fossero le imprese e i lavoratori, e che quindi andassero valorizzati, parlando non solo di quantità ma soprattutto di qualità del lavoro, sostenibilità degli investimenti umani e creazione di valore. Noi abbiamo immaginato un percorso, che parte da quell’idea di lavoro moderno ante litteram, e arriva all’oggi, con l’intenzione di disegnare i contorni a tema ESG del business di domani. Ci avvaliamo, per farlo, di un supporto competente e dedicato: quello dell’avvocato Fabio Alberto Regoli.
Di quell’epoca dobbiamo portarci dietro l’orgoglio della tradizione industriale: la capacità di immaginare, progettare e fare
Avvocato, è corretto dire che quell’approccio di Gianni Agnelli fosse in qualche maniera anticipatore rispetto alle attuali tematiche ESG?
«Direi di sì, con le dovute contestualizzazioni storiche. Questo modo di intendere il lavoro risponde in realtà alla nostra tradizione d’impresa. Un concetto (e una messa in pratica) di responsabilità sociale tipica del nord dell’Italia e in particolare della FIAT. Oggi lo chiamiamo welfare, all’epoca non veniva utilizzato questo termine, ma c’era un occhio di riguardo significativo nei confronti dei lavoratori e delle loro famiglie. Attenzione: le caratteristiche di quel modo di lavorare oggi sarebbero inaccettabili, però tutti ricordiamo le scuole di formazione, le agevolazioni per l’università, le colonie estive. Era un embrione delle attuali tematiche ESG, o meglio di parte di esse, non esistevano, o quasi il tema dell’ambiente, delle politiche inclusive… Però come lei ha indicato, il pensiero di Gianni Agnelli ha anticipato l’ESG di oggi».

Assolutamente, è doveroso distinguere epoche e contesti molto diversi tra loro; la Torino di quel tempo quanto è diversa da quella di oggi sotto il profilo imprenditoriale?
«La Torino di allora era ovviamente molto diversa. C’erano grandissimi gruppi industriali, banche importantissime, assicurazioni di rilevanza nazionale… Il sistema torinese non era solo ampio e “autonomo”, ma influenzante nei confronti del sistema Italia. Poi gli epicentri di questi settori si sono spostati. In particolare l’automotive, quindi la FIAT, ha perso quella grandezza, ha visto ridursi il proprio indotto in favore di altre zone del Paese. Sono cambiati quasi completamente i paradigmi di una città che poi, in verità, ha cercato e anche in parte trovato nuove identità, differenti percorsi, una rinnovata apertura internazionale. Di quell’epoca dobbiamo portarci dietro l’orgoglio della tradizione industriale: la capacità di immaginare, progettare e fare. La sensibilità e la capacità manifatturiera di un territorio universalmente riconosciuto per il saper fare bene le cose. Ci siamo convinti in certi momenti che questo DNA non fosse compatibile con i principi della sostenibilità, ma non è così, anzi. Ciò che dobbiamo dimenticare di quegli anni è una certa forma mentis, quel ragionare per compartimenti stagni che ha caratterizzato decenni di lavoro in Piemonte. Il futuro richiede una visione ampia e progettuale, un miglioramento costante della qualità della vita e della società, il coinvolgimento degli stakeholders. Una volta Marchionne disse che quando un manager torna a casa la sera, per sapere se ha fatto bene, deve chiedersi se ha migliorato anche solo di un pezzettino la società. Basta questo: il Politecnico di Torino ci sta insegnando come ci si debba muovere per il futuro».
A proposito di miglioramento: Paolo Pininfarina nella sua intervista su questo numero ha parlato di “logica di restituzione al territorio” come uno dei principali valori di un’impresa, che ne pensa?
«È sicuramente corretto. Se parliamo di ESG allarghiamo ulteriormente il ventaglio. Il modello di impresa disegnato attraverso le logiche ESG non solo “restituisce” al territorio, ma crea valore aggiunto. In termini di salvaguardia dell’ambiente, di sostenibilità a ogni livello, di governance: si tratta di una sigla sì, ma che approfondita (e occorre farlo) ha un mondo di significati».
Ecco il tema della formazione: lei è anche docente universitario, quanto è importante formare la generazione che oggi ha 50/60 anni su questi temi?
«In un’epoca di fisiologica discontinuità, la generazione dei 50/60enni è fondamentale, anzi determinante. Temo di essere “di parte”, ma lo slogan “potere ai trentenni” non esiste più; “potere alle competenze”: è questa la direzione. E la generazione nata tra gli anni ’60 e ’70 è quella che oggi riposiziona aziende e servizi secondo nuovi paradigmi, e lo fa oggi, non domani, perché è da fare adesso, per le nuove generazioni».
A che punto è il dibattito sul lavoro di domani? Siamo a buon punto? Come si accelera?
«La situazione è “a macchia di leopardo”: esistono grandi sensibilità ma anche grandi differenze tra le situazioni. Chiaro, in ottica ESG le grandi aziende sono avvantaggiate, ed è soprattutto sulle PMI che occorre lavorare. La “E” in ESG si riferisce all’ambiente, questo ci è abbastanza chiaro, già la “S” viene osservata in maniera riduttiva: è anche arte, cultura… Temi fondamentali per il nostro futuro. Ma la più sottovalutata delle tre lettere è sicuramente la “G” di governance: vedo moltissimi CDA in cui si celebrano le decisioni del “capofamiglia”, ed è dannoso. I CDA devono essere luoghi di idee, di confronto, laboratori in cui si genera valore. Serve una modernizzazione delle strutture e del pensiero, perché chi investe sulle aziende oggi non può prescindere dal guardare queste dinamiche».
Noi abbiamo immaginato un percorso, che parte dall’idea di lavoro moderno ante litteram, e arriva all’oggi, con l’intenzione di disegnare i contorni a tema ESG del business di domani. Ci avvaliamo, per farlo, di un supporto competente e dedicato: quello dell’avvocato Fabio Alberto Regoli
Fabio Alberto Regoli, avvocato d’affari, ha trascorso la sua carriera in importanti studi nazionali e internazionali. Dal 2022 è equity partner di Grimaldi Alliance, studio internazionale italiano con oltre 40 sedi nel mondo e uffici anche a Torino
(foto ARCHIVIO REGOLI)
(Servizio publiredazionale)

